E noi dibattiamo sulle “ riserve auree”…

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1365782583.jpgIniziamo da una constatazione, sulla scorta di quanto recentemente rivelato dalla rivista Il Re nudo. Le banche creano denaro dal nulla, da molti anni non c’è più alcuna riserva aurea o altro bene a garanzia delle banconote, che non sono convertibili. Secondo i dati pubblicati dallo speciale “economia e misteri” della rivista Il Re nudo “le riserve auree dei paesi del mondo non superano le 200.000 tonnellate, mentre il corrispettivo in oro di tutte le banconote e gli equivalenti monetari che girano per il mondo ai prezzi correnti ammonta a un corrispettivo di 75.000.000 di tonnellate d’oro.”
Passiamo quindi alla questione delle riserve auree nazionali italiane. Secondo l’ultima relazione sul bilancio della Banca d’Italia le riserve auree italiane ammontano a 2.452 tonnellate, che al fixing odierno di un’oncia d’oro hanno un controvalore di 145 miliardi di dollari Usa che al cambio eur/usd di 1.3275 fanno circa 109 miliardi di euro. Le riserve auree italiane rappresentano così la terza riserva aurea al mondo, dopo quelle di Stati Uniti di Germania, quarta se consideriamo anche la dotazione del Fondo monetario internazionale. Tale ammontare è rimasto di fatto invariato negli ultimi dieci anni, vale a dire che non si sono verificate operazioni di smobilizzo che ne hanno ridimensionato il montante.
Queste riserve non sono ubicate massivamente a Francoforte o Bruxelles come qualcuno fa credere, ma sono segregate e custodite a Roma in Via Nazionale, presso Palazzo Koch (sede storica della Banca d’Italia). Ad essere pignoli non sono proprio tutte 2.452 segregate a Roma, una percentuale modesta si trova segregata presso altre banche centrali del mondo in qualità di collaterale per precedenti operazioni di politica monetaria (pensiamo a quando esisteva la piena convertibilità con il dollaro).
Per ovvie ragioni di convenienza e rischio, i gold bars (lingotti d’oro) non vengono mai spostati logisticamente, ma rimangono nella titolarità dell’effettivo proprietario attraverso un vincolo di indisponibilità presso il soggetto che li ha in deposito o li custodisce: quindi sostanzialmente non si verifica mai lo spossessamento materiale. Lo stesso tipo di approccio è stato riprodotto quando è stata costituita la Banca Centrale Europea la quale è nata con una propria dotazione di 502 tonnellate di metallo giallo. Tutto questo oro in realtà non è fisicamente posseduto in proprio dalla BCE, in quanto le singole banche nazionali che costituiscono il suo azionariato hanno effettuato un conferimento in garanzia pro-quota (l’Italia al 12%) tuttavia con possesso in proprio.
Questo significa che una parte della consistenza fisica segregata a Palazzo Koch (60 tonnellate per la precisione) è nella disponibilità della BCE, quale effettivo proprietario di quella provvista di metallo, ma è in possesso della Banca d’Italia. Tecnicamente si suole utilizzare il termine di safekeeping deposit per identificare queste circostanze. La domanda è: è possibile – e quanto conviene - lo smobilizzo di parte delle riserve auree per contrarre quantitativamente il peso del debito pubblico italiano? Se, come detto, le riserve ad oggi valgono 109 miliardi di euro, uno smobilizzo totale produrrebbe una contrazione di appena il 5% dello stock di debito pubblico complessivo (2020 miliardi, ultima rilevazione). L’operazione (ammesso che sia possibile sul piano istituzionale) pertanto avrebbe un risultato complessivo piuttosto modesto: ricordiamo sempre che le riserve auree sono identificate universalmente anche come gradiente di ricchezza implicita di un paese: una sorta di ultimo salvadanaio a cui attingere prima di andare a colpire coattivamente il patrimonio dei contribuenti.
Al momento attuale pertanto, con uno scenario politico critico, rappresentano ancora una sorta di garanzia per i detentori non residenti del debito pubblico. Forse è anche per questo che l’Italia difficilmente si sbarazzerà delle sue riserve come pure difficilmente vedrà dichiarato il suo default, essendo questo il “pegno estremo” in caso di insolvenza.
Fonte: www.rinascita.eu

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