" Arsenico e vecchi rubinetti " di Benedetto de Vivo*

http://www.movetico.org/wp-content/uploads/acqua.jpgL'Italia, per la sua conformazione geologico-strutturale e per il suo clima, non ha grossi problemi per l’approvvigionamento idrico. Il nostro Paese può infatti contare su numerose sorgenti di acque naturali sparse su tutto il territorio, che alimentano gli acquedotti. Così nelle nostre abitazioni arriva un’acqua mediamente di buona qualità. Nonostante ciò, gli italiani sono i principali consumatori e produttori al mondo di acque minerali imbottigliate. Infatti, a livello nazionale si producono ogni anno 12 milioni di litri di acque minerali imbottigliate, con un giro d’affari di circa tre miliardi di euro. In pratica quasi la metà della popolazione italiana preferisce all’acqua di rubinetto quella minerale imbottigliata, con un consumo pro capite annuo di circa 200 litri. Varie indagini di mercato mostrano infatti che nonostante questa sia un’epoca afflitta da grave inquinamento da sostanze chimiche, i consumatori considerano comunque incontaminata l’acqua minerale imbottigliata e, talvolta, addirittura un rimedio per la salute. In realtà, anche le acque minerali imbottigliate, come quelle di rubinetto, possono contenere, in modo del tutto naturale e senza alcun contributo antropico, elementi potenzialmente tossici per la salute, i cosiddetti “elementi in traccia” (espressi in µg/L, ossia in parti per miliardo), la cui presenza non è però contemplata sulle etichette delle acque minerali. Su queste ultime, generalmente, si leggono infatti solo le concentrazioni dei principali elementi maggiori, come ad esempio il calcio, il magnesio e il sodio (espressi in mg/L, ossia in parti per milione).

 

L’acqua potabile

L’acqua in natura non è mai “pura” perché la sua composizione è influenzata da tutto ciò che incontra nel suo scorrere (rocce, suoli, sedimenti, vegetazione, fertilizzanti e altre sostanze chimiche utilizzate nell’agricoltura, deposizioni atmosferiche ecc). Dal momento che molte sostanze in soluzione sono tossiche e pongono seri problemi per la salute, l’acqua destinata al consumo umano deve quindi possedere determinati requisiti. Nelle tabelle vediamo le concentrazioni limite ammesse dalla nostra normativa, da quella europea e dalle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Queste linee guida per l’acqua potabile sono state fissate sulla base di procedure concordate a livello internazionale per la valutazione del rischio sulla salute. Ma non sono obbligatorie perché destinate alle autorità nazionali come base per la definizione di norme sulla qualità di ciò che beviamo. Dovrebbero garantire che l’acqua potabile, nel corso di tutta la vita, non rappresenti alcun rischio significativo per la salute. A disciplinare il campo delle acque in Italia è il decreto legislativo 31/2001 (di recepimento della Direttiva europea 98/83/Ce), che stabilisce anche i criteri e i parametri analitici in base ai quali possiamo definirle potabili. È considerata potabile «un’acqua destinata al consumo umano che può essere bevuta da tutti e per tutta la vita senza rischi per la salute, batteriologicamente pura, con un giusto grado di mineralizzazione e che abbia determinate caratteristiche chimico-fisiche e organolettiche». Tale normativa fa però riferimento solo ad acque destinate al consumo umano, distinguendole quindi dalle acque minerali naturali, che viceversa sono sottoposte a un differente disciplinare legislativo (decreto ministeriale 29/12/2003). Il risultato è che se la normativa in materia di acqua potabile richiede un ampio e regolare controllo di qualità degli agenti inquinanti potenzialmente nocivi, per le acque minerali imbottigliate tali controlli sono meno restrittivi.

 

Le deroghe ai limiti imposti dalla legge

Per alcune Regioni italiane, interessate da particolari conformazioni geologiche che portano ad avere elevati valori di fondo (background) per determinati elementi, i limiti imposti dalla normativa italiana per le acque potabili vengono innalzati, tramite deroghe. In Campania sono stati ad esempio innalzati per il fluoro (2,5 mg/L invece di 1,5 mg/L), come del resto nel Lazio, dove però questo è avvenuto anche per l’arsenico (50 μg/L invece di 10 μg/L), per il selenio (20 μg/L invece di 10 μg/L) e per il vanadio (160 μg/L invece di 50 μg/L). Il limite dell’arsenico è stato innalzato anche in Lombardia, Trentino-Alto Adige e Piemonte (50 μg/L invece di 10 μg/L) - in quest’ultima regione, assieme a quello del nickel (50 μg/L invece di of 20 μg/L) - in Sardegna quello del vanadio (160 μg/L invece di 50 μg/L) e infine in Toscana quello del boro (3 mg/L invece di 1 mg/L) e l’arsenico (50 μg/L invece di 10 μg/L). Risulta evidente che queste deroghe non trovano alcuna giustificazione, dal momento che le concentrazioni limite ammissibili vengono fissate in base alle informazioni disponibili ed esaustive relative ai loro effetti sulla salute. Va in questo senso rimarcato che un contenuto elevato di elementi tossici risulta nocivo per la salute umana anche se di origine del tutto naturale.

