Chirurgia: guardare con occhi nuovi

I danni alla cornea, per malattie degenerative o incidente sono la seconda causa di cecità in assoluto (dopo la cataratta). Si stima che nel mondo ne soffrano circa 10 milioni di persone, solo una parte delle quali riesce ad effettuare un trapianto d’organo proveniente da una persona deceduta.

C’è carenza di donatori: solo negli Stati Uniti beneficiano degli organi provenienti da cadaveri 42.000 persone, altre 10.000 cornee vengono esportate nei paesi dove c’è maggiore penuria. Sono state fatte delle sperimentazioni con sostituti in plastica, ma non hanno funzionato molto bene, causando allergie e perfino danni alla retina.

Secondo una studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine, però, la soluzione potrebbe essere vicina. Un team internazionale composto da ricercatori americani, canadesi e svedesi guidati dalla dottoressa May Griffith, ha sperimentato l’utilizzo di cornee sintetiche, ottenute a partire da fibre di collagene umano, su dieci pazienti fra 18 e 75 anni, sofferenti di gravi patologie degenerative come il cheratocono, che porta al progressivo assottigliarsi dell’organo e alla cecità.

I risultati sono stati in gran parte positivi: in 6 pazienti su 10 la vista è migliorata, in alcuni casi anche di quattro volte tanto, in due casi non c’è stato alcun cambiamento e in altri due la visione è peggiorata.

Inoltre, a differenza delle cornee di cadaveri, questo tipo di cornea artificiale non ha provocato fenomeni di rigetto, né ha comportato l’utilizzo di farmaci per diminuire le difese immunitarie. Dopo due anni dal trapianto i nervi attorno alla cornea erano ricresciuti, ripristinando la sensibilità dell’organo e in gran parte la lacrimazione.

“Questo approccio potrebbe aiutare a ridare la vista a milioni di persone”, ha affermato Griffith. Restano tuttavia dei dubbi sull’efficacia reale delle cornee sintetiche (sette pazienti hanno riscontrato problemi di “aloni” nell’area di sutura fra l’impianto e il tessuto). Dieci persone e soli due anni di feedback sono dei numeri troppo bassi per arrivare a conclusioni certe; a breve partirà la sperimentazione su campioni più ampi, composti da 20-25 pazienti. ( Fonte: http://smartercity.liquida.it)

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