Contro il lavoro

http://www.stampalibera.com/wp-content/uploads/2013/01/lavoro.jpgArticolo di Furio Stella per Stampalibera

Epica del lavoro: dalla Costituzione ad Auschwitz. Nel mondo due milioni di morti bianche all’anno. Libri da (ri)leggere: dal «Diritto all’ozio» di Lafargue alla «Vita agra» di Bianciardi. Contratti part time: in Olanda uno sue due, Italia fanalino di coda.

Ma sì, ma sì, lo sappiamo che il lavoro è una cosa importante. Non c’è bisogno che ce lo ripetano all’infinito tutti i santi giorni. Né che venga il tizio in tv a ricordarci che sta scritto persino nell’articolo uno della nostra bella Costituzione. Al tizio, semmai, avremmo voluto chiedere come mai, se davvero l’Italia è e si vanta di essere una repubblica fondata sul lavoro, non esiste anche conseguentemente un «diritto al lavoro»: diritto la cui esistenza è contraddetta tutti i giorni dai dati sulla disoccupazione, specie quella giovanile ormai prossima al record del 40 per cento. Ma il discorso che qui volevamo fare è un altro: perché questa sottolineatura, questo «di più», questa vera e propria adorazione per il lavoro che è comune in Italia a dovunque nel mondo? Sì, certo, il lavoro significa utilità sociale, espressione di sé, consapevolezza del proprio ruolo, soddisfazione e sicurezza economica, realizzazione anche. Ma non è sempre così.

 

Anzi, il più delle volte non è affatto così, e c’è la cronaca a ricordarcelo dalle miniere del Sulcis agli altiforni dell’Ilva; ma anche nei campi da coltivare, nei macelli comunali, nei cantieri edili, in catena di montaggio, nei call center, alle casse dei supermercati, insomma dove sono sempre di più i posti di lavoro che si non occupano per scelta (o per vocazione o per diritto allo studio) ma solo per necessità. E cioè perché per vivere serve un maledetto stipendio. Lavori umili, faticosi, in molti casi sottopagati e privi di garanzie economiche e contrattuali. Da cui il sospetto: non solo che il lavoro non nobiliti affatto l’uomo (anzi in molti casi lo degrada) ma soprattutto, con questi continui richiami, con questo continuo incensamento suo e dei suoi effetti salvifici, che siano in molti sotto sotto a marciarci. Guardacaso l’epica massima del lavoro, le frasi più belle, gli slogan più allettanti sono quelli che nel secolo scorso comparivano sulla porta d’entrata del campo di concentramento di Auschwitz – l’«Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi – e anche, cosa un po’ meno nota, su quelle dei loro omologhi della defunta Unione Sovietica. «Il lavoro è una questione di onore, gloria, valore ed eroismo», era difatti la frase di Stalin disseminata agli ingressi di tutto il suo spettrale e tristemente variegato «arcipelago» gulag.

LE MORTI BIANCHE

No, il lavoro non nobilita affatto. Spesso anzi addirittura uccide. Le statistiche mondiali parlano di due milioni di morti all’anno, e di questi due milioni 12 mila sono bambini. In Italia, anche se i dati ufficiali dell’INAIL, l’Istituto degli infortuni sul lavoro, mostrano una tendenza al ribasso, le morti bianche si sono portate via nell’ultimo decennio una media di oltre tre lavoratori al giorno. Nel 2011 sono stati «solo» 920. Ai quali bisogna però aggiungere 725 mila feriti, di cui 30 mila hanno riportato danni permanenti, più altri 25-30 mila che da Taranto a Marghera hanno contratto le cosiddette «malattie professionali». Che significa spesso tumori letali. Morti, incidenti e malattie che, come hanno dimostrato fior di libri e inchieste (non male il «Lavorare uccide» di Marco Rovelli, Bur 2008), sono provocati il più delle volte da buchi nella maglia delle misure di sicurezza, buchi che non hanno altra spiegazione al di fuori della «normale» necessità di facilitare e sveltire la produzione.

