" American Life". La recensione

Davvero bello il nuovo film di Sam Mendes: un’opera autentica e genuina, con personaggi realistici, che forse tutti noi abbiamo incontrato nel corso della nostra vita. A differenza dei precedenti lavori, dalle tinte fosche, torbidi e angoscianti, questa volta Mendes ci regala un’opera attuale e nostalgica al tempo stesso che alterna scene esilaranti a momenti di riflessione.

Una coppia in procinto di avere una bambina, dopo aver saputo che i futuri nonni paterni, gli unici in vita, andranno a vivere in Belgio, cerca il posto ideale in cui trasferirsi: un posto in cui, principalmente, ci sia qualche vecchio amico o parente su cui fare affidamento in caso di bisogno e che rispecchi il loro modo di intendere la crescita della figlia. Dopo American Beauty, il regista mostra uno spaccato meno drammatico e meno cinico di un’America che potrebbe essere una qualsiasi altra nazione, in cui una coppia di futuri genitori affronta i dubbi e le insicurezze dovute alla nascita di un piccolo essere umano di cui prendersi cura nel miglior modo possibile.

Un road movie in cui i protagonisti viaggiano da Phoenix a Tucson, da Madison a Montreal per ritrovarsi nella grande casa dei genitori di Verona, morti quando lei era appena ventiduenne, dove la giovane non si recava da lungo tempo.
Dalle montagne del Colorado, Burt e Verona si ritrovano tra i cactus baciati dal sole dell’Arizona dove incontrano una vecchia datrice di lavoro di Verona, Lily, fanatica ed esuberante donna fissata con l’aspetto fisico, che insulta ripetutamente i suoi figli, usa un linguaggio volgare e colorito e ci prova con il malcapitato Burt. E’ poi la volta di Tucson - dove vive la sorella di Verona - che Burt definisce un forno: “E’ come se Dio stesse cercando di squagliarci per farci migliori”.

Certo non il clima ideale per un neonato. A Madison, nel Wisconsin, Burt ha un colloquio di lavoro e con la scusa incontra sua cugina, una giovane hippy completamente sballata che segue la filosofia del Continuum: allatta ancora i figli ormai grandicelli e possiede un enorme letto matrimoniale affinché ci possano dormire lei, il marito e i due bambini.
LN (non si chiama più Helen) fa indossare ai suoi ospiti delle pantofole e non usa il passeggino: “perché mai dovrei spingere mio figlio lontano da me? Noi i nostri bambini li teniamo in braccio”.
La scena di Burt che esplode di fronte alle eccentricità della famiglia è davvero esilarante. E soprattutto chi ha figli, si troverà a sghignazzare di fronte a certe manie da cui realmente alcuni genitori sono affetti. Il viaggio li porta poi a Montreal, dove rivedono una coppia di amici del college, sposati e con una ciurma di bimbi adottati: è così che Verona vuole che sia la sua famiglia. Numerosa, disordinata, gioiosa. Ultima tappa, del tutto improvvisata, è Miami, dove i due giovani vanno a far visita al fratello di Burt che è appena stato abbandonato dalla moglie e si trova, da solo, alle prese con la figlia.

C’è chi non riesce ad avere figli, chi lascia barbaramente marito e figlia piccola, chi è totalmente insoddisfatto della propria vita e Burt di questo non si capacita. “Non abbiamo il controllo su molto altro, possiamo solo fare del nostro meglio per la bambina” gli dice allora Verona. Una verità banale forse, ma sacrosanta. Ed un film concreto e poetico, profondo e spassoso.
Un film che esula dalle precedenti produzioni del regista britannico e che regala un’ora e mezzo di puro piacere. ( Fonte: www.cinemalia.it)

Autore: Daria Castefrachi

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