Dalla parte di Gheddafi

Qualcuno già lo chiama il nuovo ‘89 del mondo arabo, qualcun altro caldeggia invece un ’68 in salsa maghrebina, altri vorrebbero, ma poi, in preda ad oscuri timori per un ritorno in grande stile dell’integralismo islamico, caldeggiano prudenza, il tutto accompagnato dal solito coretto di oche ed ochette del buonismo d’accatto, lì pronte a stigmatizzare, condannare, fraternizzare, questo sì, con gli invasori che dal Nord Africa arrivano ad ondate da noi in Italia, coccolati, nutriti ed assistiti da una pletora di imbecilli mai prima d’ora vista. Nessuno, ma proprio nessuno, invece, ha il coraggio di interrogarsi sulla reale natura degli eventi dell’area maghrebina e vicino-orientale, sottoposti invece ad una quanto mai frettolosa e rabberciata analisi intrisa di triti e ritriti luoghi comuni.

Due osservazioni anzitutto. Punto primo. La coincidenza con cui le varie rivolte sono esplose, una dopo l’altra dovrebbe impensierire un più attento osservatore. Punto secondo. Il mondo islamico è costituito da un miliardo di anime, con una differenza di vedute e di situazioni umane, politiche e sociali, pari forse a quelle che si possono riscontrare tra la Sicilia e la Norvegia, anche a distanze geografiche ravvicinate. Una cosa sono quindi le istanze che muovono le masse in Tunisia, Egitto, Algeria o Marocco, per fare un esempio, altre sono le motivazioni che invece stanno alla base dei fatti di Libia o in Iran o in Siria. In Egitto, per esempio, il vecchio socialismo nasseriano, il panarabismo terzomondista e terzaforzista, si è andato via via trasformando in una oligarchia burocratica oramai attestata su posizioni filo occidentali, in cui la stragrande maggioranza della popolazione vive in condizioni economiche deplorevoli, a fronte di una ricchezza nazionale detenuta in poche, avide mani. Qui una classe medio-bassa, fornita di una buona cultura ed animata da un attento spirito di osservazione dei trend occidentali, il cui ambito di provenienza politico ideologico spazia dal liberalismo progressista all’integralismo islamico,  ha avuto, grazie anche al veicolo informatico, la possibilità di dare adito a passa parola e piattaforme di discussione poi tramutatesi in vere e proprie direttrici per un’incisiva azione antagonista. Le masse hanno qui qualcosa da esprimere, incarnando una quanto mai confusa istanza di cambiamento.

L’esempio dell’Egitto potrebbe essere tranquillamente applicato agli altri paesi del Maghreb sopra citati. Ma con la Libia o la Siria, la cosa assume una piega differente. Qui i regimi sono più o meno rimasti attaccati alle radici dell’irredentismo pan arabo. Muammar Gheddafi, in Libia riuscito a realizzare una grande parte di quelle che erano le aspirazioni del nasserismo. Infrastrutture, opere, un’organizzazione politica per comitati popolari, (organismi volti a porre le fondamenta per la realizzazione di una democrazia diretta) hanno fatto della Libia (ma anche della Siria) un paese all’avanguardia per realizzazioni sociali, sicurezza e benessere nel tormentato e caotico quadro dell’intero mondo arabo.

Certo, a questo mondo nulla è perfetto, manchevolezze ed errori ve ne possono essere ovunque, ma nulla, comunque, rispetto a quanto si è potuto assistere in paesi come l’Algeria. Dalla Libia, come pure dall’Iran, immagini delle “rivolte” ve ne sono molto poche, generalmente riprese da telefoni cellulari e stranamente condite da commenti in perfetto inglese. Le immagini ufficiali, troppo spesso invece, ci mostrano gruppi di teppisti intenti ad incendiare, assaltare, saccheggiare o bersagliare le locali forze dell’ordine. Non abbiamo ancora visto immagini di bombardamenti, ma abbiamo sentito in tivvù evidenti rumori di scambi d’arma da fuoco, il che significa che a sparare non sono solamente le forze di sicurezza libiche, ma anche dei ben armati ed addestrati rivoltosi.

Ora la domanda è: chi o cosa spinge a tutto questo? Strano, ma l’Italia aveva sinora goduto di un’ invidiabile posizione di vantaggio, per quanto riguarda la gestione dell’interscambio commerciale con la Libia e non solo. Importazione di materie prime, appalti, vicendevoli partecipazioni azionarie, avevano fatto della Libia (ma non solo) una specie di cuccagna per le nostre imprese, che a qualcuno Oltreoceano non è andata proprio giù. La difficile situazione finanziaria internazionale, la grave recessione USA, che iniziano a vedere messo in discussione la propria indiscussa supremazia da paesi come  Cina , Iran e Venezuela nel ruolo di bastone tra le ruote, la sempre più frenetica corsa all’accaparramento delle fonti di approvvigionamento energetiche, hanno creato l’idea dell’apertura di una nuova falla geopolitica nel mondo arabo, spingendo sulle contraddizioni determinate da una situazione di intrinseca ed oramai cronica debolezza di quel contesto.

La normalizzazione globalista ora passa attraverso il Vicino Oriente e l’Iran, ove non si può più permettere il perdurare di situazioni economiche di favore verso quell’Europa di cui bisogna, ora più che mai, indebolire la tenuta  economico-sociale. Ed ecco là l’invasione migratoria assumere la possibilità di un esodo biblico in grado di destabilizzare irrimediabilmente un Vecchio Continente, le cui risorse energetiche potrebbero presto finire nelle mani delle Sette, immarcescenti Sorelle, con buona pace dei fregnoni che latrano di un’Europa buona e solidale.

Non se ne voglia male qualcuno se mi permetto di giustificare, condividere e solidarizzare, con il vecchio raìs di Tripoli.  La sua rabbia mi è parsa sincera, il suo coraggio coerente con una sua mai abbandonata fede in una Terza Via Araba, Africana e Terzomondista. Quello suo deve rimanere per noi un luminoso esempio di coerenza, come quello del defunto Presidente Saddam Hussein. Gheddafi ha fatto capire che non intende né nascondersi né fuggire, magari travestito da soldato tedesco, ma rimanere fino all’ultimo al suo posto.  Edificare Rivoluzioni e poi mantenerle, in un mondo come questo, non è facile, anzi. Rendere onore al grande leader libico è oggi più che mai un dovere umano e morale. Sulla scia dei Sandino, dei Nasser, dei Peron, degli Assad, degli Habbash, dei Saddam Hussein, dei Fidel Castro, dei Che Guevara, degli Hugo Chavez e di tutti coloro che ritengono si possa realizzare un socialismo coniugato all’idea di nazione, oggi non si può e non si deve retrocedere da certe posizioni.

Anche se questo non fa trendy, anche se ai “blogger” al servizio del capitalismo apolide questo può non piacere, anche se, i nostrani solidaristi in salsa yankee storcono i nasini di fronte a chi, a suo tempo, seppe risolvere il problema migratorio, sbattendo fuori a calci gli invasori di turno ( anche se questi erano italiani, sic!). E se poi, a rimetterci sarà qualche migliaio di scarafaggi drogati e finanziati da Mammona , beh tanto meglio! Le Rivoluzioni non sono mai state e mai saranno una passeggiata. Chi queste verità non le vuole accettare per un malcelato buonismo, e magari continua a cianciare di socialismi vari, sappia che si pone automaticamente dall’ “altra parte”, quella dei padroni, dei reazionari e dei conservatori, con tutto quello che questa scelta comporta. ( Fonte: www.ariannaeditrice.it

Autore: Umberto Bianchi

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