" Ce l'ho fatta ad arrivare a Harvard, ecco come" di Marco Braghieri

Giuseppe Mazziotti è uno degli unici due italiani selezionati nel 2011 per una “fellowship” al Berkman Center for Internet and Society dell’università di Harvard. Partito dall’Italia, ha insegnato a Copenhagen, fatto ricerca a New York e ora approda in «una comunità di professori e ricercatori probabilmente senza confronti nel resto del mondo». Studia diritti digital e la sua ricerca riguarderà le cause europee subite da Google per violazione del copyright.

Come si diventa fellow di Harvard? Che cosa significa concretamente?

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Nel mio caso, la fellowship di Harvard è arrivata dopo un anno di lavoro e ricerca alla Columbia University di New York, con il generoso sostegno dell’Università di Copenhagen, e dopo varie pubblicazioni internazionali e collaborazioni a progetti europei in materia di diritto d’autore, diritto dell’informazione e delle nuove tecnologie. Sono molto in debito con il Centro NEXA del Politecnico di Torino, e in particolare con Marco Ricolfi e Juan Carlos de Martin, che mi hanno sempre incoraggiato e coinvolto nel loro lavoro sulle licenze Creative Commons e su temi avvincenti riguardanti Internet e il diritto nel suo complesso. A Harvard avrò la possibilità di sviluppare la mia ricerca nell’ambito di una comunità di professori e ricercatori probabilmente senza confronti nel resto del mondo, e di poter esporre i risultati del mio lavoro a una platea globale di lettori e critici. Il lavoro avrà una dimensione tanto individuale quanto di gruppo.

 

Quando e perché hai scelto di andare via dall’Italia e andare a insegnare a Copenhagen?

 

Nell´autunno del 2008. Si è trattato di una scelta quasi obbligata, quando ho deciso di mettere in qualche modo a frutto il dottorato di ricerca conseguito all’ Istituto Universitario Europeo (IUE) di Firenze. Sapevo che, volendo restare in Europa, avrei dovuto cercare un lavoro nelle università del nord Europa: Inghilterra, Olanda o Scandinavia. Prima di iniziare all’Università di Copenhagen, ho lavorato due anni con lo studio legale Nunziante Magrone a Roma, con cui collaboro ancora e con il quale ho oggi rapporti eccellenti. Lo studio mi lasciò grande libertà nello sviluppare le mie idee le mie ricerche e nel curare le pubblicazioni più importanti, dandomi la possibilità di rafforzare il mio profilo a livello internazionale. Posso senz’altro dire che il mio distacco dall’Italia, almeno professionalmente, è iniziato sin dai tempi del dottorato, che ho conseguito in una università non italiana nella quale ho beneficiato di un ambiente internazionale, molto libero e meno gerarchico di quello italiano. Probabilmente non avrei intrapreso la carriera accademica se non avessi ottenuto una borsa di studio all’IUE. La situazione che avevo di fronte all’Università di Perugia, dove mi sono laureato, non era incoraggiante e non avevo prospettive di lavoro concrete. A Copenhagen lavoro da due anni e mezzo e ho ancora un anno di contratto davanti a me. Poi si vedrà.

 

Pensi di ritornare in Italia, una volta conclusa la tua esperienza negli Stati Uniti?

 

Sarebbe bello tornare in Italia a lavorare, anche perché devo tutto al sistema di istruzione pubblico e gratuito del mio Paese, e vorrei in qualche modo ripagare l’investimento che l’Italia ha realizzato per me. Non vedo però al momento grandi possibilità, almeno per un lavoro stabile in ambito accademico. Sono però felice di collaborare, ormai da anni, con le università di Sassari e Roma Tre, che mi hanno permesso di sviluppare attività didattiche anche in Italia.

 

Dal tuo punto di vista, qual è lo stato dell’università italiana?

 

Secondo me siamo a un punto di svolta, anche perché il sistema è economicamente al collasso, e chi può fugge all’estero (studenti compresi). La recente riforma dell’università potrebbe portare delle novità nel sistema di reclutamento dei docenti, ma molto dipenderà dai decreti di applicazione della riforma Gelmini e dalla volontà effettiva delle università di eliminare (o ridurre il più possibile) malattie endemiche quali il nepotismo, l’assenza di meritocrazia e di pari opportunità e l’inefficienza amministrativa. Vorrei sottolineare con forza, però, che questi non sono problemi propri del solo sistema italiano, ma di tutti quei sistemi di istruzione prevalentemente pubblici in cui mancano sistemi di verifica della produttività e di valutazione periodica dell’efficienza e della qualità dell’insegnamento e della ricerca. Tali sistema dovrebbero premiare o penalizzare - a seconda dei casi - i singoli docenti e le singole università, innescando meccanismi virtuosi di responsabilizzazione, disincentivando, soprattutto da un punto di vista economico, favoritismi e sprechi di ogni sorta. Raccomando a chiunque sia interessato al tema la lettura di un bel libro di Roberto Perotti, l’Università truccata, che spiega benissimo quali siano i problemi da risolvere e quali potrebbero essere le soluzioni più efficaci per far ritornare l’università italiana allo splendore del passato.

