Come NON pagare le tasse

http://www.stampalibera.com/wp-content/uploads/2013/04/star.jpgAgli appassionati di finanza, economia, flussi monetari, multinazionali, ecc. consiglio vivamente la visione del documentario che allego sotto: “The tax-free tour” (il giro senza tasse). Con una serie di interviste, condotte in giro per il mondo, viene fatto vedere come le maggiori corporations del mondo (91 fra le prime 100 hanno società nei paradisi fiscali!) riescano ad eludere le tassazioni dei paesi in cui operano e a spostare i profitti dove non vengono tassati per nulla o con percentuali irrisorie.

In Olanda, ad esempio, i profitti da proprietà intellettuale non sono tassati che ad un misero 1-2% (la cifra esatta non è nota, si fanno trattative riservate con l’amministrazione fiscale), per cui esistono interi palazzi di “email-company“, compagnie fantasma che hanno una email, un indirizzo fisico, magari anche un numero di telefono (a cui risponderà una segreteria o magari anche una persona in carne ed ossa, con l’inoltro delle chiamate si può far rispondere in qualunque parte del mondo una chiamata “apparentemente terminata” in Olanda), ma di fatto sono assolutamente scatole vuote. Scatole vuote che però fanno enormi profitti, drenandoli da quelli delle compagnie a cui appartengono, dove sarebbero tassate molto di più. Ma la cosa più divertente è che si può far passare per proprietà intellettuale qualsiasi cosa. Uno pensa: la tipica proprietà intellettuale è il software; ma se io faccio scarpe oppure ho una catena di ristoranti, che c’azzecca (per dirla alla Di Pietro) con la proprietà intellettuale?

Errore! Si vede che non lavorate in una delle quattro grandi società di consulenza, le big four (McKinsey, Ernst&Young, Deloitte e KPMG) dove l’unico limite è la fantasia. Sì perchè ad esempio la Starbucks, la famosa catena di coffee-bar, come potrebbe dirottare i suoi utili in Olanda, se non con la proprietà intellettuale? Il caffè/cappuccino sono

  1. prodotti nel paese dove si trova il bar;
  2. pagati nel paese dove si trova il bar;
  3. consumati nel paese dove si trova il bar.

Se esiste un principio di località della fiscalità, questo dovrebbe essere il caso meno “eludibile“. E invece… invece la Starbucks si è inventata un prodotto: un “Frappuccino“, misto fra frappè e cappuccino, e i diritti derivanti da questa “invenzione” li ha passati ad una società (ovviamente controllata al 100%) che, guarda caso, sta in Olanda. E la catena Starbucks in UK sono 15 anni di fila che in quel paese è in perdita.

Divertentissima la scenetta della commissione parlamentare inglese che, chiamati all’esame i rappresentanti delle multinazionali, li maltratta (e loro, buoni, si lasciano maltrattare, ovvio) per i loro comportamenti antisociali (=che eludono le tasse). Con Google, Amazon e Starbucks in prima fila, la “maestrina” che li riprende, e irride i loro maldestri tentativi di giustificare i loro comportamenti. Addirittura alla fine, di fronte alla specifica domanda: “Siete d’accordo che rientra fra i doveri verso la comunità di una società quello di pagare le tasse?” e tutti rispondono: “Sì, certo“, e continuando: “… e che queste tasse vanno pagate nei paesi dove si opera?“, mentre i rappresentanti di Amazon e Starbucks rispondono a testa bassa “Sì, certo“, quello di Google ci prova: “I profitti vanno tassati nei paesi dove l’attività che ha generato quei profitti si è tenuta…” e la commissaria, senza lasciarlo finire, lo interrompe ridendo: “Sì, alle Bermuda!!!!” (la sede di Google) con la risata generale della sala e l’omino Google che si zittisce e se potesse si sotterrerebbe.

Insomma, un documentario illuminante, per noi che siamo costretti a pagare tutto, anche di più del necessario, se il fatturato e il porfitto della nostra attività, in questi momenti di crisi, non rientra nei parametri degli studi di settore (caso unico al mondo: per dimostrare che NON evadi, che sei innocente, l’onere della prova sta a te: ma che discorsi sono? Come faccio a provare che NON ho evaso, se il mercato è in calo e il giro d’affari è diminuito?)

 

PS: per i più bravi, c’è anche un gioco online per vedere se avete la stoffa del consulente: scegliete una multinazionale, e spostate, in base ai diversi tipi di utili e di tassazioni, le operations e le attività in giro per il mondo. Impegnatevi però: in tempo di crisi lavorativa, se siete bravi non è detto che non vi assumano in una società di consulenza d’alto bordo. Il gioco si trova qui.

 

Fonte: http://www.stampalibera.com/

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