" Elogio di una donna imperfetta" di Daniela Ovadia

http://ovadia-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/wp-content/themes/lescienze2011/images/blog-title/ovadia-lescienze.jpgNon amo i coccodrilli, né le agiografie post mortem. Eppure sento di dover scrivere qualche riga in memoria di Rita Levi-Montalcini, se non altro perché, avendo conosciuto da vicino una parte della sua famiglia torinese, ho avuto la fortuna di poter ridere alle sue spalle. Sì, proprio così: mi sono permessa, da ragazzina, di ridacchiare di quella che era già diventata una star della scienza dopo aver ricevuto il premio Nobel per la scoperta dell’NGF.

Ho infatti frequentato la casa di alcune sue cugine che, con l’understatement tipico di un certo ebraismo piemontese, godevano sottilmente nel raccontare, alla giovane appassionata di scienza che ero allora, tutti i pettegolezzi e piccole meschinerie di cui la grande Rita si sarebbe macchiata nei suoi anni acerbi, spinta, dicevano loro, da un’ambizione smisurata, che le permise di superare il doppio handicap di essere donna e appartenente a una minoranza religiosa (seppure solo nominalmente, poiché si è sempre fieramente dichiarata laica e atea) contro la quale l’Italia aveva promulgato le leggi razziali.

Quando, molti anni più tardi, mi capitò di intervistarla (l’ultima volta per l’inaugurazione dell’EBRI, lo European Brain Research Institute che doveva essere il luogo d’eccellenza della ricerca neuroscientifica in Italia) non osai dirle che conoscevo di lei un lato familiare e forse meno brillante di quello che mostrava all’esterno, ma che me la rendeva tanto più simpatica e umana. Non osai anche perché, malgrado la sua squisita gentilezza e buona educazione, era una donna che intimidiva, come terribilmente intimidente era quell’”Elogio dell’imperfezione” che scrisse per raccontare quanto perfetta fosse stata la sua vita e la sua carriera scientifica. È un libro che ho molto amato (ero al secondo anno di medicina quando lo lessi) perché, tra le righe, diceva che per arrivare ad essere come lei bisogna essere capaci di sminuirsi in apparenza per esaltare al meglio le proprie doti e i propri traguardi.

Il vero moto di ammirazione, però, me lo strappò nel 2006, quando si presentò in Senato, pur non stando bene e alla veneranda età di 97 anni, per votare la fiducia al governo Prodi, dando un senso, ai miei occhi, all’istituzione dei senatori a vita.

Alle donne di scienza la Montalcini ha fatto un altro regalo, tutt’altro che scontato: ha detto che è lecito essere geniali e vanesie allo stesso tempo, lei che non si faceva fotografare se non con i capelli candidi e perfettamente a posto, il vestito con la piega giusta, quei colletti così anacronistici e i gioielli che amava molto. Molto prima di qualsiasi maldestro spot della Comunità Europea per convincere le donne che si può fare lo scienziato con il tacco 12, lei vestiva solo Capucci: se questa non è classe…

Fonte: www.lescienze.it

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