1 marzo 1896: la battaglia che cambiò la storia d’Italia - di Stefano Marcuzzi

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1° marzo di 118 anni fa s’infrangeva il sogno del primo colonialismo italiano. Adua, battaglia dimenticata, è il simbolo di un’Italia lanciata allo sbaraglio dalle velleità di potenza di una classe dirigente non all’altezza. E ancora oggi può dirci molto sui nostri pregi e difetti.

LA RICORRENZA – Adua è una battaglia quasi dimenticata. L’Italia rimosse quella disfatta coloniale come un tabù. Ancora oggi, se pensiamo a una sconfitta-simbolo, viene in mente Caporetto. Perché dopo Caporetto ci fu Vittorio Veneto, così come dopo l’8 settembre ci fu la Resistenza. La redenzione dalle ceneri. L’Italia come una Fenice che alla fine risorge sempre. Dopo Adua no. Quell’impresa fu senza “lieto fine”, e dovette attendere quasi mezzo secolo per essere vendicata, quando ormai il fascismo aveva definitivamente avvelenato la nostra storia.

Adoua: Che cosa fu la battaglia di Adua?  Innanzitutto, si trattava del primo, serio tentativo dell’Italia di entrare a pieno titolo nel club delle grandi potenze. Avrebbe dovuto essere il compimento dell’espansione coloniale iniziata un decennio prima, ma già con enorme ritardo sui concorrenti. Si tradusse in un disastro: la mattina del 1° marzo 1896, 15.000 uomini, fra nazionali e ascari (le truppe indigene con divisa italiana) al comando del generale Oreste Baratieri andarono all’attacco di centomila guerrieri etiopi del negus Menelik II. Il generale, mandato da Crispi a conquistare l’Abissinia, fu uno dei pochissimi casi, nella storia, di un comandante che combatté una battaglia decisiva da dimissionato. Gli era infatti giunta voce da Roma che il Governo, stanco della sua inazione, stava mandando in Africa il suo sostituto, generale Baldissera. Baratieri rinunciò allora alla prudenza e attaccò. Al tramonto tutto era finito: sul terreno giacevano cinquemila italiani, più dei caduti accertati in tutte le battaglie campali del Risorgimento, e altre migliaia erano prigionieri degli abissini trionfanti. Contrariamente a tante disfatte momentanee che caratterizzarono qualunque altra impresa coloniale, Adua fu una battaglia decisiva. Qualche mese dopo, il Governo italiano avrebbe dovuto accettare la pace alle condizioni degli africani: unico caso nella storia del colonialismo.

LE CONSEGUENZE STORICHE – Adua fu una folgore che squarciò il cielo d’Italia, già incupito dalla cosiddetta “crisi di fine secolo”. Le conseguenze più immediate della disfatta furono il tracollo del ministero Crispi, la momentanea sospensione delle ambizioni coloniali italiane, accantonate fino alla guerra di Libia del 1911, il ridimensionamento dell’Italia in seno alla Triplice Alleanza, nonché il germogliare di un’opposizione anti-imperialista e anti-militarista sempre meno parlamentare e sempre più anti-sistema, quindi anti-liberale, abilmente gestita da anarchici e insurrezionalisti. I moti di rivolta sociale che cominciarono in quei mesi avrebbero portato alla terribile strage di Milano del 1898, scatenata da Bava Beccaris e approvata dal Re, Umberto I, il quale avrebbe poi pagato con la vita la decisione di sparare sulla folla.

Ma Adua portò con sé altre, e più tragiche conseguenze. Secondo Domenico Quirico, nel suo libro Adua, in quelle poche ore si erano scavalcati due mondi. Da un lato, le vecchie generazioni del Risorgimento, le loro ideologie, l’epica della borghesia liberale e della monarchia illuminata, delle cariche di cavalleria, dei nobili che versavano il loro tributo di sangue, dei politici che viaggiavano in terza classe: alti ideali e grandi idealisti, che però, dopo aver fatto l’Italia, avevano fallito a renderla una Grande Potenza. Dall’altra parte, il nuovo mondo delle masse popolari irrequiete, dei giovani politici-affaristi, la “prosa” (per dirla crocianamente), del tran tran amministrativo con il suo debito pubblico e le sue tasse soffocanti, insomma la “violenza” della modernità. Dietro la sconfitta si era poi mossa una grande macchinazione internazionale ai danni dell’Italia, con Francia e Russia che avevano armato la mano del negus per questioni di concorrenza coloniale: l’Italia non dimenticò l’umiliazione, e quella débâcle trasformò il nostro patriottismo in un nazionalismo rancoroso, frustrato, che gridava all’intervento dell’“uomo forte”. Con consumata abilità politica, Mussolini, che in quei giorni si incatenava con i socialisti ai treni che conducevano i rinforzi per l’Africa agli imbarchi, avrebbe capito che vendicare quell’onta gli avrebbe garantito una popolarità senza pari.

Baratieri: L’EREDITÀ DI ADUA – E oggi? Perché è ancora importante ricordare quella battaglia? Adua, e ciò che la circondò, è ancora lo specchio dei nostri maggiori pregi e difetti nazionali. Politicamente, fu la conseguenza dell’avventurismo, dell’improvvisazione e delle velleità di chi cercava, con un’impresa coloniale, di tacitare i propri fallimenti in politica economica e sociale. Come sempre, a rimetterci furono i ragazzotti in divisa, che nonostante la disfatta si batterono eroicamente (celebre l’ultima frase del Colonnello Galliano, che rifiutò la ritirata mentre l’Alto Comando se l’era data a gambe: «Signori, si dispongano con la loro gente e vediamo di morir bene»). Su quei ragazzi ricadde poi la “retorica della sconfitta”, macchiata dall’atteggiamento di Baratieri che, esattamente come Cadorna dopo Caporetto, telegrafò a Roma imputando la disfatta alla viltà dei propri uomini. Infine, l’attualità di Adua è racchiusa nell’inchiesta (con conseguente processo) messa in piedi contro lo stesso Baratieri. Si concluse con una tipica “assoluzione all’italiana”: il generale accettò di non testimoniare le colpe – pari alle sue – della politica nell’organizzazione dilettantesca della guerra; in cambio, fu rimossa l’accusa di viltà. Un processo, insomma, in cui si assommarono, per quanto possa sembrare paradossale, due nostre caratteristiche immutate: la teorica volontà forcaiola, e la pratica incapacità di punire. Oggi come ieri, l’Italia è ancora nelle mani di tanti, piccoli o grandi, generali Baratieri.

Fonte: Dailystorm 

 

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