" Alberto da Giussano, l’eroe inventato dei padani " di Alessandro Marzo Magno

http://www.linkiesta.it/sites/default/files/imagecache/immagine_620_fixed/uploads/articolo/immagine-singola/alberto%20da%20giussano.jpg«“Or ecco”, dice Alberto di Giussano/ “Ecco, io non piango più. Venne il dì nostro/ O milanesi, e vincere bisogna”». Così scrive Giosuè Carducci, nella sua Canzone di Legnano. Peccato però che nessuno sappia se quell’Alberto lì, ricordato anche nel Famedio del Cimitero monumentale di Milano, sia davvero esistito o se si tratti invece di un’invenzione a posteriori perché all’imperatore Federico Barbarossa bisognava contrapporre una figura singola, e non un concetto generico come «i milanesi».

Il 29 maggio 1176 si combatte a Legnano la battaglia decisiva nella lunga contrapposizione tra Federico e i Comuni italiani. Gli imperiali si muovono con grande rapidità verso la penisola, passano Bellinzona, vengono raggiunti dai comaschi e si affacciano alla pianura lombarda senza che i milanesi possano opporsi. L’obiettivo dei tedeschi è giungere a Pavia per unirsi alle truppe alleate; i milanesi decidono quindi di tagliar loro la strada per impedire il ricongiungimento, anche senza aspettare il resto degli uomini della Lega. Gli eserciti si avvicinano l’un l’altro divisi in tre tronconi: gli imperiali contano su un’avanguardia di 300 cavalieri, seguiti dal grosso della cavalleria e in coda dai comaschi; la Lega avanza con 700 cavalieri, dietro di loro il resto della cavalleria e quindi il carroccio con i fanti. Le truppe milanesi sono composte in gran parte dalla leva di massa, quelle tedesche da professionisti: entusiasmo e motivazione contro esperienza e tecnica, di potrebbe dire.

I milanesi costeggiano l’Olona e la mattina del 29 maggio arrivano nei campi tra Busto e Legnano dove trovano gli imperiali ad attenderli. All’inizio la vittoria sembra arridere ai tedeschi. Al primissimo urto l’avanguardia della Lega – oltre il doppio di quella tedesca – respinge gli avversari, ma si tira addosso il resto della cavalleria imperiale, guidata dall’imperatore in persona, che la travolge e la mette in rotta. I tedeschi, affiancati dai comaschi, rinunciano a inseguire il nemico a cavallo per sbaragliarlo definitivamente e si rivolgono invece contro la fanteria. L’urto è pesantissimo, tanto che lo stesso carroccio vacilla. Ma alla fine la selva di lance dei soldati appiedati ha la meglio sui cavalieri. Nel momento in cui la battaglia è ancora incerta arriva sul campo un contingente fresco di cavalleria della Lega che, raccolti i dispersi non inseguiti dai tedeschi, lancia un disperato attacco contro il fianco nemico. L’alfiere imperiale cade, l’insegna del Barbarossa non svetta più sul campo di battaglia, resta ben alto solo lo stendardo crociato dei milanesi. I cavalieri tedeschi non vedendo più le loro insegne, si sbandano e fuggono in direzione del Ticino. All’imperatore, che combatte in prima fila, viene ucciso il cavallo e cade a terra; vagherà, non riconosciuto per il campo di battaglia, e ricomparirà tre giorni dopo nell’alleata Pavia.

«Da questa disperata e crescente resistenza nacque la leggenda della “Compagnia della morte” e del suo capo Alberto da Giussano, che, creatura reale o di poesia, è il simbolo di questi combattenti, così come simbolo di poesia sono le bianche colombe che, nel momento del più duro combattimento, si sarebbero posate sull’antenna del carroccio e che la leggenda vuole partite da San Sempliciano», scrive la Storia di Milano della Fondazione Treccani degli Alfieri. In questo passaggio si ritrova comunque l’unico elemento certo della faccenda: un Alberto da Giussano esisteva davvero e il suo nome è stato rinvenuto in un ricorso presentato a papa Celestino III dagli abitanti della Porta Comacina, a Milano, riguardo all’amministrazione dell’ospedale di San Sempliciano. Se poi quell’Alberto sia davvero il combattente che conduce il carroccio alla riscossa non lo si può proprio dire.

Il nome di Alberto da Giussano non emerge da nessuna cronaca contemporanea alla battaglia di Legnano, ma compare oltre un secolo dopo in uno scritto di Galvano Fiamma (conservato nella Biblioteca braidense). L’autore descrive la «Societas de la Morth» (non ancora Compagnia, quindi) composta da 900 combattenti scelti al comando di «Albertus de Gluxiano», questi cavalieri avrebbero avuto come segno distintivo un anello d’oro e si sarebbero impegnati a morire piuttosto che cedere. La leggenda si diffonde, viene ripresa da una cronaca del XIV secolo e la storia di Milano di Bernardino Corio, del 1503, definisce Alberto da Giussano «homo per galiardia sua reputato gigante».

Sono proprio questi particolari a far pensare a una leggenda costruita a posteriori: l’anello d’oro è un tentativo di nobilitare i combattenti con un simbolo che richiama i cavalieri dell’antichità romana o l’anello che viene conferito ai laureati. La società medievale è profondamente divisa in classi e il fatto che i cavalieri tedeschi nobili di sangue siano stati battuti da popolani senza blasone svilisce la portata della vittoria. Ecco allora che i cavalieri della Lega vengono nobilitati a posteriori. Nella stessa logica viene creata la figura del condottiero: a Federico imperatore dev’essere contrapposto un qualcuno che gli possa tener testa, una persona concreta, seppur inventata, e non un concetto che si richiama a una massa informe. Insomma, la vittoria dei milanesi per essere fulgida e incontrovertibile ha bisogno di un comandante e di cavalieri nobili, siccome probabilmente non c’erano né l’uno né gli altri, li si inventa. E la cosa, come si sa, ha funzionato piuttosto bene. ( Fonte: www.linkiesta.it)

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