Elezioni a Milano: una politica diversa per i soliti noti?

http://milano.blogosfere.it/images/Elezioniurna-thumb.jpgQuanti saranno i candidati Sindaco alle prossime elezioni amministrative a Milano? Solo 3 o 4 o 5; oppure 10 o 20? A noi in fondo questo non interessa...

 

Meglio: crediamo che sia segno di "vero" pluralismo solo la presenza di candidati "autorevoli". Non nei "numeri" ma nei "fatti". In tal senso, esattamente come ci siamo sempre domandati quali fossero i "titoli di merito" di alcuni rappresentanti politici (a livello nazionale e locale), così come di alcuni manager di aziende municipalizzate o pubbliche. Pensiamo che non sia "rispettoso", nei confronti dell’elettorato, la proposta di soggetti inadeguati per età, competenza ed esperienza.

 

La storia del ragazzo di 20 anni 'onesto' che si "propaga dal basso" come un virus, per dirla con le parole dello stesso leader del MoVimento '5 Stelle', è solo una "trovata" demagogica o, peggio, di marketing. Forse questo sarà pure un Paese di vecchi e per vecchi, ma non è certo con soluzioni "avventurose" che si può impostare una campagna elettorale "seria". E che riguarda i "gravi" problemi "reali" presenti nella nostra città, lasciati in eredità dalla Giunta Moratti.

 

Esiste infatti un "palinsesto di criticità" che viene fatto ruotare dagli organi d’informazione, in modo da poter alimentare "opportunamente" le prime pagine dei giornali. Le questioni "sostanziali" restano molto spesso sullo "sfondo", ma la posizione dominante dei 'media' (di Destra e di Sinistra) fa sì che ci si occupi delle "varie" questioni locali con una tempistica che non corrisponde mai ai bisogni "primari" del cittadino.

 

L'ultima "Settimana della Moda" ha lanciato “affittopoli”. Noi parliamo del problema della casa a Milano da almeno 2 anni, e l’abbiamo fatto in termini che, crediamo, vanno oltre la semplice "lista" in cui compare questo o quel nome, oltre lo squallido gossip...

 

Ci interessava l'offerta di base e l'indisponibilità di alloggi a prezzi "politici" per le categorie da "difendere" (dagli studenti agli anziani, passando per disabili ed immigrati), oltre che l’evidente origine del "male", ossia l’ingerenza sistematica dei partiti, con la "vecchia" tecnica della "lottizzazione", nel complesso apparato della cosa pubblica (in via diretta, sulle aziende municipalizzate, o indiretta, sulle partecipate o collegate o fornitrici).

 

Le elezioni di Maggio saranno virtualmente "inutili" se il rapporto tra il cittadino e chi lo rappresenta continuerà ad essere quello della clientelismo. Se cioè chi è rappresentato chiede "favori" e non "diritti", mentre con favori, e non con diritti, viene "ricompensato".

 

Crediamo allora che il primo passo, obbligato, sia proprio quello dell’autorevolezza delle candidature. Un rappresentante del popolo che, per fare un esempio, sia protestato, o rimasto "indietro" con la rata del mutuo, o che, più semplicemente, viva (peggio se "da sempre") esclusivamente dei proventi della politica, è già un soggetto “a rischio”, per quel che concerne il meccanismo "perverso" della concussione.

 

In definitiva, il nostro Paese è "fermo" da 20 anni sulla convinzione che si possa perseguire il concussore senza toccare il concusso, e viceversa. C’è invece una disponibilità potenziale, per così dire, dell’apparato a elargire favori. Ma, come in ogni mercato, c’è un’offerta anzitutto perché sussiste una domanda. Ma se un singolo cittadino chiede un vantaggio sugli altri, saltano tutti i presupposti (oltre che le "regole") del consorzio sociale. Proprio come il doping nello sport, dove si rischia di dover "barare" non per vincere ma solo per "partecipare" a determinate manifestazioni...

