Contro i dogmi e contro i confini: 150 anni fa nasceva Tagore

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/cultura/tagore_200_200.jpgCentocinquant’anni fa, esattamente il 6 maggio 1861, nella popolosa Kolkata, meglio conosciuta come Calcutta, nel Bengala occidentale, nasceva, penultimo di quindici figli di un’agiata famiglia, Rabīndranāth (“Signore del sole”, dal sanscrito Ravi, “sole”) Tagore, forse ancora oggi il più noto poeta dell’India, amato e tradotto in tutto il mondo.

Insignito del Nobel per la letteratura nel 1913, non fu solo raffinato, complesso, versatile scrittore (Albert Schweitzer lo definì «un Goethe indiano»), autore, tra poesie, saggi, romanzi, drammi, di una produzione sterminata cui attinse, per i suoi film, un altro grande bengalese come il regista Satyajit Ray (2 maggio 1921-23 aprile 1992), ma anche filosofo, musicista (due suoi motivi sono divenuti inni nazionali rispettivamente dell’India, Jana Gana Mana Ahinayka, “La guida delle menti umane”, e del Bangladesh, Amar Sonar Bangla, “Mio adorato Bengala”), pittore (a quasi settant’anni dipinse circa 2400 opere di notevole valore artistico che esulavano dai canoni usuali, a metà strada tra il figurativo e l’informale, ed ebbero successo sia a New York che in Europa), riformatore sociale, fondatore a Śāntiniketan (lett. “dimora di pace”) nel 1901, in anticipo, quindi, rispetto alle esperienze di Maria Montessori e di Rudolf Steiner, di un centro didattico-educativo, decisamente innovativo per il proprio tempo, mirante a favorire lo sviluppo armonico della personalità.

 

Diede tutto se stesso per una scuola in cui non dovessero esserci divisioni per appartenenze castali o religiose e, oltre alla matematica, al sanscrito, all’inglese, al bengali, si insegnassero tessitura, ceramica, giardinaggio, canto, danza. Da quel nucleo originario, nel 1918 nacque Viśva Bhāratī (lett.“mondo nostra patria”, “voce universale”), un’università a tutti gli effetti affermatasi rapidamente a livello internazionale dove, tra l’altro, nell’anno accademico 1925-26, tennero i loro corsi Carlo Formichi (che si spese molto per fare incontrare, in Italia, Tagore con Mussolini, come sarcasticamente racconterà Gaetano Salvemini) e Giuseppe Tucci (che da lì partì per il suo primo viaggio in Nepal). Da Viśva Bhāratī sono uscite, nel corso degli anni, figure di primo piano dell’arte, della letteratura, delle scienze umane, della politica del subcontinente indiano. Valga, tra tutti, il nome di Indirā Gāndhī.

 

A differenza di Gandhi si mostrò sempre avverso al tradizionalismo e al nazionalismo. Cresciuto in un ambiente culturalmente vivo, in cui, in un clima non convenzionale, il francese, l’inglese, il tedesco s’incrociavano con il sanscrito nonché s’incontravano diverse matrici religiose (il padre, Debendranānath, fu personalità di spicco della Bramo-Samāj, associazione che favorì il cosiddetto “Rinascimento bengalese” proponendosi di riformare i costumi induisti tramite il rifiuto di assurde pratiche come il rogo delle vedove, satī, sulla pira del marito), fu un autentico laico, un universalista, un transnazionalista, convinto fino all’ultimo (morì il 7 agosto1941) che le radici della propria terra dovessero trarre linfa dal confronto con altri mondi. Non è casuale che vedesse, ad esempio, nella massoneria un valido mezzo di integrazione tra culture diverse e che il 17 dicembre 1924 ricevette una prestigiosa onorificenza dal Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Argentina.

 

Riluttante nei confronti della connotazione nazionalistica assunta dal movimento per l’indipendenza dell’India e dell’istintivo conservatorismo dimostrato da Gandhi per le antiche tradizioni del paese, Tagore voleva che il suo popolo non fosse vincolato ad antichi retaggi ma guardasse in avanti accogliendo favorevolmente i progressi della scienza e della tecnologia e togliendosi di dosso il fardello di insopportabili comportamenti superstiziosi e anacronistici. Contestò fortemente l’enfasi politica data da Gandhi all’uso dell’arcolaio, charka, trovando inaccettabile l’idea di un paese inchiodato a girare “la ruota di un’invenzione antiquata”.

