" Auto declino" di Stefano Vaccara

Non ricordo esattamente la data né il titolo, ma sono quasi certo fosse una copertina della rivista inglese o meglio globale "The Economist" di una decina di anni fa. Mostrava migliaia di automobili nuove e invendute in quello che sembrava un parcheggio deposito. La storia era "enough", basta così: c'erano troppe macchine nel pianeta e soprattutto troppe industrie automobilistiche che le producevano, il mercato in pochi anni non avrebbe più assorbito quel numero. Da lì a dieci anni, molte di queste industrie sarebbero fallite o sarebbero state assorbite da altre. A spartirsi il mercato non più di 4 mega costruttori mondiali che avrebbero fagogitato tutte le medio piccole. Forse sarebbero rimasti un grande produttore negli USA, un paio in Asia, e magari uno in Europa, sicuramente a controllo tedesco.

La previsione è fallita? Esistono ancora di più di 4 grandi controllori della produzione mondiale di automobili, anche se già tanti storici marchi sono stati inglobati da altri. Come la svedese Volvo, passata prima alla Ford e ora ai cinesi. La Fiat invece per non fallire o essere comprata, è finita lei a controllare un grande marchio, la Chrysler, anche se ancora non la possiede. Tutto grazie all'aiuto del governo Usa che voleva salvare uno dei giganti di Detroit dal fallimento.

Sospetto però che non fossero previsioni campate in aria quelle dell'Economist, soltanto che certe industrie non vengono lasciate scomparire facilmente. Quella automobilistica resta ancora, per i paesi che la posseggono, un settore cosidetto "strategico", qualcosa che va ben al di là dei profitti o delle perdite. Toccano la "coscienza" di una nazione, produrre un prodotto così complesso e venderlo non è da tutti e per anni ha dato lo "status symbol" di grande potenza industriale.

Ma che di automobili se ne producano troppe, è vero. E soprattutto, come ripete Thomas Friedman del NYT, è vero che per anni noi non abbiamo fatto abbastanza la nostra parte per far cambiare quel tipo di domanda che acceleri la tecnologia e convertire totalmente le auto in mezzi non inquinanti.

Così la scena dello scontro dell'Ad Fiat Sergio Marchionne con il sindacato dei metalmeccanici Fiom che potrebbe accelerare la fine della produzione di automobili in Italia, sembra un po' quella del direttore d'orchesta che litiga con gli orchestrali sull'esecuzione di un pezzo mentre il Titanic affonda. È ovvio, il più canadese che italo Marchionne, è arrivato a lanciare questa sfida perché non ha più nulla da perdere.

Ci viene il sospetto che per allungare un po' le chance Fiat di restare al timone di comando del suo prodotto ancora per qualche anno prima che, inevitabilmente, un pesce più grande se la sbrani, Marchionne non sia nemmeno poi così interessato a vincere contro la Fiom. Anzi, magari sotto sotto potrebbe sperare di perderlo quel referendum. Infatti la minacciata ritorsione sugli investimenti in Italia toglierebbe al gruppo quel carattere nazionalistico che Marchionne sembra percepire più come una zavorra per certi suoi piani per la competitività globale.

Marchionne non ha ragione su tutto e i sindacati rimasti a lottare non possono che resistergli. Per quel che ormai serve constatarlo, visti da New York hanno torto entrambi: i sindacati nel pretendere l'intoccabilità dell'esistente che neanche la Costituzione ha in democrazia, Marchionne nel dare l'impressione di assomigliare un po' a quel bullo che, ai tempi dell'oratorio, diceva o si gioca con le sue regole oppure non si gioca affatto dato che il pallone è suo.

Ma guardando a come tanti marchi, anche e soprattutto americani, sono  stati tenuti in vita "artificialmente", lo ripetiamo: ma che futuro avra' l'industria automobilistica stile ventesimo secolo? Chi si oppone a Marchionne, non farebbe altro che accelerare l'inevitabile. E anche se vincesse il manager italocanadese, chi scommetterebbe che in Italia, tra dieci anni, ci sarà ancora una industria di automobili "nazionale"?

Sarebbe un dramma? Chissà, fosse stata meno "accessibile" la Chrysler e se alla fine la Fiat invece che comprare fosse stata comprata, magari da un colosso tedesco, se ci sarebbero state più chance, tra venti anni, di vedere un marchio italiano ancora parte dell'industria automobilistica europea. ( Fonte: www.americaoggi.info)

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