Carlotto: «La ‘ndrangheta nel Nord Est? Il nuovo laboratorio criminale»

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/intervista/massimo_carlotto_in_trento_2009_01_200_200.jpgLa ‘ndrangheta conquista il Nord, come un virus s’insinua nell’economia e infetta tutto ciò che tocca. E la ‘ndrangheta è la protagonista del nuovo romanzo di Massimo Carlotto, “Alla fine di un giorno noioso”, ambientato nel Nord Est: un noir moderno, veloce, crudo, dai colori scuri e lucidi. Con Carlotto, a Caffeina Cultura, il festival letterario di Viterbo, abbiamo parlato del libro, ma soprattutto di mafie al Nord.

 

Carlotto, in Alla fine di un giorno noioso ritorna Giorgio Pellegrini, l’ex terrorista protagonista di Arrivederci amore, ciao. Ora ha una vita totalmente nuova, diventa una persona “normale”. Perché questo ritorno?

Perché era un personaggio straordinario per raccontare le trasformazioni criminali nel Nord Est italiano. Giorgio Pellegrini, in Arrivederci amore, ciao, vuole ritornare all’interno della società, a essere una persona rispettata, e commette qualsiasi tipo di reato per riuscirci. In Alla fine di un giorno noioso vede in pericolo la sua dimensione sociale, che ha conquistato in dieci anni, e commette ogni nefandezza per difenderla. Pellegrini è convinto di essere una persona perbene, un cittadino modello: gestisce un ristorante alla moda, e pensa di non aver fatto niente di male: ha evaso le imposte, ma chi è che non lo fa in questo paese? Ha gestito un giro di escort, ma chi è che non lo fa in questo paese? Insomma, pensa di fare cose abbastanza normali.

 

Questa volta Pellegrini incontra la ‘ndrangheta. Che c’entra la 'ndrangheta con un romanzo noir?

Mi invento i personaggi, sono inventate le ambientazioni, ma le dinamiche criminali che racconto sono vere. Da tempo avevo voglia di scrivere un romanzo sul “terziario della criminalità”, espressione nata da uno studio di Oxford sulla criminalità. Stavo girando le università inglesi perché m‘interessava vedere i figli dei mafiosi cinesi o russi che fanno i master sul mercato immobiliare. Il mondo è cambiato e ormai, come dice anche la Direzione Distrettuale Antimafia, i mafiosi sono professionisti. Questo è un cambiamento epocale. A Oxford scopro questo studio pazzesco sul terziario del crimine che parte dagli anni sessanta con l’arrivo della ‘ndrangheta a Torino e il rapporto tra la mafia calabrese e l’indotto della Fiat. Il terziario dell’economia ci aiuta a capire quello che sta succedendo in questo paese: da un lato ci sono le organizzazioni criminali globalizzate, in mezzo c’è una zona grigia e poi dall’altra parte c’è la società. La zona grigia è fatta dal terziario, di gente che non nasce criminale: sono professionisti che si prestano al crimine. La figura del faccendiere è una di queste figure. Oggi l’obiettivo delle culture criminali più mature è quello di conquistare grandi spazi in tre ambienti: imprenditoriali, finanziario e politico. Senza questi tre ambienti è impossibile riciclare il denaro. Siccome non vogliono più riciclare perdendo soldi, l’unico modo per portare a casa tutti i soldi guadagnandoci è investire negli appalti e nelle grandi infrastrutture. Nasce l’importanza strategica di avere gli agganci giusti, per questo la politica è il nuovo crimine creativo.

 

La crisi ha favorito la penetrazione della criminalità nel tessuto economico del Nord. Gli imprenditori e i politici del Nord sono consapevoli di avere a che fare con la ‘ndrangheta o sottovalutano il problema?

Molto spesso sottovalutano il problema. La crisi sicuramente è stata usata come un grande canale per riciclare denaro. Il Nord Est è un territorio che finge di non conoscere il problema perché nessuno ne parla, anzi è negato. Poi vai in giro per il mondo e vedi che studiano il Nord Est come nuovo laboratorio della criminalità organizzata, perché è una zona di confine, una porta con l’Est Europa. La ‘ndrangheta, dalla Lombardia si è spostata nel Veneto, deputato a essere una zona di riciclaggio. Ma non riesci a riciclare se non hai aziende, banche, politici a “disposizione” e, soprattutto, una dimensione di corruzione enorme. Il corrotto non è più un individuo singolo ma una consorteria. Se vuoi fermare l’infiltrazione mafiosa, puoi farlo solo se elimini questa zona grigia corrotta.

 

Leggendo i giornali, la realtà spesso vi ruba il mestiere. Per uno scrittore noir è una difficoltà in più o vi semplifica il mestiere?

La storia criminale diventa una scusa per raccontare una realtà sociale, politica, economica che circonda gli avvenimenti narrati nel romanzo. Il noir è un romanzo sociale perché racconta ambienti e situazioni; racconta questo paese che ha un rapporto perverso con la verità. Noi autori noir ci siamo ritrovati a gestire un’eredità molto grossa, quella della scomparsa del giornalismo d’inchiesta. Oggi nessuno fa più inchieste sulla criminalità, se non dopo: quando raccontano che una rete mafiosa è stata smantellata, raccontano una cosa che già non esiste più. Il problema è raccontare ciò che avviene prima. In questo paese ai giornalisti viene impedito di fare il loro lavoro. Per questo noi scrittori noir ci siamo trovati in una situazione molto particolare: i lettori hanno cominciato a chiederci di raccontare in qualche modo la realtà; quello italiano è un fenomeno unico in Europa. Ora sono bombardato da richieste di valsusini che mi chiedono di raccontare la vicenda Tav, opera che non serve a nulla, una grande infrastruttura che si vuole fare con una mancanza di trasparenza assoluta sull’uso dei fondi, con inchieste in cui emerge la presenza della ‘ndangheta. Certo, i noir non sono inchieste travestite, ma romanzi veri e propri che tentano di raccontare questo paese. Nel paese c’è un desiderio insopprimibile di conoscere la verità che ci è negata. Oggi sta passando un discorso pericoloso: la tv, con tutti i suoi programmi e talk sui delitti di nera, ci fa credere che quella è la criminalità, che quello è il crimine. Un crimine che ha sempre una dimensione individuale e mai sociale, un crimine che non è organizzato. Insomma, è passato il messaggio che la mafia ormai è buona perché non ammazza più, quindi ci si può convivere. È un messaggio molto pericoloso, perché in realtà la mafia sta invadendo vasti territori della nostra società. Che fare? Dobbiamo aprire il conflitto, bisogna reagire. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

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