" 127 Ore" La recensione

Dopo il pluripremiato “The Millionaire”, Danny Boyle torna a sorprendere ancora una volta lo spettatore con una storia tratta da un evento realmente accaduto all’escursionista Aron Ralston.
Ralston decide di cimentarsi nell’ennesima escursione lungo il Blue John Canyon, nello Utah.
Conosce quelle rocce e quei viottoli molto bene, tanto da indicare la strada a due ragazze che hanno perso l’orientamento. Trascorrono qualche ora insieme, poi ognuno va per il suo sentiero, dopo poco, però, Aron precipita improvvisamente in un cunicolo profondo e stretto: un masso staccatosi dalla parete cade insieme a lui intrappolandogli la mano e impedendogli quasi ogni movimento.

Iniziano così le 127 ore durante le quali l’uomo cercherà di liberarsi dalla morsa, ma mentre le ore scorrono i suoi stati d’animo cambiano volto: dalla tenacia alla disperazione, dall’ironia allo scoraggiamento, dall’ottimismo alla rassegnazione, saranno ore interminabili che gli faranno capire quanto sia profondamente legato alla vita e ai suoi cari.

Prima tematica che balza subito all’attenzione è l’individualismo in cui può cadere un uomo. Aron Ralston non lascia detto a nessuno dove sarebbe andato e nessuno avrebbe saputo dove cercarlo se fosse stato in pericolo di vita. È un uomo atletico, in gamba, che riesce a fare tutto da sé, senza sentire il bisogno di aprirsi né con la madre né con gli amici.
Il film sottolinea la presa di coscienza di un uomo che comprende i suoi limiti e che ha bisogno degli altri e del loro aiuto.
È proprio la parola – Aiuto! - che gli esce dalla bocca per richiamare l’attenzione su di sé.
La lezione più grande che si può imparare dal film è che l’uomo è parte di una comunità, non è fatto per vivere isolato.

“127 ore” ha una struttura narrativa dinamica, Boyle mostra attraverso il racconto cosa si è disposti a fare quando, trovandosi in una situazione estrema, si sceglie la vita. Il suo intento è stato quello di creare un viaggio interiore, focalizzando l’attenzione sui pensieri che passano per la mente ad Aron: non solo ricordi, ma anche fantasie sul proprio futuro, allucinazioni, combattendo i propri demoni e poterne uscire vincente.
È una straordinaria storia di sopravvivenza nella natura, dove viene mostrata la forza vitale del protagonista.
È un elogio alla vita, più che all’individuo, che buca lo schermo e arriva allo spettatore con immediatezza, permettendogli di identificarsi e facendogli porre dei quesiti, primo fra tutti: come mi comporterei nella stessa situazione?
Riuscirei a trovare quella forza d’animo, quel coraggio e quella voglia impellente di vivere che trova il protagonista?. In poche parole: sceglierei la vita?.

“127 ore” si può ritenere un film d’azione, nonostante il protagonista sia immobilizzato tra due altissime pareti.
Danny Boyle è riuscito a conferirgli un ritmo incalzante e a tenere lo spettatore concentrato, realizzando una pellicola coinvolgente, sia a livello emozionale che visivo.
Le soluzioni tecniche adottate dal regista, nel raccontare questa storia, riescono nell’intento: ci sono delle idee visive molto accattivanti, con panoramiche a volo d’uccello e molto altro.
Ha messo un individuo in uno spazio circoscritto largo quanto basta per accogliere una persona, dandogli un senso di claustrofobia, nonostante sia un luogo non completamente chiuso.
L’obiettivo principale di Danny Boyle è stato quello di ricreare l’esperienza umana di Aron Ralston durante quelle 127 ore, facendo percepire allo spettatore le sue emozioni più profonde in maniera tangibile, raccontandole in un modo in cui non si sentisse più la presenza della macchina da presa.
Parlare direttamente a una videocamera in luogo del tradizionale dialogo cinematografico ha permesso di parlare direttamente al pubblico. È un film abilmente diretto e con una bella performance dell’attore James Franco, e che merita di essere visto. ( Fonte: www.cinemalia.it)

Autore: Francesca Caruso

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