" Digitale terrestre: il fallimento della Rai e l’angoscia di Berlusconi

http://news.tecnozoom.it/img/digitale_terrestre_parma.jpgA Novara quando si tenta di guardare il Tg regionale si finisce sulle emittenti locali lombarde. In Emilia invece se si prova a guardare Rai3 si finisce col vedere le tv venete. Poi ci sono i canali che perdono il segnale, frequenze che saltano, insomma il digitale terrestre continua a dare problemi. Non nelle ultime settimane, ma da sempre, da quando nelle varie regioni si è effettuato lo switch-off, ovvero il passaggio dall’analogico al digitale.

 

Un ‘inchiesta di Agnese Ananasso e Enrico Del Mercato per Repubblica riporta un recente sondaggio Adoc, il 76% degli italiani ha avuto almeno un problema dopo lo switch-off. Di questi uno su due (il 53%) si lamenta dello scarso segnale relativo a uno o più canali e non riesce a vedere un programma fino in fondo. Il 43% addirittura non vede alcuni canali e il problema riguarda sia Rai sia Mediaset. Come mai questo flop? Ci sono due questioni da analizzare, quella tecnica sulle frequenze e poi quella di fondo che coinvolge Silvio Berlusconi e la Corte Costituzionale.

 

Il problema tecnico del digitale riguarda l’assegnazione delle frequenze per la trasmissione. Per dare un’idea di come funzioni e di come sia ingarbugliata la vicenda delle frequenze Repubblica fa l’esempio della zona di Parma e Piacenza. In quella parte d’Italia, dopo lo switch-off, alla Rai è stato assegnato il canale 24. Su quella frequenza, quindi, dovrebbe correre solo il segnale Rai. Peccato, però, spiega Stefano Ciccotti amministratore delegato di Raiway, che “su quel canale ci siano interferenze pesantissime di emittenti locali lombarde che distruggono le nostre frequenze. Nella pianura padana, del resto, non ci sono confini di etere. E’ vero che quando sono state assegnate le frequenze nulla impediva di destinare canali uguali a emittenti diverse in differenti regioni. Certo, si poteva evitare di assegnare lo stesso canale destinato alla Rai alle private in regioni limitrofe”.

 

Queste parole fanno emergere le carenze del Ministero, che invece di fare pulizia ha contribuito ad aggravare iul Far West, su cui hanno infierito i poliotici xon le loro esigenze di clientele locali, che passano, per le loro esighenze di propaganda, anche per le stazioni televisive di amici, parenti, referenti politici, elettori.

 

Il fatto è che, allo scopo di liberare il maggior numero di frequenze da assegnare alle locali o da inserire nelle prossime aste, il Ministero ha chiesto alla Rai di passare dalla multi alla monofrequenza. Significa che se prima i segnali di Rai Uno, Rai Due e Rai Tre e, soprattutto, i segnali dei tg regionali potevano camminare su frequenze diverse, adesso sulla stessa frequenza devono correre più programmi. Ovvio che un adeguamento del genere alla Rai costi. Proprio per questo, nel 2010, Rai e ministero dello Sviluppo economico firmarono un verbale di intesa in forza del quale la concessionaria del servizio pubblico si impegnava ad adeguare i propri impianti in cambio dell’assicurazione che le frequenze necessarie in ogni regione venissero assegnate alla Rai “in esclusiva e senza interferenze di altre aree”. Intesa che, però, è rimasta sulla carta perché le emittenti locali interferiscono con la Rai e, in molte regioni, ne oscurano i programmi.

 

C’è poi il discorso dell’antenna: talvolta va orientata e chi non riesce da solo deve chiamare l’antennista. Il contribuente deve pagare, oltre al canone, mediamente 120 euro solo per il decoder, più gli interventi dell’antennista. Un errore comprare un decoder a basso costo? Sul mercato esistono due tipi di ricevitori: quelli con il marchio Dgtvi (il consorzio che raggruppa tutti gli operatori, compresi Rai e Mediaset) che garantiscono la selezione automatica dei canali nell’ordine tradizionale previsto sul telecomando e quelli che, invece, non riconoscono automaticamente il canale, ma che costano di meno. I problemi valgono sia per l’uno che per l’altro.

