Destra, divorzio di convenienza - di Carlo Musilli

http://www.altrenotizie.org/images/stories/2013-5/alfy%20berlu.jpg"Noi ci stacchiamo e facciamo dei gruppi autonomi, poi però andiamo insieme alle elezioni". L'idea circolava da tempo nella mente del vicepremier Angelino Alfano ed è riecheggiata dozzine di volte nei vertici a ripetizione di Palazzo Grazioli. Da ieri, però, è realtà. Al Convegno nazionale del Pdl, Silvio Berlusconi ha sancito la rinascita di Forza Italia. L'ex Delfino, invece, ha annunciato la costituzione del "Nuovo centrodestra".

La separazione ha come prima conseguenza quella di blindare l'Esecutivo di Enrico Letta. I governativi di Alfano contano 37 teste al Senato: quanto basta per garantire la tenuta ad libitum dell'Esecutivo (il problema non si pone alla Camera, dove il Pd ha da solo la maggioranza assoluta grazie all'assurdità del Porcellum). La decadenza del Cavaliere, dunque, non farà alcuna differenza.

A ben vedere, il divorzio di ieri è stato l'esito inevitabile d'interessi contrapposti. Il vicepremier aveva avanzato due richieste per entrare in Forza Italia: primarie per l'assegnazione di tutte le cariche (fatta salva la leadership divina di Berlusconi) e soprattutto fedeltà al governo almeno fino al 2015. Condizioni inaccettabili per il Cavaliere, abituato da sempre a disporre del partito come di una proprietà privata e deciso al ribaltone dopo l'espulsione da Palazzo Madama.

Ma chi ha vinto, alla fin della tenzone?  I maggiori benefici spettano certamente ad Alfano, che conserva la poltrona di vicepremier e di ministro degli Interni, rilanciandosi come leader di una formazione governativa che non deve più trattare con gli odiati falchi. Gli alfaniani, invece, non solo si tengono ben stretta la poltrona attuale, ma hanno anche una speranza in più per la prossima legislatura: senza la scissione, quasi certamente Verdini e chi per lui avrebbero fatto di tutto per evitare di ricandidarli. 

Dal punto di vista di Berlusconi, invece, quella registrata ieri è senz'altro una sconfitta. Il Capo assoluto sta diventando una figura sempre più marginale nel panorama politico: fra poche settimane non solo perderà lo status di senatore, ma si ritroverà anche ad essere il leader morale e finanziario di un partito d'opposizione. A conti fatti, la separazione è stata la prima tappa ufficiale di un percorso avviato ormai da tempo, che segna la progressiva riduzione della quota di potere nelle mani del Cavaliere. Una discesa lenta ma continua che l'ex premier ha poche chance di arrestare, considerando che nei prossimi mesi dovrà affrontare tutti i processi che lo riguardano senza poter contare sull'immunità parlamentare e senza il diritto di ricandidarsi.  

Tutto questo però non significa che da oggi si apra una fase di rinnovamento nel centrodestra italiano. I cambiamenti in atto rispondono solamente a logiche di convenienza interna e non hanno nulla a che vedere con la politica intesa come applicazione d'idee al servizio del Paese.

Quando si tornerà alle urne - Berlusconi lo ha lasciato intendere chiaramente nel suo lungo discorso di ieri - le due metà appena divise correranno insieme, consapevoli di non poter fare altrimenti. Qualsiasi cosa accada, il Cavaliere rimane l'unico front-man della destra: l'unico in grado di sedurre gli italiani con le solite favole fiscali, l'unico ad avere le risorse finanziarie per garantire la fedeltà di un'accolita che da anni lavora soltanto per tutelare gli interessi del Capo. 

Fino ad oggi Alfano e i suoi hanno fatto parte della truppa ed è inconcepibile che oggi possano proporre un'alternativa minimamente credibile. Come gli altri, non hanno mai avuto un progetto politico, e immaginare che ora possano crearne uno ex novo è semplicemente utopico. Davanti a loro, tuttavia, sia apre una nuova possibilità: quella di raccattare per strada ciò che resta della moribonda Scelta civica (in primo luogo il ministro Mauro) e degli altri democristiani in cerca d'autore.

Il teatrino che ci aspetta è proprio questo: la proposta (ingannevole) di un nuovo polo destrorso più rispettabile e "moderato" di quello berlusconiano, capace di ottenere una minima considerazione nel Ppe. Un'operazione di facciata che - in linea teorica - potrebbe perfino ampliare il bacino elettorale del centrodestra, accalappiando i destrofili disgustati dal costume di Berlusconi e dei vari fantocci in stile Santanchè.

E' solo un gioco delle parti che non sfiora nemmeno da lontano l'interesse del Paese. Il risultato, per giunta, sarà del tutto paradossale, o forse tragicomico. Da oggi ci ritroviamo con due partiti dominanti nella destra italiana: uno al governo insieme al centrosinistra, uno all'opposizione. Uno fa le leggi, uno le combatte. Uno è europeista, l'altro è antieuropeista. Uno frequenta Palazzo Chigi, l'altro Palazzo Grazioli. Ma quando si tratterà di riandare al voto, miracolosamente, torneranno a sommare i propri voti. E chissà quale faccia indosseranno per l'occasione.      
Fonte: www.altrenotizie.org

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