 

La cultura (ed il "vizio") del Palazzo (e della poltrona) consolida sé stesso attraverso la penetrazione capillare nei gangli vitali (e negli affari) della cosa pubblica, con un controllo metodico ed un'occupazione puliriennale. Dove si concentra il potere (ed il denaro), i partiti estendono le proprie ramificazioni. Attraverso il gioco inesorabile delle cariche, negli enti e nelle istituzioni a controllo (o semplice "partecipazione") locale: aziende, fondazioni, banche, ospedali, università, consorzi, ...

 

Nel mondo in cui è cresciuto il sottoscritto i partiti lottizzavano già "dal basso", concordando con le aziende il numero di propri "tesserati" che dovevano essere "assunti". E fa un po' sorridere il caso capitolino di "parentopoli" (che ci auguriamo che possa arrivare a Milano, forse con maggiore devastazione di "mani pulite"); eppure basta prendere l'elenco dei giornalisti e dipendenti della RAI per trovare tanti clamorosi casi di "omonimia", rispetto a parlamentari (perfino Ministri) italiani...

 

Oggi esiste la figura del 'coordinatore' politico, sia esso nazionale, regionale o provinciale, il cui primo obiettivo è "infiltrare" con la propria “gente” la grande "macchina" della pubblica amministrazione. Lo scopo è, banalmente, controllare i "favori" e quindi dei "pacchetti" di voti. Rispondendo, a proprio modo, discrezionalmente, ai "bisogni" del cittadino. Del "singolo" cittadino e mai dell'interra collettività.

 

Nella storia del nostro Paese, ab antiquo, si scontrano 2 modelli "principali" di organizzazione dell’interesse pubblico: quello della corporazione, che è verticale rispetto all’assetto sociale (ossia riunisce gli individui per professione e non per ceto o censo), che risale ad almeno a 8 secoli fa, e poi c’è la rete clientelare, che non guarda a "cosa fai" ma a "come sei", con un retaggio della cultura cattolica (tutta italiana).

 

Persino chi entri semplicemente in una chiesa, si accorge che gli altari sono intestati a 2 tipi (ben diversi) di "fedeli": quelli riuniti per culto e quelli per mestiere. C’erano le confraternite del Rosario e quelle dei Legnaioli. Quelle della Buona Morte e quelle dei Pellicciai. E così via...

 

I tentativi di liberalizzazione da parte dell’apparato statale hanno sempre mirato a sradicare gli interessi corporativi. Ma le corporazioni esistono anche nel Nord Europa, pur senza aver mai prodotto un sistema "deviato" (clientelare). Nessuno ha mai provato invece a “smontare” l’immobilità della società italiana agendo sull’altro fattore di coesione, la rete d'affarismo. Per farlo sarebbe servito un processo di violenta laicizzazione della società. Chi studia la storia italiana dei secoli XVIII e XIX scoprirà che, a più riprese e in diverse aree del Paese, si procedette a robuste alienazioni dei patrimoni della nobiltà e della Chiesa.

 

Oggi un processo analogo andrebbe operato nei confronti dell’estensione smisurata dell’ingerenza del soggetto pubblico. Tutte le grandi questioni che affliggono la nostra società andrebbero risolte ponendosi anzitutto il dubbio metodico della possibilità di una deregulation e, solo in secondo luogo, di una "sottrazione di competenza".

 

Può un Sindaco stabilire chi, come e quando può girare in macchina? O la sua azione, che è frutto di scelte arbitrarie, spesso non necessariamente sono legate alla salute dei cittadini, potrebbe diventare un 'limite' alle nostre libertà individuali? Può decidere se e dove i ragazzi possono bere la sera? E dove ci si può prostituire? Non è che, in nome del decoro o della sicurezza o della quiete pubblica, la politica sta costruendo un’idea di società che è più facile gestire con le leve di cui dispone? Una società in cui i diritti siano sempre più vincolati a ceto, censo, cittadinanza, età, credo, militanza, ed altri parametri predefiniti?

