Anche l'Istat lo dice: B. è al declino

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/politica2/sivio%20paura_200_200.jpgIl declino del berlusconismo è ben fotografato dall’ultimo Rapporto Istat, che è stato presentato a Palazzo Montecitorio. A marzo del 2011, il Pil italiano è risultato inferiore di oltre cinque punti rispetto a quello del 2008. Nello stesso periodo, il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto dello 0,5 per cento. I consumi sono, sì, stabili, ma - avverte l’Istat – la propensione al risparmio è diminuita.

 

Per fare la spesa, si comincia insomma a intaccare il gruzzolo messo da parte con tanti sacrifici.

Più in generale, il volume dei beni e servizi prodotti in Italia è di poco superiore a quello di dieci anni fa. Proprio allora, nel 2001, Berlusconi si presentò agli italiani come il “Presidente operaio”. Voleva intendere che finalmente era in arrivo a Palazzo Chigi qualcuno che “lavorava”. Non immaginava che quel termine, “operaio” , sarebbe prepotentemente tornato, dopo a dieci anni, a connotare la condizione di buona parte del ceto medio (impoverito). Ilvo Diamanti osserva su la Repubblica che la percentuale degli italiani che sentono di appartenere al “ceto medio” è scesa di ben dieci punti in cinque anni. Molti della ex classe media si sentono “classe operaia” o “ceto popolare”.

Tirando le somme: da quando Berlusconi è tornato premier, l’Italia produce meno ricchezza di prima. E sì, ma c’è stata la crisi del terribile biennio 2008 - 2009. O no? Sì, c’è stata, e anche pesante. Però, c’è stata ovunque, non solo in Italia. E la non lieve differenza è che altri Paesi (vedi la Germania) sono quasi tornati a livelli produttivi pre-crisi, mentre per noi è sempre quaresima.

Ma il punto non sta solo nella scarsa capacità di ripresa (e già sarebbe comunque abbastanza, perché, come scrissero le solite Cassandre veggenti un paio di anni fa, difficilmente l’Italia sarebbe di nuovo salita sul treno della crescita con una politica attardata sui guai giudiziari del premier, sulle intemerate razziste della Lega, sulla verbosità includente nel campo delle riforme). No, il punto sta anche e soprattutto nelle colossali panzane sparate in tutto questo periodo. Il punto sta nell’aver negato l’esistenza della crisi e nell’aver preso in giro gli italiani. Il punto sta nell’essersi accorti della crisi solo con il giro di vite e i tagli lineari alla spesa pubblica imposti dal ragionier Tremonti.

 

Al dunque, se il ceto medio e la borghesia di Milano cominciano a voltare le spalle al centrodestra a trazione berlusconian-bossiana, non è solo perché si sono legittimamente stancati di ascoltare scemenze, ma anche perché qualcosa di profondo sta avvenendo nella pancia del (fu) Belpaese. E non si tratta di un malumore passeggero, ma di un disincanto strutturale, dovuto a una crisi reale e tutta italiana.

A molti non piaceranno i dati dell’Istat. E qualche esponente del Governo tenterà anche di mistificarne il senso. Ma la fotografia seria, grave e impietosa rimane.

Come rimangono il grave disincanto e la grande preoccupazione del ceto medio.

Ormai è chiaro a tutti che, quando Berlusconi diceva “ghe pensi mi”, voleva in realtà intendere “ghe pensi a mi”. E questo, il bravo e operoso borghese milanese, non credo sia disposto a perdonarglielo. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

Autore: Corrado Vitale

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