DIRITTO ALLA PIGRIZIA

Nell’Ottocento c’era già chi metteva in guardia contro i rischi della produzione e del capitalismo. Ma mentre Carlo Marx preparava con i suoi scritti la strada alla rivoluzione socialista, c’era in famiglia chi non era per niente d’accordo. Per esempio il suo genero Paul Lafargue (1842-1911). «E’ del lavoro che bisogna liberarsi, non del capitalismo», ripeteva Lafargue, che aveva sposato la figlia di Marx e che si potrebbe definire un personaggio poliedrico: giornalista, rivoluzionario, massone e contemporaneamente iscritto all’Internazionale socialista, nonchè autore di un best seller dell’epoca, «Il diritto alla pigrizia» (1887) edito in Italia dalla Feltrinelli ma da anni «temporaneamente» esaurito. Peccato che non si trovi più, perché aldilà dello stile piacevole, il libro ha la capacità profetica di mettere in discussione il dogma produttivo (dunque della crescita e dello sviluppo a tutti i costi) molto più profondamente di quanto non abbia fatto suo suocero con la stesura del «Capitale». Tanto da essere rivalutato oggi dai fautori della Decrescita economica. «Quello di Lafargue è uno degli attacchi più efficaci al lavorismo e al produttivismo», lo applaude difatti Serge Latouche, il guru appunto del movimento «decrescente», secondo il quale la critica marxista si limita a contestare i contenuti (l’accumulazione capitalista come origine di tutti i mali sociali, da cui l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte del proletariato come sua panacea) ma non la sostanza della società basata sul lavoro e dunque sulla crescita indiscriminata.

Che diceva Lafargue? Per esempio che «la passione furibonda per il lavoro trasforma la macchina liberatrice in strumento di asservimento degli uomini liberi (ovviamente la rilettura va ricontestualizzata anche sulle condizioni del lavoro di un secolo e mezzo fa, ma ci siamo capiti, ndr). E’ una pazzia che porta all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie». «Invece di reagire contro questa aberrazione mentale – è il capo d’accusa – i preti, gli economisti, i moralisti, hanno santificato il lavoro». E non mancano certo, dopo più di cent’anni dalla stesura del «Diritto alla pigrizia», spunti di estrema attualità. Lafargue non crede nel «diritto al lavoro» («E’ solo il diritto alla miseria») e sembra già reclamare una sorta di antesignano del «reddito di cittadinanza»: «La fame non è soltanto un mezzo di pressione pacifico, silenzioso, permanente, ma è anche il movente più naturale del lavoro e dell’industria, stimolandone gli sforzi più efficaci». Di più: critica il colonialismo economico e la sovrapproduzione prima ancora della nascita del termine «multinazionali»: «I fabbricanti di cotone – scrive – fanno produrre senza riflettere che il mercato si satura, e che le sue merci non arrivano alla vendita. Così costringono il loro governo ad annettersi i Congo, ad impadronirsi dei Tonkino, a demolire a colpi di cannone la muraglia cinese, per potervi smerciare le loro contonine…». Mette in guardia dall’uso della propaganda: «Il grande problema della produzione capitalista non è più quello di trovare dei produttori e decuplicare le loro forze, ma di scoprire dei consumatori, di svegliare i loro appetiti e di creare dei bisogni fittizi». Accusa già la programmata obsolescenza dei materiali («Tutti i nostri prodotti vengono adulterati per facilitarne lo smercio e abbreviarne l’esistenza») e punta il dito persino sulle contestate «aperture» festive e domenicali di cui si discute oggi: «Per dar libero sfogo alla concorrenza dell’uomo e della macchina, i proletari hanno abolito le sagge leggi che limitavano il lavoro degli artigiani delle antiche corporazioni (nella Francia prerivoluzionaria la Chiesa garantiva 90 giorni di riposo al lavoratore, 52 domeniche più 38 giorni festivi, poi aboliti, ndr) e hanno soppresso i giorni festivi». La soluzione? «Forgiare una legge di bronzo che proibisca a chiunque di lavorare più di tre ore al giorno».

