Capolavori della Nostra Letteratura: Uno, nessuno e centomila

http://www.italica.rai.it/argomenti/grandi_narratori_900/speciale_pirandello/img/pirandello_152_2.jpgUltimo romanzo di Pirandello, pubblicato nel 1926, "Uno, nessuno e centomila" è una sorta di riepilogo di tutta l’attività narrativa e teatrale dell'autore, che lo definisce il "più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita".

 

Vitangelo Moscarda, detto Gengè, scopre un giorno, guardandosi allo specchio, di avere il naso lievemente storto; da questa banalissima constatazione, riguardante l’altrettanto banale difetto fisico, nasce in lui la consapevolezza di essere visto e giudicato dagli altri in modi molteplici e differenti, di essere visto in “centomila” prospettive diverse ed inconciliabili. La ricerca di un’immagine obiettiva di sé lo porterà progressivamente alla rovina. Nel tentativo di trovare una propria identità, Gengè inizia a commettere azioni impreviste, per stravolgere le convinzioni che gli altri si son fatti sul suo conto: ora è crudele ora generoso, ora disinteressato ora egoista, fino a comunicare la propria “pazzia” ad un’amica della moglie che, durante un singolare amplesso, lo ferisce con un colpo di pistola. Continuando ad opporsi alla “finzione” della società, Vitangelo Moscarda finirà in un ospizio per il resto dei suoi giorni e scoprirà, con amarezza, che l’uomo è immerso in un continuo flusso di morte e rinascita; l’unica immagine possibile di sé consiste nelle cose, nella natura, nell’aria che riflettono e rendono eterna la parte veramente viva d’ogni creatura. Una volta giunto ad esser ritenuto pazzo, Vitangelo si dichiara soddisfatto di questa conclusione che “non conclude”, accetta di rinascere "nuovo e senza ricordi: vivo e intero… in ogni cosa fuori", totalmente escluso dalla vita sociale e dalla visione comune degli uomini.

Nel costruire il protagonista di "Uno, nessuno e centomila", Pirandello esprime la propria filosofia al massimo delle sue potenzialità: Vitangelo Moscarda è il personaggio più “smontato” e più carico di autoconsapevolezza del mondo pirandelliano, assorbe in sé e supera tutti i protagonisti dei romanzi e delle novelle dello scrittore ed anche il testo recupera materiali accumulati nel corso degli anni.

Attraverso lo stile spesso involuto, dal ritmo spezzato, con monologhi intessuti d’interrogazioni ed esclamazioni (si pensi ad esempio al soliloquio di Gengè davanti allo specchio "Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia?"), l'autore afferma l’impossibilità della conoscenza. ( Fonte: http://www.italica.rai.it)

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