" Amministrative 2011, ma davvero è cambiato qualcosa?" di Francesco Bevilacqua

Lo scorso fine settimana tredici milioni di italiani sono tornati a votare per le Amministrative 2011. Nello sconfortante scenario politico italiano, qualche dato interessante è emerso, anche se non si tratta di nulla che faccia sperare in una prossima ripresa del tenore della vita politico-amministrativa del nostro paese. Dico subito che non mi sono interessato molto alle grandi battaglie elettorali: che sia stato eletto un sindaco o l’altro, ai fini di questa breve analisi, non fa alcuna differenza. Faccio invece, come premessa, una piccola considerazione.

Sono sempre stato convinto che la rifondazione della politica italiana, della sua essenza, della cultura, debba partire dagli enti locali, per due ragioni.

La prima è che una visione non solo amministrativa ma anche ontologica della comunità deve, a mio avviso, essere basata sulla dimensione locale, sull’autosufficienza e sulla resilienza. È quindi naturale che essa fondi il suo apparato istituzionale sugli enti locali, la 'trincea' in cui si collocano gli amministratori che rimangono a contatto più stretto e diretto con i cittadini e i loro problemi.

La seconda ragione è che ho sempre considerato la politica locale un’occupazione ancora romanticamente legata a una missione, un’attività che veniva svolta da persone animate da spirito di servizio nei confronti del proprio territorio e del loro prossimo, lontane dal clientelismo, dalla corruzione, dal malaffare e dagli ingerenti interessi che caratterizzavano e caratterizzano tuttora la politica nazionale.

Devo però ammettere che, mentre sul primo punto rimango saldamente ancorato alle mie convinzioni, per quanto riguarda il secondo mi sono dovuto ricredere. Radicato quasi come una forma di follia, una psicopatologia di cui siamo tutti portatori, quantomeno in maniera latente, il morbo del politicante – uso questa parola per distinguere questa categoria dai pochissimi che ancora si cimentano in questo campo con ideali più alti – ha contagiato praticamente tutti e a tutti i livelli, dal ministro all’assessore del piccolo comune, dal sottosegretario al consigliere circoscrizionale.

E se per i politici nazionali questa condotta è ingiustificabile ma quantomeno comprensibile, visti i grandissimi interessi che ci sono in ballo, è semplicemente avvilente rilevare lo stesso tipo di comportamento nell’amministratore locale, accecato dal potere (?) che poche centinaia di euro al mese di gettone o la firma apposta su una delibera quasi sempre inutile possono dare.

Dopo questo piccolo preambolo, ecco alcune considerazioni sul voto del 15 e 16 maggio. Anzitutto, un po’ in tutti i comuni si è registrato un importante exploit del Movimento 5 Stelle, che in alcuni posti ha raggiunto percentuali del 12-13%. La classica interpretazione che viene data a questo fenomeno, che già alle regionali dello scorso anno si era fatto notare, è quella del “voto di protesta”: elettori scontenti della condotta dei partiti maggiori che vedono nel sodalizio di Grillo un’alternativa politica praticabile.

Questo evento sicuramente rimarcabile però, pone il Movimento nella condizione di rispondere con urgenza sempre maggiore alle domande che già da molti mesi hanno cominciato a porre addetti ai lavori e semplici osservatori: qual è il progetto politico a lungo termine? Come verrà gestito l’approdo alle 'poltrone che contano'? Quando verrà avviata una controffensiva propositiva a livello di agenda politica nei confronti del vuoto di contenuti che innegabilmente impera oggi?

L’affermazione elettorale dovrebbe sancire il salto di qualità, il passaggio, certamente molto complicato e fortemente esposto a passi falsi fatali, che faccia diventare il Movimento dei grillini non più solo un catalizzatore di voti di protesta di gente scontenta della situazione attuale – fra l’altro sempre pronta a farsi ipnotizzare dal prossimo imbonitore, che potrebbe arrivare da un momento all’altro –, ma la culla di una nuova classe politica basata su valori, obiettivi e un codice etico differenti, anzi antitetici rispetto a quelli attuali. Rimaniamo quindi in attesa di una risposta.

L’altro elemento rilevante è quello relativo all’affluenza, con particolare riferimento ad alcuni casi. L’Italia è sempre stato un Paese ad alta percentuale di votanti, che fino all’inizio degli anni Ottanta non è mai scesa sotto il 90%. Emblematicamente, di pari passo con l’affermazione e l’espansione dell’ingerenza dei partiti politici, che hanno trasformato il nostro sistema in una rigida partitocrazia, il dato ha cominciato a diminuire, pur restando sempre abbastanza elevato. A livello nazionale queste elezioni hanno fatto registrare un calo dell’affluenza di quasi il 2%.

Stazionaria la situazione di Milano, che comunque ha una percentuale di votanti abbastanza bassa (67%), così come è bassa, pur essendo cresciuta di quasi due punti, quella di Torino. Netto è invece il calo di Napoli, che passa da un già modesto 66% a poco più del 60%. Ma il caso forse più significativo è quello di Bologna, storicamente una delle città con la partecipazione elettorale più alta d’Italia.

È opportuno ricordare che il capoluogo emiliano veniva da quasi un anno e mezzo di commissariamento, scaturito dalla dimissione del sindaco Flavio Delbono, eletto nel 2009, in seguito a uno scandalo che ne ha pregiudicato gravemente la credibilità, non solo politica. Dopo quindici mesi di impasse amministrativa, il calo dell’affluenza è stato del 4% e ha portato il dato complessivo al 72%. Soprattutto se messo in relazione con la situazione, il crescente astensionismo è un dato forse ancor più rilevante del “voto di protesta” assegnato al Movimento 5 Stelle o ad altre formazioni.

È forse il segnale che la gente si sta finalmente stufando dello squallido teatrino che va in scena ogni giorno in Italia e che neanche a questa tornata elettorale ha sospeso le rappresentazioni? La prevedibilità e la banalità dei commenti provenienti delle due sponde – che oggi, triste ma vero, sono sostanzialmente suddivise in berlusconiani e antiberlusconiani – sono l’emblema dell’incredibile vuoto di contenuti che caratterizza la scena politica italiana attuale, popolata da fantasmi che hanno il solo compito di mantenere un sostanziale equilibrio, cancellare dall’agenda le tematiche più importanti delle quali sarebbe invece prioritario discutere e intrappolare la gente nel vecchio gioco dei blocchi contrapposti, blocchi oggi talmente uniformati che se non fosse per i simboletti elettorali sarebbero indistinguibili.

Di questa ristagnante situazione, in ultima analisi, beneficia chi la faccia non ce la mette mai e si limita a osservare da lontano, magari da oltreconfine, il crescente degrado in cui una classe politica di burattini sta trascinando il nostro paese e tutti i suoi cittadini. ( Fonte: www.ilcambiamento.it)

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog