" Acqua lottizzata, rinnovabili strapagate: i soldi che ci piace buttare" di Mino Fuccillo

Ci sono soldi, decine di miliardi di euro, che ci piace buttar via. Forse perché non sappiamo che sono buttati e nemmeno siamo informati su chi, perché e come li butta via. O forse perché sono sprechi, e soprattutto affari, che ai più appaiono politicamente “corretti”. Affari ignoti più che coperti o nascosti, soldi buttati via a favor di vento, vento di opinione in buona fede. Due miliardi all’anno è lo spreco, non il costo che è ben superiore, dell’acqua lottizzata, lottizzata dai partiti politici. La forma astratta e in teoria e principio benefica e indiscutibile dell’acqua pubblica nel nostro paese ha la sostanza materiale e concreta di aziende lottizzate a misura dei partiti. Quella che c’è, più che acqua pubblica, è acqua dei partiti politici.

In Italia l’acqua per così dire alla fonte è pubblica e tale deve restare, ci mancherebbe altro. Ma, per arrivare dalla fonte a casa, l’acqua deve essere raccolta in invasi, condutture, deve essere trasportata, purificata, smistata. Chi fa tutto questo oggi in Italia? Lo fanno aziende e organismi territoriali sotto il diretto controllo dei partiti che in ogni territorio hanno provveduto e provvedono a relativa spartizione. Sono luoghi di denaro e potere più lottizzati della Rai e più dediti allo spreco sistematico delle peggiori Asl della Sanità. Accumulano un deficit complessivo di due miliardi annui e negli anni hanno gestito l’acqua pubblica in maniera tale che ora occorrerebbero sessanta miliardi per avere acquedotti efficienti e civili. Efficienti nel senso di non sprecare la pubblica risorsa dell’acqua, civili nel senso di non innaffiare di soldi pubblici “orti e giardini” della cosiddetta politica di territorio. Sessanta miliardi sono un’alluvione, l’intero sistema sanitario costa circa cento miliardi l’anno. E l’opinione pubblica, giustamente sensibile, spesso teme e lamenta “malasanità”. Per qualche motivo, per qualche strano motivo, nessuno sa e nessuno lamenta la “malacqua”. Se dire acqua pubblica equivale a dire acqua dei partiti, dai partiti lottizzata, è un pessimo affare economico, sanitario, politico e civile. Nell’acqua dei partiti buttiamo soldi, ogni giorno a secchiate di euro, eppure la pubblica opinione non si “bagna”, né di stanchezza, né di malumore, né di voglia di cambiare.

In Italia servirebbe come il pane una copertura nazionale della banda larga per le telecomunicazioni, la fibra ottica, il wi-fi. A lungo andare, ma neanche tanto lungo, continuare a non avere questa copertura su tutto il territorio farà dell’Italia del prossimo decennio l’equivalente di un paese del secolo scorso dove si poteva telefonare solo nelle grandi città. Ma la banda larga costa dai sette ai quindici miliardi a seconda di quanta sarà l’estensione. E su questo soldi non ne “buttiamo”, non lo fa il governo, non lo chiede l’opposizione, non lo reclama la pubblica opinione. Estendere l’Alta Velocità ferroviaria fino a Genova e Trieste costerebbe circa 22 miliardi. Ma a parte che siamo fieramente impegnati a non fa nulla perché la minoranza anti Tav non soffochi a forza e in culla la Torino-Lione, neanche su questo soldi ne “buttiamo”. Non il governo che non ne ha, non Trenitalia che per farlo dovrebbe aumentare, eccome, il costo dei biglietti. Non “buttiamo” soldi in autostrade informatiche e neanche in infrastutture ferroviarie. Chi governa non ha soldi e chi è governato è indifferente e distratto se non ostile. Però dal 2010 al 2020 è stato deciso di spendere cento miliardi, cioè una banda larga e una Tav con resto e avanzo di sessanta miliardi, per gli incentivi alla produzione di energia elettrica con fonti rinnovabili, insomma il fotovoltaico, l’eolico e il solare. E altri settanta miliardi pioveranno sulle rinnovabili dal 2020 al 2035: totale 170 miliardi. Una robusta parte di questi 170 miliardi sono soldi buttati, infatti per risparmiare un Kwh attraverso misure di efficienza energetica nel periodo 2005/2009 è bastato un incentivo di 1,7 centesimi. Gli incentivi per le rinnovabili sono invece da 8 a 44 centesimi a seconda della tecnologia. Nella differenza tra 1,7 centesimi e 44 centesimi c’è la misura e la quantità dei soldi buttati.

Non ci si accorge che siano “buttati” perché non è il governo che ce li mette, non sono soldi pubblici, arrivano e arriveranno dalle tasche private attraverso il sovraprezzo sulle bollette. Ma nessuno grida alla tassa, nessuno contesta lo spreco: il governo ne ha fatto una legge, l’opposizione reclama più soldi per le rinnovabili, la pubblica opinione sente energia “pulita” e tanto le basta per non chiederne neanche il prezzo. Rinnovabili che sono utili e indispensabili, ma non l’ha ordinato il dottore che costino così tanto e così tanto solo in Italia. Le rinnovabili si possono e si devono fare ma perché pagarle più di quello che possono costare?

Soldi buttati per l’acqua dei partiti e per le rinnovabili super pagate. Per fortuna in Italia non si faranno più le centrali nucleari. Erano previsti 30 miliardi di spesa. E, comunque la si pensi sul nucleare, almeno una parte rischiava grosso di essere “buttata”. Perché in Italia il rischio sismico era in teoria calcolabile e forse arginabile, senza argini era invece il rischio, anzi la certezza della faglia della tangente: un paese che costruisce gallerie e ospedali con il cemento impastato di sabbia è meglio non costruisca centrali nucleari. Al loro posto verranno, dovrebbero venire tre o quattro rigassificatori perché l’energia che non verrà dal pericoloso nucleare dovrà venire da più gas. E al posto del nucleare verranno, dovrebbero venire centrali a carbone, a carbone anche se con tecnologia meno inquinante. Perché nella migliore delle ipotesi ambientalista le rinnovabili copriranno il 20 per cento del fabbisogno energetico. Ma nessuno vuole un rigassificatore come insegna la storia di Brindisi e centrali a carbone vengono bloccate, come dimostra la vicenda di Porto Tolle. Ma questa è un’altra storia, o forse è solo un’altra pagina della stessa storia, proprio la stessa storia. ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

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