" C'era una volta il post industriale...." di Alessandro Farulli

Scrive Massimo Gaggi sul Corriere della Sera che "Il deserto industriale non piace all'America". Il taglio dato al pezzo non è chiaro perché mentre all'inizio dileggia l'operazione di Barack Obama che vuole appunto rilanciare l'industria ("sembra a molti uno di quei personaggi da vignetta satirica che si ostina a percorrere un tapis roulant in direzione opposta al suo movimento"), conclude affermando  che il non avere avuto una strategia-Paese per il rilancio industriale è costato all'America "42mila fabbriche chiuse dal 2001 ad oggi". Il tema però a noi pare assolutamente non circoscrivibile al solo paese a Stelle e strisce. Le discussioni infinite sul post industrialismo inteso come "società in cui l'incidenza del settore secondario è ormai definitivamente superata da quella del terziario e dei settori più avanzati, che concorrono in maniera determinante alla formazione del reddito nazionale" riguardano e hanno riguardato dagli anni 70 ad oggi tutto l'occidente, Ue e Italia comprese, e a parer nostro è stata praticamente spazzata via dalla globalizzazione. E in particolar modo dalla finanziarizzazione dell'economia da una parte, e dalla necessità di riconvertite l'economia reale verso la sostenibilità dall'altra. Non solo è andata in crisi l'idea di una società post industriale, ma anche di una società ormai votata alla dematerializzazione e dove il lavoro manuale fosse in via di estinzione.

Anche a non voler fare gli ecologisti, come si spiega ad esempio la penuria di materie prime il loro boom di prezzi e la necessità di ricorrere massicciamente al riciclaggio e ad accordi internazionali per un loro utilizzo democratico - tema al centro del prossimo G20 - se fossimo davvero nell'era della dematerializzazione? Forse stiamo utilizzando meno carta negli ambienti pubblici grazie all'uso massiccio dei pc, ma si può dire che i pc stessi costruiti secondo parametri di obsolescenza programmata e piuttosto energivori abbiamo risolto i problemi di sostenibilità in toto che aveva l'uso della carta?  Il lavoro manuale poi, si è solo spostato da un Paese all'altro con tragedie sociali annesse e le battaglie - vedi caso Fiat - si combattono proprio sul lavoro manuale con manager che lo vorrebbero più simile nella sua organizzazione a quello dei paesi dove i diritti sono al minimo, se non sotto, piuttosto che elevare ai livelli raggiunti da decenni di contrattazione sindacale in occidente. Una corsa al ribasso, dove l'operaio è sempre l'ultima quello che ci rimette da una parte o dall'altra del mondo.

Volendo invece farli gli ecologisti, visto che lo siamo, pensare a una riconversione dell'economia verso una più sostenibile ambientalmente e socialmente semplicemente non è pensabile senza industria. Senza un'industria manifatturiera ovviamente sostenibile; con ricerca e innovazione orientate alla sostenibilità con trasferimento tecnologico ed export di qualità finalizzato pure questo alla sostenibilità. In buona sostanza "il deserto industriale" o il deserto "post industriale" non piace a nessuno... ( Fonte: www.greenreport.it)

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