Caso Ruby, i poliziotti raccontano la notte di Berlusconi

La descrivono come una notte “folle”. Con personaggi degni di un film tra lo spionaggio e il pecoreccio. Prima la minorenne che arriva in questura “vestita come se andasse al mare”, e con l’aria a metà tra quella della “donna consumata e della bambina”. Poi la telefonata di una “brasiliana dal mestiere incerto”. E poi, incredibile a dirsi, le ripetute pressioni del premier che chiama il capo della Questura tira fuori la storia della nipote di Mubarak, per poi inviare una consigliera regionale “vestita da pin up” a prelevare la ragazza.

Personaggi da avanspettacolo

Se non fosse accaduto realmente, il racconto dei funzionari della questura che la notte tra il 27 e il 28 maggio hanno assistito al primo atto del Rubygate sembrerebbe inventato, con il suo susseguirsi di personaggi da avanspettacolo e funzionari tra l’irritato e l’impaurito. Quello che però più li infastidisce, è che ora che il primo capitolo della vicenda si è chiuso, i guai, alla questura milanese, non sono ancora finiti.

L'intervista

Lo racconta a Il Fatto Quotidiano un poliziotto che quella notte era in servizio, suo malgrado, (“maledetto il giorno che mi sono segnato per il turno di notte...”), e che era di fronte ai funzionari quando dall’alto piombavano le telefonate.

Quante rogne

Da quel giorno, racconta il poliziotto, che chiede di restare anonimo, per loro ci sono stati solo problemi: “Non sapete quante rogne abbiamo avuto: le indagini, i giornalisti, i superiori che non vogliono che parliamo con nessuno, e adesso tutti sono con i nervi tesi, perché pezzi grossi della polizia compaiono negli atti”. Primo tra tutti il capo della Questura, destinatario delle pressioni di Berlusconi, poi il funzionario che ha acconsentito a fare rilasciare Ruby nonostante la procedura anomala. Infine i poliziotti, che hanno fatto scoppiare il bubbone.

"Non è un circo"

Nonostante ciò, quelli che hanno informato il magistrato Annamaria Fiorillo dell’insolito rilascio di Ruby, non si dicono pentiti: “La legge deve essere uguale per tutti”, spiega l’intervistato al cronista de Il Fatto, per poi aggiungere, “che credono che siamo, un circo Barnum, un teatrino di avanspettacolo?”.

La legge è uguale per tutti

L’uomo è allibito nel descrivere cosa accadde quella notte, specie quando racconta del presidente del consiglio che “tira fuori Mubarak” e chiama “12, dico dodici volte!” per ottenere il rilascio di una minorenne marocchina, di cui fornisce false generalità. Lui, che guadagna 1.500 euro al mese, “dopo aver visto certe cose ho pensato di mollare tutto”. Invece non l’ha fatto, e ha seguito la legge. Perché, appunto “la legge è uguale per tutti. Anche grazie al nostro lavoro”. ( Autore: Giulia nitt/ Fonte: www.ilsalvagente.it)

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