" Anche Umberto ha il suo avatar " di Franco Torri

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/politica4/110428204148_big_200_200.jpgDai verdi pratoni di Pontida, dove la disfida tutta interna tra ortodossia bossiana e maronianesimo da inventare (i più fantasiosi cronisti hanno parlato dapprima di “maroniti”, poi si sono accorti che il lemma era già occupato) ha rischiato di diventare l’ennesimo insulso tormentone del pre-post Berlusconi, l’unico a far notizia è stato tal Reguzzoni Marco, un raggio del cerchio magico. Tutti nel Palazzo sanno di chi si parla, meno i cittadini dello Stivale. Dunque, sperando non disgradi citare un illustre “padano” (certo spiacerà a Carneade): chi era costui?

La fisiognomica, prima di tutto. Quella di Marco Reguzzoni racconta di un musino perbene, il fidanzato che tutti i papà vorrebbero per le loro figlie (se l’è accaparrato Roberto Speroni, quello col laccetto texano per cravatta, quello che – all’alba della bocciatura del referendum costituzionale del 2006 – ebbe con sussurrato garbo a evidenziare che “gli italiani fanno schifo”), il rasoio quotidianamente in contropelo, un accento lombardo ben temperato da un uso corretto della lingua italiana, una postura diritta e un guizzo d’occhi talvolta incline ad una malinconia da James Dean senza derive ribelli. E di ribelle ha talmente poco questo ragazzo di Busto Arsizio classe ‘71 che, a forza di legarsi mani e piedi fin da giovanissimo a Bossi e ad annuire sillaba sillaba ad ogni ciancia del Capo, arriva appena trentenne prima alla poltrona di presidente della provincia di Varese e poi, liquidato l’affaire Bresso alla regione Lombardia, a capogruppo della Lega alla Camera mollata da Cota, cadrèga alla quale anelava da appena sbarcato a bordo di questa inane Legislatura, a garanzia di una visibilità – anche mediatica – altrimenti irraggiungibile. Con buona pace del predecessore che, chissà che rabbia farà al Marchìn, è bipartisanamente rimpianto (sottovoce) per i corridoi di Montecitorio per le sue indiscusse qualità di mediazione, di esperienza e di tecnica politica.

 

La sua fortuna Reguzzoni la deve al vapore, all’evanescenza delle sue dichiarazioni che si impreziosiscono di carattere solo quando il Capo lo chiede e con le spalle più coperte di un guerriero con corazza celtica. Non come la nebbia padana la cui rarefazione è, per così dire, orizzontale e persistente, ma come il vapore che per natura si dissolve salendo, verticalizzandosi, così il Giacomino Dean bustocco guarda al futuro rampighino della sua carriera.

Bravo tessitore di promesse agli imprenditori del suo territorio, ne riporta le istanze dentro il Parlamento presentando etti di proposte di legge, pressoché tutte giacenti in archivio, e di atti ispettivi la cui forza politica è pari a quella del bradipo in lotta con il puma. Porta a casa, sudando sette camicie, la legge che reca il suo nome accanto a quello di Versace sulla tutela del made in Italy: approvata con un sì bipartisan addirittura dalla Commissione in sede legislativa, senza cioè manco passare per il voto d’Aula; non esattamente una fatica improba. A sostegno del Va’ Pensiero presenta le “disposizioni per la celebrazione del secondo centenario della nascita di Giuseppe Verdi”, la cui relazione introduttiva pare una guida del Touring mista ad un abbecedario per le classi elementari (che so, “nacque a Busseto in provincia di Parma, nel cuore della pianura padana”, roba così). Certo, di cultura si era già occupato come autore di un introvabile, prezioso tomo: “Varese, provincia d’autore”, che reca i contributi (un po’ come il Gianni Minà di Fiorello) tra gli altri di Davide Mengacci, Renato Pozzetto, Ornella Vanoni, i Fichi d’India, Massimo Boldi, Gigi Riva, Uto Ughi e, naturalmente, di un ispirato e lirico Umberto Bossi.