LA VITA AGRA

D’accordo Lafargue. Ma perché non dovremmo parlare allora anche di Luciano Bianciardi (1922-1971), uno che dieci anni prima degli «scritti corsari» di Pier Paolo Pasolini aveva già capito dove sarebbe andata a sbattere l’Italietta del boom economico anni Sessanta? Nel suo «La vita agra» del 1962, il libro che gli dette il successo di cui lui stesso restò poi vittima, lo scrittore-traduttore toscano scrosta la patina dorata delle illusioni di massa e denuncia con grande capacità profetica i limiti del lavoro come unica ragione di vita: la frenesia del consumo, l’omologazione, la ricerca del profitto. «Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha», scrive Bianciardi nelle pagine in cui il protagonista, quasi uno straniero nella Milano dell’improvviso e facile arricchimento, va elaborando «le linee teoriche di un neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio». E prevede, con mezzo secolo d’anticipo, la nascita di quelle che oggi si chiamano Transition Towns: «Agli inizi formeremo appena delle piccole comunità, isolette sparute in mezzo allo sciaguattare dell’attivismo, e gli attivisti ci guarderanno con sufficienza e dispregio. (…) A poco a poco vedremo la nostra isola crescere, collegarsi con altre isole fino a formare una fascia di territorio ininterrotto. E un giorno saranno gli altri, gli attivisti, a ridursi in isola; poche decine di longobardi febbrili aggrappati a rotelle e volani, con gli occhi iniettati di sangue».

PART TIME

Nel dibattito sul lavoro in Italia, o meglio sul lavoro che non c’è, è mancata finora la discussione sull’argomento part time. Curioso, no?, che non se ne parli in un momento in cui con la disoccupazione alle stelle dovrebbe tornare di moda il famoso «lavorare tutti, lavorare meno» degli anni Settanta. E siamo anche d’accordo che di solo contratto parziale, e dunque di stipendio altrettanto parziale, di questi tempi non si vive: eppure per molti lavoratori, specialmente donne – vedi il caso segnalato proprio da Stampa Libera, di Maddalena, la commessa che si è licenziata per non lavorare più di domenica – potrebbe essere qualcosa di molto importante, capace di far coniugare attività e piccola base economica con l’educazione dei figli (perché lavorare di più per poi pagare la baby sitter o la rata della mensa all’asilo?) o una maggior convivialità famigliare o comunque l’esigenza di un maggior tempo libero da dedicare a sé. Non a caso, in un paese come l’Olanda dove i contratti part time riguardano praticamente un lavoratore su due (48%, il record europeo, con più del 90% di aziende coinvolte), sono occupate a tempo parziale ben tre donne su quattro. E non va affatto male neanche in Svezia, Germania e Gran Bretagna (26-27%) con la media di un lavoratore part time su quattro. Al contrario appunto dell’Italia dove, nonostante le cifre siano raddoppiate nell’ultimo decennio, la percentuale di contratti part time si ferma al 14%, dunque addirittura al di sotto della media UE (19%). Perché? Semplice: per rigidità contrattuali a cui non sono esenti, anzi al contrario, responsabilità dirette dei sindacati. Altrimenti non si spiegherebbe perché mai due contratti part time dovrebbero costare alle aziende più di un solo contratto a tempo pieno, e perché di conseguenza non si possa agire rimettendo le cose in equilibrio, per esempio con una defiscalizzazione dei primi. Neanche difficile, in fondo. Peccato che il part time in Italia non occupi le agende governative delle varie Fornero, né dei partiti politici, né di sindacati, movimenti o vari «esperti» di economia. Non se ne parla proprio. Eh già, chissà perché.

Furio Stella

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