2012, la fuga dalle banche

http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/12/Co-operative-bank-branch-008.jpgIl 2012 è stato, sul fronte finanziario, anche l’anno delle banche, ma questo soprattutto per ragioni non certamente esaltanti. Abbiamo assistito, tra l’altro, ad un rilevante numero di scandali –facciamo una facile profezia dicendo che la serie continuerà in molte direzioni nel 2013 e probabilmente anche oltre- ed esso si è chiuso con due condanne emesse in un tribunale, quella dell’UBS per lo scandalo del Libor e quello di quattro banche internazionali per la questione dei derivati.

Tutto questo avviene poi nel quadro della mancata riforma del sistema, a livello di singoli stati, di Unione Europea, di enti internazionali, per le rispettive competenze,  riforma di cui pure si è parlato così a lungo e dettagliatamente, ma senza grandi risultati tangibili. La politica non sembra in effetti in grado di intervenire adeguatamente, soggiogata, come essa appare, dalla forza materiale di tale settore e peraltro, in gran parte, legata ad esso dalla stessa visione neoliberista del mondo, nonché ovviamente da traffici finanziari di vario genere e categoria.

Le pessime vicende di un sistema finanziario internazionale di cui a questo punto si può pensare, come scrivono molti commentatori, che esso sia, nella sostanza e per la gran parte, una gigantesca associazione a delinquere, sono state particolarmente rilevanti in un paese come la Gran Bretagna, paese dominato da cinque grandi istituti, le big five – la Barclays, l’HSBC, il Banco Santander, la Lloyds, l’RBS, tutti bene o male implicati in qualche scandalo recente e qualcuno di essi in più di uno. Come ha, tra l’altro, affermato a questo proposito l’attuale  ministro britannico per l’economia, Vincent Cable, “…noi abbiamo avuto uno scandalo dopo l’altro…; …io non ho fiducia nelle banche…”. Se non se la sente lui di dare credito al sistema, immaginiamo noi e, ancora di più, i clienti attuali e potenziali di tali istituzioni.

C’è, peraltro, alla fine, da dire che un qualche risvolto positivo prima la crisi del 2007-2008 e ora soprattutto gli scandali in atto  lo hanno per fortuna avuto, quello in particolare di far crescere nel paese, oltre ogni rosea aspettativa, la finanza alternativa. Intanto, bisogna preliminarmente ricordare  che l’opinione pubblica britannica, a seguito alle vicende sopra citate, è diventata molto sensibile alla questione, anzi probabilmente più sensibile che quella di qualsiasi altro grande paese occidentale. Appare anche opportuno premettere a quello che diremo che nel paese le dimensioni, l’articolazione e la forza del sistema finanziario alternativo sono già da tempo molto rilevanti, più rilevanti che, ad esempio, da noi o  nella stessa  Francia, paese quest’ultimo pure caratterizzato da una vivacità di presenza delle strutture organizzative della finanza etica.

Comunque, come ci informa in proposito Hether Stewart con un articolo scritto per l’Observer  del 23 dicembre (Banking: thousands of customers switch their accounts out of the big five) e come peraltro avevamo già informato i lettori, sia pure in forma più generica, in questo stesso sito qualche mese fa,  i clienti stanno chiudendo in misura mai vista prima i loro conti nelle banche più importanti e trasferendoli altrove; stanno godendo in particolare di questa situazione le banche cooperative, le unioni del credito ed un altro tipo di struttura tipica del paese, le building societies.

La grande Banca Cooperativa, che già triplicherà comunque le sue dimensioni nel prossimo anno avendo acquisito 632 filiali dal gruppo Loyds a seguito anche di problemi di quest’ultima con i tribunali (vicenda di cui anche avevamo già informato i lettori qualche tempo fa), ha visto comunque crescere il numero dei nuovi clienti che provengono dalle big five di circa il 43% nel corso del 2012. Le building societies, dal canto loro, hanno registrato l’afflusso di 78.000 nuovi clienti nel solo terzo trimestre dell’anno a seguito, in particolare, della notizia che la Barclays era implicata nello scandalo del Libor.

Le credit unions –gruppi di risparmio di solito piccoli e formati su base locale- hanno inoltre attratto 20.000 nuovi clienti negli ultimi sei mesi. Alla fine, quindi, mentre si può  per alcuni versi arrivare a disperare per la mancanza in occidente di un piano d’azione adeguato volto a ridimensionare la finanza e a ricondurla al servizio dell’economia reale, si può essere però indotti  ad introdurre nel quadro un barlume di speranza  in relazione alla forte crescita, soprattutto in alcuni paesi europei e non solo in Gran Bretagna,  di queste strutture di finanza “critica”, strutture che sembrano avere in mente obiettivi diversi da quelli della speculazione e della truffa ai danni dei propri clienti e dei propri paesi.
Autore: Vincenzo Comito
Fonte: http://www.finansol.it/?p=7106
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