 

Reguzzoni si muove con passo felpato e dichiarazioni all’etere; parla di tutto, interviene su tutto, basta dare un’occhiata alle agenzie dall’inizio dell’anno ed eccolo inveire contro i giudici costituzionali quando ebbero a bocciare il legittimo impedimento, blandire Napolitano che, con vero spirito istituzionale, “si ascolta e non si commenta”, dare una stoccatina alla Marcegaglia rea di cecità verso i luminosi successi del governo, invitare i magistrati a ragionare sulla giustizia, ma anche dire che il governo andrà avanti lo stesso, riaffacciarsi alla tutela delle sue Pmi – il serbatoio di voti, in sostanza, da non dimenticare -; e giù giù fino ai falsi invalidi e alla criminalità organizzata che al Nord, mannaggia a quel bugiardo di Saviano e di tutti gli organi inquirenti, non c’è mica o forse poco e niente.

La missione, comunque, che il Capo gli ha affidato è chiara: portare a casa il federalismo a ogni costo (certo, in cambio di sostenere ogni paccottiglia sulla giustizia cucita su misura, come il made in Italy della sua legge) e sventolicchiare ogni tanto lo spauracchio della prosopopea verde padana. Però, farlo regolamenti parlamentari alla mano non è mica affar semplice. E si trova subito davanti l’ostacolo di un Fini Presidente assai poco incline ad assecondare tout court il programma di governo.

 

E quindi, con l’unzione del Capo, si accoda al trenino degli attacchi pidiellini al Presidente della Camera sulla presunta non terzietà nella conduzione dei lavori; e giù a testa bassa a chiedere un folle dibattito parlamentare al riguardo e quando il colpo sta per rinculare è costretto a farsi doppiare da Bossi e dal suo tuonante “mi pare che Fini debba dimettersi”.

Lo fa a varie ondate, ogni volta che glielo comandano e lo fa con l’obbedienza di chi guarda lontano, non per il Paese sia chiaro, ma per sé.

Il massimo, a voler tralasciare l’imbarazzo nazionale suscitato con la sua assenza in Aula per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità con la scusa di dover stare in famiglia (credibile, certo, per chi nel rappresentare lo spirito degli elettori ha votato con coscienza limpida l’affinità di secondo grado tra Ruby Rubacuori e Mubarak), è sulla abbastanza recente proposta di istiture gli eserciti nazionali. Con un tempismo straordinario, aspetta il clamore che la proposta suscita, gli eventuali non expedit del Capo, e la fa firmare a tutti i suoi deputati, lui no … per non far troppo rilucere il brand padano; poi, quando ha l’ok al lancio dichiara in perfetto baricentro tra cerchio e botte “condivido la proposta sulle milizie ma non l’ho firmata”. Se la perfetta iconografia del Bossi di Giannelli è un cane che latra lui è il suo cucciolo, che cresce a latte padano (con occhio alle quote e agli allevatori) nella Roma ladrona, un cucciolo in attesa di diventare grande.

 

In tempo di nomine, girò il suo nome alla guida di Enel, Eni e Finmeccanica e lui arrossì e smentì ridacchiando con un “ma vi sembra che io abbia il volto giusto per essere a capo di una di queste imprese?”. Già. Infatti, pochi giorni dopo, fu il Capo che affettuosamente in Transatlantico lo coccolò con un “è un po’ di tempo che è spesso in sala dei ministri …”. Lui si fece rosso a questa idea un po’ brambillizzata del dicasterialismo-premio, sorrise, simulò imbarazzo e scodinzolò allegro defilandosi dai cronisti.

Adesso, Marco Reguzzoni ha l’oneroso incarico di traghettare il Gruppo fino alla fine di dicembre, per le feste ovviamente sarà in famiglia per cerchiobottare la commemorazione del nostro Stato. Una pena con un partito così in aria di maremoti, zittimenti e stigmatizzazioni del Padrone (“chi fa casino lo caccio in due minuti”, dice un Bossi evidentemente vittima del virus estivo che serpeggia in questa alleanza governativa fatta di amore, tolleranza e amicizia). Per il dopo, i ben informati parlano per lui del posticino lasciato vacante da Ronchi nella squadra di governo. Bruxelles è avvertita. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

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