Bravi ? Per l'azienda il 110 non sempre conta

I più bravi spesso devono concorrere con i più pratici, le aziende spesso preferiscono meno voti e più esperienza.

 

«Quando leggo un curriculum non controllo necessariamente il voto di laurea e il tempo per conseguirla. La preparazione è fatta di tanti fattori. Magari c’è un candidato un po’ fuori corso che però ha fatto una importante esperienza di volontariato, che è stato all’estero, che ha ritardato perché nel frattempo ha avviato una piccola impresa », spiega Luisa Todini, figlia di Franco e presidente dell’Associazione costruttori europei al Corriere della Sera.

«Penso che soprattutto le aziende private, le piccole e medie imprese, possano guardare al di là dei parametri tradizionali. Non sempre è il modello del primo della classe a essere vincente. Spesso arrivare da una famiglia disagiata, l’aver affrontato difficoltà economiche, ti dà una marcia in più», aggiunge Todini.

 

Eppure non sono tutti d’accordo. Claudio Ceper, senior partner di Egon Zehnder, dice il contrario: «Le grandi società di consulenza non prendono in considerazione chi si è laureato con meno di 110 nei tempi e non abbia fatto una o due esperienze all’estero. Del resto i risultati si vedono: i vari Passera, Colao e Profumo sono tutti ex McKinsey».

 

Federica Guidi, presidente dei Giovani di Confindustria, rilancia: «Meglio nessuna laurea e tanta buona volontà unita all’esperienza sul campo. Un perito meccanico e un ragioniere hanno più senso di un laureato in Scienza della comunicazione. Ci vuole l’apprendistato, piuttosto che vegetare su corsi fantasiosi». ( Fonte: blitzquotidiano.it)

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