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Continuare a togliere i soldi dalle tasche dei cittadini vuol dire minori consumi,
quindi minori investimenti, quindi minore occupazione. E così via, in una spirale perversa.
Il governo Monti si accinge a riscrivere le regole del sistema tributario con lo strumento di una legge di delega da parte del Parlamento. Si annunciano così novità importanti come una
diversa e specifica imposta sui redditi d'impresa, mentre per gli immobili si avrà un adeguamento dei valori catastali ai prezzi di mercato pur in un quadro di invarianza del prelievo già
fortemente aumentato con l'introduzione dell'Imu. Altre innovazioni riguarderanno il regime dei controlli e delle sanzioni per rendere più efficace la lotta contro evasione ed elusione fiscali.
Durante il percorso parlamentare della delega si avrà modo di valutare meglio particolari e disegno complessivo del provvedimento.
Non si vorrebbe, però, che con questa iniziativa il governo intendesse dare per scontate e immodificabili le misure tributarie decise nei mesi scorsi sotto la pressione cogente degli
attacchi speculativi sui titoli del Tesoro. Anche se la minaccia di un collasso finanziario dello Stato risulta arginata ma non ancora del tutto scongiurata, sembra arrivato il momento
opportuno per ragionare a mente fredda sui contraccolpi negativi insiti nella manovra d'emergenza. In particolare, per quanto riguarda il serio pericolo che il prezzo del salvataggio della
finanza pubblica possa essere la desertificazione dell'economia reale a causa di un'ulteriore caduta della domanda interna.
Non c'è bisogno di rifarsi ai recenti allarmi della Corte dei conti per sapere che, togliendo ancora più soldi dalle tasche dei contribuenti, si deprime la crescita precipitando in una
spirale perversa. I minori consumi, infatti, scoraggiano gli investimenti e perciò frenano l'occupazione innescando un'ulteriore caduta della domanda con un avvitamento sempre più veloce verso il
basso. Una manutenzione un poco più attenta del peso e della distribuzione dei carichi fiscali introdotti di recente sarebbe un atto doveroso da parte di un governo che dice di voler porre
l'elevata sapienza tecnica dei suoi ministri al servizio della collettività.
Un primo esempio: la giusta volontà di perseguire fiscalmente la rendita fondiaria è stata declinata in modo così distorto da tartassare i beni strumentali dell'attività agricola al punto
da condurre sotto la soglia di sopravvivenza gran parte delle piccole e numerose grandi imprese del settore. Ovvero un pezzo di economia nazionale che, già in seria difficoltà, offre comunque un
rilevante contributo in termini sia di Pil sia di esportazioni. Forse i contadini meriterebbero un ascolto almeno pari a quello dato ai ben più rumorosi (e meno essenziali) tassisti.
Un secondo esempio: la mano pesante sulle accise dei carburanti ha sicuramente garantito risultati di pronta cassa per un Tesoro allo stremo, ma al costo non trascurabile di aver prodotto
maggiore inflazione con conseguente e reiterata frenata dei consumi. Cosicché l'ulteriore aumento dell'aliquota principale dell'Iva prospettato per l'autunno rischia di sommare a quelli provocati
dalle misure d'emergenza nuovi e maggiori effetti depressivi. Sarà anche una buona idea quella di spostare l'attenzione del fisco dalle persone alle cose, ma l'opera al momento risulta
incompiuta: la pressione è salita sulle cose senza diminuire - anzi - sulle persone. A questo punto, salvata l'Italia, è bene che Mario Monti si occupi di salvare anche gli italiani.
( Fonte: L'Espresso [scheda fonte])
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