 

Quale è il suo giudizio sullo stato della discussione sul copyright in Italia?

 

A mio parere, il dibattito italiano sul diritto d’autore riflette grosso modo le posizioni prese a livello europeo e internazionale dai vari portatori di interessi. C’è però in Italia la tendenza, che non è solo propria di questo ambito, a lasciar fare e sviluppare le cose a persone senza alcuna competenza in materia. Quando, nell’ultimo decennio, la politica italiana si è occupata di diritto d’autore e dell’impatto delle nuove tecnologie dell’informazione sulla creatività e sulle tecniche di remunerazione degli autori e degli altri aventi diritto lo ha fatto con gravissima superficialità, senza fare tesoro delle eccellenze che l’Italia si ritrova a tutti livelli: tecnico-giuridico, imprenditoriale e tecnologico. Ciò è il risultato dell’italica gerontocrazia e di uno strano ma irreversibile principio secondo cui alla fine le persone in Italia finiscono quasi sempre per fare ciò che per cui non sono affatto tagliate. Per esempio: com’è possibile che il Governo nomini un novantenne (dal grande passato, senza dubbio) commissario straordinario della SIAE, nel momento forse di maggior crisi d’identità e di funzioni di questa prestigiosa istituzione? Come vuole che all’estero ci prendano sul serio se continuiamo a trattare questioni tanto delicate in questo modo?

 

La “pirateria”, se opportunamente "gestita" da parte dell’industria culturale, può diventare un paradigma di distribuzione diversa dei contenuti, che magari sviluppi i cosiddetti mercati collaterali?

 

Secondo me è necessario e urgente un approccio diverso al problema del file-sharing illegale. Quella che definisce “pirateria” non è gestibile se non con l’adesione degli utenti a forme di licenza (o autorizzazione) collettiva e di remunerazione degli autori, degli artisti interpreti e delle case discografiche alternative alle attuali. Al momento le grandi multinazionali della discografia preferiscono un approccio di tipo sanzionatorio e inevitabilmente persecutorio nei confronti degli utenti non autorizzati, presi individualmente: ciò al fine di scatenare un effetto deterrente quanto più forte possibile e indirizzare così gli utenti verso forme di accesso legittimo ai contenuti digitali. Il punto è che, almeno in Europa, le forme di utilizzazione legittima di contenuti musicali e audiovisivi - soprattutto per un problema di frammentazione nella gestione dei diritti d'autore - non sono abbastanza innovative e flessibili: per esempio Spotify è disponibile in pochi paesi, e servizi quali gli americani Pandora (musica) e Netflix (cinema e televisione) sono al momento improponibili in Europa. Qualcosa si muove però in questo ambito. L'avvento del c.d. cloud computing e dei social networks sta convincendo sempre più gli utenti a migrare (con i propri contenuti digitali) su piattaforme gestite da soggetti (per es. Google-YouTube, ma anche Apple ormai) con i quali l’industria musicale, cinematografica e televisiva può più facilmente trovare accordi di compensazione economica.

 

L’oggetto della sua ricerca sono i casi di infringment del copyright contro Google in Europa. Quali sono i casi più significativi?

 

I casi ormai sono molti, e riguardano quasi tutti i servizi offerti da Google e non solo il diritto d’autore ma anche il diritto dei marchi: Google News (Belgio), Google Books (Francia), YouTube (Spagna, Italia, Germania), Adwords (Francia, per i marchi), etc. Premetto che il mio approccio sarà quanto più possibile neutrale, nel senso che cercherò di non prendere le difese di nessuno. Google è, senza dubbio, l’impresa più intelligente, innovativa e profittevole dell’ultimo decennio, ma gli attacchi che sta subendo in tutta Europa dimostrano un alto grado di conflittualità con i proprietari dei contenuti di cui Google permette la ricerca, la memorizzazione e la comunicazione al pubblico. I sistemi europei di diritto d’autore, ancora non del tutto omogenei nel contesto dell’Unione Europea, paiono porre ostacoli di natura giuridica ben più consistenti rispetto a quelli che, per gli stessi servizi, Google deve affrontare negli Stati Uniti. Mi interessa capire fino a che punto, almeno in Europa, a un intermediario ormai dominante e praticamente ubiquo su Internet sia consentito sviluppare i propri servizi di comunicazione senza doverne condividere in qualche modo i proventi con i titolari di copyright. Per Youtube Google ha ormai sviluppato un vasto sistema di autorizzazioni e licenze con gli aventi diritto, che copre i caricamenti degli utenti, nella logica del Web 2.0. Per le altre piattaforme invece il processo di legalizzazione è ancora in corso e i casi che ho citato sono una prova della difficoltà di tali negoziazioni. ( Fonte: www.linkiesta.it)

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