" A che punto è la lotta ai paradisi fiscali " di Vincenzo Comito

http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/05/Sailboats-Anchored-by-Bea-008.jpgLa crisi in atto ormai da diversi anni ha mostrato, tra le altre cose, come il sistema finanziario, a livello dei singoli paesi e a quello internazionale, dovesse essere radicalmente ripensato. Esso ha largamente contribuito al disastro in cui ci troviamo sempre più impelagati e dal quale sembra molto difficile uscire.

Al tema della riforma del sistema hanno lavorato in questi anni, almeno in certi casi alacremente, singoli studiosi, tecnici, governi, istituzioni internazionali, authority e commissioni di vario tipo e colore,  nonché il  G-8 e il G-20. Ma si può certamente affermare, come del resto è noto a tutti, che i risultati di questo lavoro appaiono ad oggi veramente modesti, tranne forse in qualche area, quale quella della ricapitalizzazione delle banche, tema sul quale le cose sembrano stare andando avanti in maniera che si può giudicare dignitosa, anche se con tempi certamente un po’ lenti.

Una delle questioni  sul tappeto sulla quale sembrava si fosse manifestata, a livello internazionale, una sostanziale convergenza  di idee e di propositi riformatori, è quello della lotta ai tax-haven, ovvero ai rifugi (o paradisi) fiscali, come sono conosciuti da noi. Alcuni governi si sono a suo tempo dichiarati molto determinati nel volere combattere il fenomeno –ricordiamo ancora, ad esempio, la rabbia manifestata ad un certo punto da N. Sarkozy sul soggetto-. Ricordiamo a questo proposito che, tra l’altro, l’esistenza dei tax haven tende a minare la base fiscale degli stessi stati.

Così  molto presto il G-20  è apparso deciso ad occuparsi solennemente della questione. Tale organismo, in una sessione tenuta già nel 2009 a Londra, sull’onda della spinta venuta da molte parti, aveva deciso di intervenire operativamente. Ne era nata, tra l’altro, l’idea di spingere i numerosi paradisi fiscali a firmare, sulla base dei criteri in proposito fissati dall’Ocse, dei trattati bilaterali di cooperazione nella materia con i vari stati interessati.

Ecco allora che nel novembre del 2011, ad un’altra riunione del G-20, questa volta a Cannes,  lo stesso segretario generale dell’Ocse, A. Gurria, poteva solennemente affermare che l’iniziativa del G-20 era stata un sostanziale successo, che l’era del segreto bancario era finita e che non era più possibile nascondere le ricchezze o i redditi senza rischiare di essere facilmente scoperti. Ma ora si scopre che le cose non sembrano stare proprio così. Un articolo apparso di recente sul Guardian a firma S. Bowers sembra da questo punto di vista abbastanza rivelatore.

L’articolo parte dalla constatazione che, secondo i dati rilevati dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, il livello dei depositi bancari nei paradisi fiscali si colloca oggi a circa  2,7 trilioni di dollari, esattamente come nel 2007. Certo, tale cifra  non è nel frattempo aumentata e bisogna anche considerare l’inflazione nel frattempo manifestatasi, per cui si può affermare che c’è stata una modesta riduzione degli stessi depositi in termini reali; ma non si tratta certo di numeri  che possano far gridare al miracolo e neanche entusiasmare.
Cosa è successo in effetti? È vero che, spinti dalla pressione del G-20 e da quella di molti governi,  alcuni paradisi fiscali si sono affrettati a mettere a punto dei trattati bilaterali con gli altri paesi. Così Jersey e Guernsey, come riferisce l’articolo del Guardian, hanno firmato rispettivamente ben 18 e 19 accordi di questo tipo ed hanno registrato  di conseguenza, in effetti, il fatto che i loro depositi bancari si sono ridotti in maniera sostanziale, ma contemporaneamente un paese come Cipro ha firmato soltanto due trattati dello stesso tenore e così il paese ha visto il livello dei suoi depositi bancari aumentare di circa il 60%.
Ma, comunque, d’altra parte,  le istituzioni di volontariato che portano avanti da tanti anni la campagna contro i paradisi fiscali avvertono anche che tali trattati sono formulati in genere in maniera abbastanza insoddisfacente e che essi lasciano spesso larghi spazi per l’elusione delle normative. Così le direttive del G-20, alla fine, con buona pace dell’Ocse, hanno soltanto avuto l’effetto di spostare i depositi bancari da un paese all’altro, senza incidere complessivamente sul fenomeno.
Speriamo veramente che il quadro migliori nei prossimi anni, come sembra credere sempre lo stesso Ocse. ( Fonte: www.finasol.it)
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