 

Ecco perché ci piacerebbe che la campagna elettorale in cui i programmi siano improntati a una riconfigurazione del 'perimetro' della politica, soprattutto in termini di una sua “riduzione”. Ci piacerebbe vedere un candidato che dichiari esplicitamente il suo intento a dismettere la pratica clientelare, senza "colonizzare" immediatamente (e sistematicamente) con i suoi fedelissimi tutte le poltrone che "contano". Non c’è nessun "buon" (nè utile alla società) motivo, tanto per essere chiari, che ogni manager ospedaliero in Lombardia sia di Comunione e Liberazione, o che la famiglia di La Russa sia "posizionata" in ogni CdA di aziende pubbliche o private sino alla 3° generazione.

 

Ma non è un "male" solo milanese o lombardo: le stesse cose le dovremmo scrivere in Emilia-Romagna per il PD (una regione dove se non hai la tessera del partito di Bersani non ti è possibile aprire un supermercato neppure se ti chiami Bernardo Caprotti) o in Puglia per Vendola, che nella sanità si è ispirato (o è tutta "farina del suo sacco" o retaggio della sua militanza?) a Formigoni.

 

Ci piacerebbe poi che la prossima Giunta fosse fatta di personalità in grado di svolgere autonomamente (ed esclusivamente, senza altri/diversi mandati/incarichi) il compito di Assessore, anche a costo di triplicare loro gli stipendi. Meglio pagare bene un assessore che sprecare il triplo del suo emolumento mensile per un consulente che ne faccia le veci, mentre lui va a scaldare le poltrone del Parlamento (italiano o europeo) o dei CdA di vari enti o fondazioni.

 

E se il Sindaco, come è accaduto per Letizia Moratti, ha bisogno di un super-factotum che faccia un po’ il commissario straordinario e un po’ l’amministratore di quello strano “condominio” che è diventato Palazzo Marino, ci chiediamo se non è il caso di candidare direttamente il "pilota", colui che è in grado di guidare davvero la "macchina comunale", lasciando alla Moratti il compito di fare lo sponsor, magari intitolandosi - più semplicemente - la lista e scegliendo un proprio marchio.

 

Un ultimo augurio è che la campagna elettorale si concentri su temi "autentici": per far questo però occorre sin da subito che non siano mutuati pedissequamente gli schemi del conflitto politico di matrice nazionale. E a titolo personale mi sento di dire che la candidatura terzista del Presidente del Consiglio Comunale, tale Manfredi Palmeri, sconosciuto alla "massa" dei milanesi, non tanto perchè "piovuto" da Palermo una quindicina di anni fa, mi sembra ricalcare lo "stile" di Gianfranco Fini, senza che però si sia ravvisata nelle sue scelte e posizioni, in questi 10 anni di permanenza in Consiglio Comunale, questa necessità (i maligni parlano di "capacità") di distinguere il proprio operato e le proprie idee da quelle dei suoi ex-compagni di coalizione.

 

Per ridurre il peso della politica nella direzione che auspichiamo (ma forse siamo i "soli" a farlo, in ragione della nostra "indipendenza" di fatto) il primo passo è proprio emanciparsi dall’onnipresenza e l’onnipotenza dell’apparato in ogni sintagma della società.

 

“Via da Roma”, dice 'qualcuno' che, poi, a Roma ha costruito rapporti "indissolubili" con le banche ed i poteri stabili. “Via dalla politica”, ci permettiamo di replicare noi, auspicando limiti di (nei numeri di) mandato, un freno ai finanziamenti dei partiti, un regresso dei poteri discrezionali dei nostri "rappresentanti" (che il mio editore vorrebbe "revocabili", proprio come gli amministratori "privati", almeno in "via straordinaria").

 

Una certa idea di politica, sotto i nostri occhi, vuole schiacciare la società milanese/lombarda/italiana e impedirle di pensare prima ancora che di crescere... ( Fonte: www.milanoweb.com)

Autore: Andrea Dusio

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