 

Ci sono poi casi a “statuto speciale”, paesi dove le storie sul digitale terrestre non hanno bisogno di commenti. Per esempio alcuni Comuni in Toscana. Oreste Giurlani, presidente dell’Uncem Toscana, spiega: “Noi saremmo dovuti passare al digitale nel primo semestre del 2012, ma il ministero accelera e ora noi temiamo grande confusione su tutti i fronti. I nostri timori sono sul piano tecnico perchè bisogna approntare tutto un apparato di ripetitori, antenne e impianti in poco tempo e senza che il governo ci abbia dato un euro”.

Ma il problema di fondo, non tecnico ma politico stavolta, è quello che coinvolge il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e i suoi rapporti con la Corte Costituzionale. Berlusconi cominciò mettendo assieme Canale 5, comprando una serie di tv locali e, all’inizio, mandando a tutte lo stesso programma, registrato in cassetta, con dentro la pubblicità, ovviamente, uguale per tutte. Sola differenza: i programmi venivano trasmessi a orari differenziati di qualche minuto, in modo che per gli inserzionisti la trasmissione degli spot era contestuale. Poi il cambiamento: via le cassette, dentro un grande network a frequenze unificate e ponti radio (Adriano Galliani fu fondamentale in questo). Berlusconi si rafforza, subentra a Rusconi, che getta la spugna su Italia 1, salva la Mondadori comprando Rete4 che la stava facendo fallire.

 

Poi cerca di annettersi Repubblica, con un colpo di mano che ha le radici nel mistero, e lì cominciano i suoi guai con la giustizia e con la Corte costituzionale. Mentre le leggi (Mammì, Maccanico) si susseguono, la Corte resta abbastanza coerente con i suoi principi: bisogna tutelare il pluralismo, tre reti nazionali, su dodici disponibili in Italia, sono troppe, Rai 3 e Rete 4 devono andare sul satellite. Da questa posizione la Corte non si è mai mossa.

 

Poi la “svolta”, anzi, una teoria: il digitale terrestre fa venire meno i timori della Corte, perché i canali disponibili diventano centinaia, moltiplicando le frequenze che prima erano limitate, perché ciascuna frequenza si moltiplica quasi all’infinito. L’avvento della nuova era è sancito da una nuova legge, la Gasparri, che scommette sulla trasformazione dell’Italia in un paese digitale, come già accade in altri paesi europei. Le cose però non vanno tutte dritte, ci sono delle grane per i decoder, Gasparri è sostituito da Paolo Gentiloni quando la sinistra va al governo con Romano Prodi e Gentiloni sposta di quattro anni la data di avvento del digitale terrestre.

 

Berlusconi qui comincia a tremare. Il rischio che la Corte si accorga dei problemi dei digitale terrestre e lo metta in mora è forte, fortuna che c’è di mezzo anche la Rai e nella Rai la sinistra di governo ha più di qualche interesse, tanto più che la rete destinata al satellite è proprio quella che costituisce la roccaforte della sinistra da quando in Rai è entrato il pluralismo. Fortuna soprattutto che Prodi dura poco e Berlusconi torna a palazzo Chigi. Fra i primi atti del nuovo Governo, anticipare la scadenza del digitale terrestre e precipitare il Lazio nel caos della nuova era, fra decoder che non si trovavano e programmi che non si vedevano.

 

Il flop del digitale terrestre però è un dato di fatto. Aspetto economico-politico a parte, è quello tecnico che non va giù agli italiani, che hanno speso tempo e denaro per una cosa che poi è risultata in qualche modo incompleta e problematica. Altro che bunga bunga e processi, il digitale terrestre potrebbe risultare alla fine la vera sconfitta per Berlusconi che in questo progetto ha investito tutto, dai soldi alla sua stessa faccia. Se Rete4 dovesse poi diventare un canale di nicchia sbattuto chissà su quale antro satellitare, chi glielo dice alle casalinghe e alle massaie? E soprattutto agli investitori pubblicitari e ai piccoli e grandi azionisti di Mediaset? ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

Autore: Alessandro Avico

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