" Ecco come ti rilancio l'occupazione " di Tonia Garofano

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/economia/lavor_200_200.jpgUn mercato del lavoro “più debole” e “una minore qualità dell'occupazione”: è quanto emerge dal rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del Paese nel 2010. Secondo l’Istat, nel biennio 2009-2010 gli occupati sono scesi di 532.000 unità: oltre la metà nel mezzogiorno, ma la flessione ha riguardato anche il nord, con una riduzione di 228.000 unità. Nel nostro Paese, la strategia adottata per far fronte ad una crisi economica ed occupazionale massiccia ha visto un ricorso agli ammortizzatori sociali e, in particolare, alla Cassa integrazione guadagni (Cig) senza precedenti: a “partire dal quarto trimestre del 2008, l’incidenza delle ore di Cig sulle ore effettivamente lavorate è cresciuta velocemente, salendo alla fine del 2009 al 41,5 per mille per il totale delle imprese con almeno 10 dipendenti dell’industria e dei servizi.

 

A partire dalla prima parte del 2010 il ricorso alla Cig è diminuito, segnando poi una lieve risalita e attestandosi a fine anno al 30,6 per mille”. Il persistere delle perdite occupazionali e un ricorso alla Cig ancora sostenuto palesano una crescita netta dell’occupazione lenta e ancora lontana dai livelli precedenti al manifestarsi della crisi.

 

Gli strumenti di sospensione del rapporto di lavoro previsti dal nostro ordinamento, rispondendo alle indicazioni europee in termini di flexicurity, hanno contribuito a mitigare gli effetti della recessione e a salvaguardare i posti di lavoro. L’affermazione della validità di tali strumenti, a livello europeo, ne ha incentivato il potenziamento e il rafforzamento a livello nazionale, soprattutto attraverso l’estensione delle previsioni legislative - oltre i settori tradizionali (agricoltura, industria ed edilizia) e verso tipologie contrattuali in precedenza non tutelate (lavoratori interinali, apprendisti e collaboratori coordinati e continuativi) - e il ricorso alla disciplina degli ammortizzatori sociali in deroga.

In piena crisi economica, i nostri strumenti di sospensione del rapporto di lavoro hanno permesso di contenere il livello di disoccupazione, dimostrando un’inaspettata efficacia nel gestire la crisi e consentendo alle aziende di conservare e preservare il proprio capitale umano e ai lavoratori di salvaguardare buona parte del proprio reddito.

In questa direzione si è posto l’Accordo Stato Regioni del 2009: la gestione della prima fase della crisi ha richiesto la messa in campo di interventi tempestivi, rispondenti ad un approccio emergenziale, finalizzati al mantenimento di quanti più lavoratori possibile all’interno del sistema produttivo.

 

Ma, se la cassa integrazione ha funzionato finora da paracadute, oggi, stando ai dati dell’Istituto di statistica, tale ruolo risulta in via di esaurimento; infatti, scrive l'Istat, “circa un quarto di quanti erano in Cig nel 2009 lo sono anche un anno dopo; uno su due ritorna al lavoro e uno su cinque non è più occupato”. “La situazione è particolarmente critica nel mezzogiorno, dove si registra il maggior numero di persone in Cig a distanza di un anno e il minor numero di rientri sul posto di lavoro (33,6% a fronte del 64,2% nel nord) con un flusso più alto di uscite verso la disoccupazione (7,9%) e, soprattutto, verso l'inattività”.

L’uscita definitiva dalla crisi, il rilancio del sistema economico italiano non possono non passare per un incremento degli investimenti in capitale umano, attraverso la formazione e la riqualificazione, migliorando le capacità lavorative dei lavoratori. È in questa direzione che opera anche la nuova intesa tra stato e regioni del 20 aprile 2011: un nuovo slancio, un approccio integrato e sistemico di uscita dalla crisi attraverso il concorso delle energie e delle specifiche competenze di differenti organismi e di diversi fondi, pubblici e privati, allo scopo di costruire una ampia rete di tutele e rendere disponibili percorsi di riqualificazione e di reinserimento nel mercato del lavoro, puntando, sulla valorizzazione delle politiche attive e sul loro collegamento con le politiche passive.

La nuova fase nella gestione della crisi, per una fuoriuscita decisiva da crisi stessa, deve preferire il ricorso a competenze qualificate e specifiche e le linee guida per la formazione 2010 e l’intesa firmata dal governo e dalle regioni il 20 aprile si pongono proprio in questa prospettiva: le politiche della formazione dovranno essere progettate in funzione della finalità della politica attive e dei fabbisogni di competenze dei settori, delle imprese, dei mercati del lavoro e della occupabilità delle persone, mirando a valorizzare l’integrazione sinergica tra politiche di sviluppo, politiche occupazionali e politiche formative.

Quello che si deve, oggi, combattere è il fortissimo disallineamento tra domanda e offerta di lavoro: è necessario tarare le politiche formative sulle effettive necessità dei contesti locali e delle imprese, renderle dialoganti con l’effettiva domanda di lavoro.

 

La crisi economica ha portato con sé modifiche nella strutturazione economica, nella modalità e tipologia di produzione di beni e servizi, nella organizzazione del lavoro e, soprattutto, nella domanda di conoscenze e competenze. Modifiche che avvalorano il trend di evoluzione dell’occupazionale verso lavori a maggiore intensità di conoscenze e competenze, già avviato prima della crisi. La riqualificazione dei lavoratori a rischio di espulsione dai processi produttivi, perché possano acquisire le competenze che sono e saranno richieste nel mercato del lavoro, assume rilevanza cruciale nell’ottica di un rilancio del sistema economico e occupazionale italiano.

Per rilanciare il ‘sistema Italia’ è più che mai necessario puntare sull’integrazione tra il sistema educativo di istruzione e formazione e il mercato del lavoro, nell’ottica di una maggiore convergenza delle politiche del lavoro, della formazione e dello sviluppo economico: solo creando nuove e migliori capacità professionali e rilanciando lo sviluppo e l’innovazione delle imprese sarà possibile proteggere e potenziare l’occupazione. Solo rendendo disponibili conoscenze e competenze specifiche sarà possibile garantire un futuro al nostro sistema nazionale.

 

Lavoratori e imprese devono poter disporre di conoscenze e competenze funzionali al disegno di sviluppo e innovazione del sistema produttivo. Prospettive tangibili e durature di crescita e di sviluppo potranno essere garantite solo puntando sull’innovazione e sulla ricerca, sull’internazionalizzazione e sulla qualità dei prodotti. Solo la combinazione di tali politiche potrà innescare una crescita duratura. Solo l’integrazione di tali politiche potrà creare quel valore aggiunto per le imprese che garantirà ambiti e spazi per nuovi e migliori posti di lavoro. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

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