“Esodati”: sono finiti i soldi. Restano “fuori pensione” in 100mila

http://www.grr.rai.it/dl/images/300x01324406562058Elsa_Fornero.jpgI soldi stanziati dal governo per gli “esodati” non bastano già più. Il tetto di 65 mila lavoratori sul quale i fondi (5 miliardi nei prossimi 7 anni) sono tarati sarebbe stato infatti già sfondato, e si teme che il numero complessivo di coloro che chiederanno di andare in pensione con le vecchie regole (gli esodati appunto) potrebbe alla fine salire fino a circa 200 mila. Il piatto piange dunque, tanto che anche la trattativa per la riforma degli ammortizzatori sociali sembra essersi arenata proprio per la ristrettezza del budget, i due miliardi promessi dal ministro Elsa Fornero per finanziare i nuovi strumenti, non sono stati infatti ancora trovati.

Ministro del Lavoro alle prese con un doppio problema economico quindi: da un lato la mancanza di fondi per gli “esodati”, cioè i lavoratori che andranno in pensione con le vecchie regole anche a riforma avvenuta, e dall’altro la difficoltà a reperire i finanziamenti per “rinnovare” gli ammortizzatori sociali del nostro Paese. Nel primo caso si è, probabilmente, sottostimato il numero di quanti avrebbero avuto diritto ad usufruire delle vecchie regole per la pensione mentre, nel secondo, il problema è quello di un bilancio che non lascia spazio a quasi nulla. Il risultato, in entrambi i casi, è però lo stesso: non ci sono i soldi.

Sul fronte esodati non sono più solo i sindacati a sostenere l’esistenza del rischio, concreto, che decine di migliaia di lavoratori restino senza stipendio e senza pensione per effetto della riforma della previdenza. Nei giorni scorsi i tecnici del governo si sono incontrati per valutare la situazione che è apparsa, effettivamente, più grave del previsto. Il decreto “salva Italia” aveva stanziato 5 miliardi in 7 anni (240 milioni per il 2013 che salgono fino a 1,2 miliardi nel 2016 per poi scendere fino a 300 milioni nel 2019), una cifra calcolata stimando di dover mandare in pensione con le vecchie regole non più di 65 mila lavoratori: quelli che entro il 2011 hanno lasciato il posto in seguito ad accordi sindacali (stipulati entro il 4 dicembre) di ristrutturazione aziendale oppure per dimissioni volontarie incentivate in previsione del fatto che, secondo il vecchio regime, erano vicini alla pensione. Stima che appare però ora clamorosamente sottostimata. Dai primi calcoli infatti sarebbe già stato superato lo scenario ipotizzato a regime, e da 65mila lavoratori previsti si potrebbe arrivare sino a 200mila, quasi quattro volte tanto.

Secondo i conti fatti in questi giorni le varie categorie di lavoratori ammesse al beneficio (lavoratori in mobilità e mobilità lunga secondo accordi chiusi entro il 4 dicembre 2011; a carico dei fondi di solidarietà di settore, tipo i bancari, oppure ammessi alla prosecuzione volontaria della contribuzione sempre entro il 4 dicembre scorso; esodati entro il 31 dicembre) hanno già prodotto l’esaurimento del plafond previsto e produrranno a regime una valanga di domande, perché molti lavoratori, per esempio, matureranno i vecchi requisiti di pensionamento al termine dei 2-3 anni di mobilità. Senza contare che, secondo un ordine del giorno al Milleproroghe presentato da Cesare Damiano (Pd), ma condiviso anche da Pdl e Udc, il governo dovrebbe spostare dal 4 al 31 dicembre anche il termine per gli accordi sindacali sugli esuberi, il che allargherebbe di molto la platea.

A questo si aggiunge poi che la trattativa sulla riforma del mercato del lavoro si è arenata proprio sulla difficoltà di trovare risorse strutturali per l’estensione degli ammortizzatori sociali. Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, aveva messo sul piatto 2 miliardi di euro strutturali, cioè non una tantum, dal 2017. Ma proprio sul reperimento di questi fondi si è arenata la trattativa con le parti sociali, rimandata a data da destinarsi in attesa che i tecnici trovino dove “pescare” questi soldi. Soldi che, tra l’altro, non è nemmeno detto che siano sufficienti per introdurre una cassa integrazione per tutti i lavoratori di aziende in crisi congiunturali e un sussidio di disoccupazione per tutti coloro che involontariamente perdono il lavoro. Cancellando la cassa straordinaria e quella in deroga e anche l’indennità di mobilità.

Anche sperando però che la cifra di 2 miliardi sia sufficiente, rimane comunque complesso reperirla. Potrebbe ricavarsi attraverso la cosiddetta spending rewiev, che punta a ridurre gli sprechi della spesa pubblica, oppure dal riordino del sistema delle agevolazioni fiscali e contributive. Vie, in particolare la prima, da cui si potrebbe ricavare molto, ma non certo facilmente. Altra strada potrebbe poi essere quella di utilizzare una parte dei proventi della lotta all’evasione fiscale. Proventi che, però, il governo ha già promesso di destinare alla riduzione del carico fiscale sul lavoro dipendente. ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

Autore: Alessandro Camilli

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