Antonio Tursi: « La società italiana? Ancora troppo ossessionata dalla tv»

http://www.sitosophia.org/documenti/tursi-copertina.jpegUn paese ancora ossessionato dal mezzo televisivo, dove si pensa «alle televisioni di Berlusconi in termini di modernità, mentre il mondo è qualche decennio avanti». E allora il passo che si dovrebbe fare, secondo Antonio Tursi, sociologo e saggista, sarebbe quello di contrastare l'arretratezza culturale abbracciando strumenti non ancora pienamente compresi, come la rete, e soprattutto dalla classe dirigente. Come rileva anche nel volume Politica 2.0. Blog, facebook, wikilieaks: ripensare la sfera pubblica.

 

Come è cambiato il concetto di sfera pubblica con l’avvento dei nuovi media?

 

La sfera pubblica rappresenta il campo di confronto tra diversi interessi sociali. In questo campo, grazie ai nuovi media, emergono e si manifestano anche interessi diversi rispetto a quelli di cui la politica si è fatta carico sinora.

 

Perciò capire i nuovi media non è solo utile per rinnovare gli stili comunicativi della politica, ma indispensabile per rinnovare nel profondo la politica. Per consentire alla politica di prendere in carico e rispondere ai bisogni del presente, delle nuove generazioni ma anche di tutti coloro che sinora non avevano modo di esprimersi. In questo senso, la sfera pubblica rimediata dalle nuove tecnologie è più ampia e aperta rispetto alla sfera pubblica borghese che si è affermata dal settecento grazie alle gazzette.

 

Qual è il rapporto tra rete e potere?

 

Il rapporto è duplice: da un lato, la rete interviene a modificare le situazioni di potere consolidate; dall’altro, la rete a sua volta viene plasmato dalle forze in campo. Dunque, mentre la rete gioca un ruolo di polverizzazione del potere, a sua volta segna l’affermarsi di nuovi poteri. Illudersi che la rete sia un campo incontaminato di pace e libertà non permette di evitare monopoli, censure e atti di forza. Non permette di evitare delusioni.

 

Nella rete convivono forme di libertà e di repressione.

 

La rete (come in generale la tecnica) è di per sé politica cioè legate ai rapporti di forza che si instaurano. In Iran o in Cina può persino servire a meglio controllare i dissidenti, a scoprirli, a perseguirli. Detto ciò, la storia non finisce affatto, anzi. Perché la rete mostra ogni giorno vie di fuga dai sistemi di dominio vigenti. Il punto è che prima di pensare di lottare attraverso la rete, dobbiamo capire la necessità di lottare per la rete, per una rete libera, neutrale, che garantisca pari diritti a tutti i cibernauti.

 

Anche le campagne elettorali vengono modificate...

 

La rete è andata pesando sempre più nelle campagne elettorali e nei momenti della decisione politica. Su questo non c’è dubbio e basta rivedere cosa è successo in questi anni soprattutto negli Stati Uniti per rendersene conto. Bisogna però interrogarsi sul come la rete ha cambiato i modi della politica. A me pare che un dato imprescindibile sia il livellamento dei rapporti tra “politici di professione” e cittadini. Il politico che apre la sua pagina in facebook si mette decisamente in gioco costruendo una comunità di pari. A volte, riesce a condurre il gioco. Ma può capitare anche che il gioco gli sfugga di mano e la rete si trasformi per lui in una gogna.

 

Nello specifico, qual è l’impatto in Italia?

 

In Italia siamo messi male, siamo ossessionati dalla televisione. Sicuramente per interessi economici ma anche per arretratezza culturale. Noi pensiamo ancora alle televisioni di Berlusconi in termini di modernità, mentre il mondo è qualche decennio avanti. Anche la sinistra non riesce ad approdare ad una cultura digitale: il che non significa usare iphone o aprire un blog, bensì utilizzare questi strumenti per cogliere gli interessi del nostro tempo. La nostra classe politica risente pesantemente di questa arretratezza culturale. Esemplare il comportamento di Berlusconi nell’ultimo dibattito prima delle elezioni del 2008: all’intervistatore che gli chiedeva cosa avrebbe fatto per i giovani precari, il nostro premier rispondeva che avrebbe innalzato gli emolumenti ai pensionati.

 

Obama: speranza o delusione?

 

Obama è il frutto più maturo della cultura digitale. Ma come ho detto in precedenza non dobbiamo fare l’errore di credere che il digitale sia tutto rose e fiori. C’è sempre una lotta politica da fare e Obama ci sta provando. Il ciberspazio, lo spazio dell’informazione nel quale trascorriamo parte importante del nostro tempo, non è un mondo di sogni o un’utopia. È uno spazio quotidiano dove si sviluppano processi di emancipazione e dove si innestano logiche di dominio e di sfruttamento. Sta a noi impegnarci affinché le cose volgano in un senso anziché in un altro.

 

Quale forme di Partecipazione e di leadership si sviluppano con la Rete?

 

Mi pare che la Rete alimenti con forza forme di coinvolgimento e partecipazione alla politica. Naturalmente si tratta di capire che tali forme si indirizzano verso una politica pensata e praticata assai diversamente che in passato: per esempio il politichese non è facilmente praticabile nei 140 caratteri di un twitt. Inoltre, le leadership si formano in Rete in modo assai diverso rispetto alle modalità con le quali si formavano grazie alla televisione: il leader in Rete è anzitutto un amico, qualcuno che risponderà direttamente alla mie domande.

 

Nel caso dei Paesi arabi?

 

Nei Paesi arabi il ruolo delle nuove tecnologie è stato decisivo. Mi piace sottolineare come questi nuovi aggeggi siano stati utilizzare per organizzare e diffondere proteste nelle più tradizionali strade e piazze di Tunisi e del Cairo. A dimostrazione che noi viviamo in una mixed reality dove spazi fisici e spazi virtuali interagiscono e non si oppongono affatto come alcuni tecnoentusiasti della prima ora sono andati predicando.

 

Come cambia la dicotomia pubblico/privato?

 

La dicotomia tra pubblico e privato è saltata. I confini che l’epoca moderna avevo tracciato non esistono più. Oggi restando in casa siamo connessi al mondo intero o al contrario mentre attraversiamo una piazza possiamo costruire una bolla di intimità conversando con un nostro familiare tramite il telefonino. Questi cambiamenti ci offrono nuove opportunità espressive e di realizzazione della nostra identità e della nostra comunità di riferimento. Ma comportano anche dei rischi per ciò che abbiamo considerato sinora privacy. Il miglior modo di valutare opportunità e rischi è quello di abbandonare le nostre consolidate, ma pur sempre storiche, categorie concettuali per cui privacy è segretezza. Berlusconi se ne è reso conto: anche la sua villa di Arcore fa parte dello spazio pubblico. Paradossalmente però è proprio lui ad aver sempre incentivato la pubblicità delle sue vicende personali (la famiglia, le donne, gli affari, il calcio) e ad aver addirittura promosso la sua villa a luogo della Presidenza del Consiglio, a luogo istituzionale, a luogo pubblico. In generale, dobbiamo pensare la privacy come possibilità di sviluppo della nostra personalità: a volte abbiamo bisogno di segretezza, altre volte invece vogliamo pubblicità. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

Autore: Nuccio Bovalino

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