 

Nonostante si stimassero moltissimo (fu proprio Tagore a coniare per Gandhi l’appellativo di Mahatma (“grande anima”), i due avevano su svariate questioni posizioni radicalmente contrastanti. Gandhi riteneva che gli idoli fossero necessari per le masse, Tagore li aborriva, non potendo sopportare che gli uomini fossero sempre considerati come bambini. Il primo diede eccessiva importanza all’astinenza sessuale, il secondo si espresse senza remore a favore della contraccezione e della pianificazione familiare. Quando nel gennaio del 1934, la regione del Bihar venne colpita da un terremoto devastante che provocò migliaia di vittime, Gandhi affermò si trattasse di «un castigo mandato da Dio per i nostri peccati» (tra cui, l’intoccabilità). Tagore, da parte sua, rigettò vivacemente questa interpretazione di un evento calamitoso, sostenendo, invece, che per comprendere i fenomeni naturali non servono sciocchi pregiudizi ma strumenti offerti dalla scienza.

 

Amartya Sen (anch’egli bengalese e formatosi a Śāntiniketan), nel libro L’altra India (Mondadori, 2005, pp. 108-109), riporta un aneddoto sintomatico.

 

Nel corso di una visita di Gandhi alla scuola di Tagore, una ragazza chiese al leader nonviolento di lasciarle un pensiero sul quaderno. Gandhi scrisse: «Non fare mai una promessa frettolosa, ma quando l’hai fatta mantienila a costo della vita». Quando Tagore lo lesse andò su tutte le furie e appuntò, a sua volta, nello stesso quaderno, che nessuno avrebbe dovuto farsi «prigioniero per sempre con una catena d’argilla» aggiungendo subito dopo: «Getta via la tua promessa se scopri che era errata».

 

Ecco, Tagore fu essenzialmente un antidogmatico, un uomo libero che dedicò la propria vita a dimostrare che non esistono, né possono esserci, limiti, barriere insormontabili tra Oriente e Occidente e che l’aspirazione principale di ogni essere è la libertà. Viaggiò molto, instancabilmente. A diciassette anni il padre lo aveva già mandato a continuare gli studi in Inghilterra e fu segnato significativamente da quel periodo non mancando mai di rimarcare che la nozione stessa di libertà è stata compiutamente analizzata da pensatori inglesi, dal liberalismo della politica inglese dell’Ottocento. Girò in lungo e in largo i continenti portandosi, dietro l’apparente serenità e l’aspetto ieratico che lo contraddistinguevano (era alto, con il naso aquilino, lunghi e ondulati capelli, barba fluente, mani affusolate, sguardo carismatico ed era solito indossare una tunica bianca), ferite insanabili per la perdita, a breve distanza di tempo, tra il 1902 e il 1907, della giovane moglie, Mŗņālinī, alla cui immagine rimase sempre fedele, della secondogenita (ebbe cinque figli), Reņukā, per tubercolosi, del figlio undicenne spentosi, tra le sue braccia, a causa del colera. Si dice che, anche in seguito a queste vicissitudini, dormisse poco, molto poco, talvolta tre o quattro ore per notte e che il dolore, anziché distruggerlo, avesse contribuito a sospingerlo ulteriormente verso una religiosità onnipervadente fondata sull’adesione ad una verità eterna sì ma non impositiva.

 

«La verità - scrisse citando le Ishopanisad - è allo stesso tempo finita ed infinita, è dinamica e tuttavia non lo è, è lontana ed anche vicina, esiste in tutte le cose ed anche senza di esse» (in La religione dell’uomo, tr. it. F. Paggi, Sansoni, 1961, p. 99). E, ancora: «Nella libertà di coscienza l’uomo realizza la sua unità con il suo essere più grande, completandosi in una vita dedicata ad una verità sempre maggiore e ad un amore sempre più attivo» (ivi, p.35). Il suo lascito più alto, come ha rilevato Amartya Sen, sta tutto racchiuso nell’esortazione a mantenersi sempre interiormente liberi: è nell’apertura critica che si radica il migliore baluardo a qualsiasi forma di intolleranza e fondamentalismo. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

Autore: Francesco Pullia

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