Infatti l’Unione europea ha da poco dichiarato che non è più possibile consentire deroghe per valori superiori a 20 microgrammi per litro per l’arsenico. Perché «valori di 30, 40 e 50 microgrammi per litro determinerebbero rischi sanitari superiori, in particolare talune forme di cancro». Per quanto riguarda invece boro e fluoro, le deroghe temporanee sono consentite per valori fino a 3 milligrammi per litro (boro) e fino a 2,5 milligrammi per litro (fluoro). Anche le acque minerali imbottigliate derivano dallo sfruttamento di acque sotterranee (sorgenti naturali oppure tramite perforazioni) e subiscono solo un trattamento limitato mentre l’acqua potabile di rubinetto, che può derivare anche da quelle superficiali (torrenti, fiumi, laghi, bacini artificiali) viene sottoposta a diversi processi prima di essere immessa nella rete di distribuzione.

 

Gli acquedotti

In Italia, circa l’80 per cento dell’acqua potabile distribuita dagli acquedotti deriva da acque sotterranee e il restante da acque superficiali. Solo in Puglia e in Sardegna, il contributo di quella superficiale supera quello delle sotterranee. Inoltre, più del 90 per cento della popolazione italiana riceve nella propria abitazione l’acqua potabile grazie agli acquedotti. La qualità è notevolmente condizionata dal tipo di sottosuolo da cui origina, dalle condizioni degli acquedotti in cui viene raccolta e dalla struttura e dallo stato delle reti idriche utilizzate per la sua distribuzione. Tutto ciò rende necessario un processo di potabilizzazione, ossia un trattamento che assicuri, per l’acqua che ne sia priva, gli standard qualitativi richiesti dalla legge necessari a tutelare la salute pubblica. Si tratta di un procedimento delicato, differente a seconda della natura dell’acqua da trattare, che per le acque superficiali è molto più spinto. Per molto tempo, la presenza di elementi in traccia nelle acque potabili è stata considerata ininfluente sulla salute umana ma oggi le prove cliniche e farmacologiche ne hanno ormai documentato molto bene gli effetti.

 

Lo studio sugli acquedotti e le acque minerali

Alla luce di queste conoscenze, sia a tutela del consumatore che per coadiuvare gli organi competenti nel definire nuove linee guida, è stato effettuato dall’Eurogeosurveys geochemistry expert group, a livello europeo, uno studio geochimico sia sulle acque minerali imbottigliate sia sulle acque di rubinetto di alcune aree selezionate. In Italia lo studio sulle acque di rubinetto è stato esteso a quasi tutte le province del territorio nazionale.

Tale studio ha dato l’opportunità di esaminare la qualità delle acque che beviamo sia come acqua minerale imbottigliata che come acqua di rubinetto (nelle 4 grandi tabelle c’è una selezione dei risultati). Su tutto il territorio italiano sono stati raccolti 157 campioni di acque di rubinetto, suddivisi per regione, e 187 marche di acque minerali imbottigliate, in commercio sul territorio italiano. I campioni raccolti rappresentano ciò che consumiamo quotidianamente e non quello che entra nelle reti di distribuzione dagli impianti di depurazione. È noto infatti che fenomeni di corrosione dei sistemi di distribuzione rappresentano una sorgente importante per molti elementi (ad esempio ferro, zinco, rame, piombo, cadmio e nichel). Le analisi, come per le acque minerali imbottigliate, sono state eseguite dal Servizio geologico tedesco (Bgr) a Berlino, per la determinazione di parametri quali durezza, il pH, la conducibilità elettrica e, con differenti metodi analitici, le concentrazioni di 69 elementi chimici e ioni. Sulla base dei dati prodotti, è possibile affermare che la qualità dell’acqua potabile in Italia è abbastanza buona. Anche se esistono situazioni anomale che necessitano di ulteriori approfondimenti per una corretta ed esaustiva interpretazione dei dati. Il confronto con le acque minerali non mostra grosse differenze dal punto di vista qualitativo e si può tranquillamente affermare che, limitatamente alle sostanze analizzate, per la salute del consumatore è indifferente bere acqua di rubinetto o acqua minerale imbottigliata. Il già citato decreto legislativo 31/2001 impone controlli severi per gli acquedotti mentre la normativa relativa alle acque minerali imbottigliate, il decreto ministeriale 29/12/2003, viceversa è meno rigida. Considerando che in Italia il consumo di acqua minerale imbottigliata è in continuo aumento e che entrambe le acque sono destinate al consumo umano sarebbe però opportuno che le due normative venissero uniformate, imponendo dei limiti anche per altri elementi quali berillio, fosforo, molibdeno, tallio, uranio, zinco, anche questi potenzialmente tossici per la nostra salute. In aggiunta, non dovrebbero essere consentite deroghe ai valori limite fissati sulla base di procedure internazionali concordate per la valutazione del rischio e per tutelare la salute di tutti i cittadini.( Fonte: www.avvenimentionline.it)

 

* Ordinario di Geochimica ambientale, Dipartimento di Scienze della Terra Università di Napoli Federico II e Adjunt Professor, Virginia Tech, Blacksburg, VA, USA

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