Cervello “vecchio” fa buon brodo: le cose che facciamo meglio dopo i 40 anni

http://www.vividavvero.net/blog/wp-content/uploads/2010/08/potere-della-mente-.jpgE se avere vent’anni non fosse esattamente un vantaggio? Un libro di Barbara Strautch dal titolo emblematico “I tuoi anni migliori devono ancora venire” prende apertamente le difese dei “cervelli di mezza età”, tutte quelle persone di 40-50 anni solitamente meno considerate da film, romanzi e richieste di mercato.

 

Dati alla mano l’autrice dimostra che il cervello delle persone di mezza età funziona spesso meglio di quello dei più giovani: non si tratta, però, del solito discorso della maggiore “esperienza” ma di fatti meramente neurologici.

 

Nel saggio della Strauch, scrive Tommy Cappellini sul Giornale, “vengono ribaltati molti luoghi comuni che vogliono i «maturi» sempre sulla via del tramonto, tra memoria che impercettibilmente si inceppa su informazioni banali e problemacci sessuali più immaginari che concreti, con sullo sfondo le nuove generazioni che- a un primo sguardo- se la cavano molto meglio di loro, come nel multitasking tecnologico”.

 

Tutto si basa su di uno studio americano condotto su migliaia di persone che mostrerebbe come, contrariamente a quanto comunemente creduto, il cervello continua a svilupparsi per tutta la vita e alcune sue aree funzionano meglio nella “maturità”.

 

“Tra i 40 e i 60 anni – spiega Cappellini – si sono rilevati punteggi superiori che nei ventenni nelle aree relative al ragionamento logico e alla memoria verbale: si diventa più bravi, insomma, a cogliere l’essenza di un problema e a mettere in atto una strategia per risolverlo. Nelle corso delle ricerche sui giocatori di scacchi e di bridge si è appurato che, se il gioco dipende esclusivamente dalla velocità, i giocatori più giovani vincono, ma pure che, in una partita vera, i giocatori più anziani battono i giovani. Gli stessi risultati si sono ottenuti con i controllori del traffico aereo e piloti: i piloti più anziani erano migliori nel compito effettivo di evitare le collisioni tra gli aerei”.

 

Quanto ai “vuoti di memoria” per l’autrice non solo preoccupanti: lungi dall’essere un sintomo dell’invecchiamento, sono semplicemente legati all’indebolimento di alcune connessioni dovute al mancato uso (ci dimentichiamo i nomi che usiamo di rado). ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

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