Vaccini non etici, nel 2005 la PAV chiamava alla battaglia

  • Luisella Scrosati

Dall’opposizione esplicita alla produzione di vaccini legati a cellule di feti abortiti la Chiesa è pressoché arrivata, con le note dal 2017 in poi, al “liberi tutti”. Ma il documento del 2005 della Pontificia Accademia per la Vita ha ben altra vis combattiva. Esso sottolinea che la cooperazione al male va valutata sia in relazione all’aborto che agli atti successivi. L’uso è ammesso solo per condizioni gravi e circoscritte. Ma i fedeli sono chiamati all’obiezione di coscienza e a chiedere l’uso di vaccini etici, senza dimenticare le cure alternative.

Ogni giorno ci sono testimonianze di costrizione alla vaccinazione da parte di datori di lavoro, medici e persino vescovi, i quali, evidentemente, si sono sentiti autorizzati da una presunta definizione “ex cathedra” mediatica del Pontefice sull’obbligatorietà morale dei vaccini. Non mancano poi sedicenti quotidiani cattolici, che non esitano a bruciare incenso all’idolo della scienza, osannandone i risultati sorprendenti, grazie ai quali potremmo persino fare a meno dei miracoli.

Le persone sono, a ragione, sempre più confuse: nel giro di nemmeno un ventennio si è passati da un vigoroso appello all’opposizione manifesta contro la produzione di vaccini contenenti o testati su linee cellulari, al “liberi tutti”. Solo un cieco - volontario o involontario - può non vedere che il documento del 2005 della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) è stato letteralmente spogliato della sua vis combattiva per giungere, documento dopo documento, a partire da quello della nuova PAV gestione Paglia del 2017, ad un addomesticato e bislacco principio per cui l’obbligatorio rifiuto di cooperazione formale finisce per prendere le vesti del cristianesimo da sacristia: in privato puoi pensare secondo il Vangelo, ma in pubblico ti adegui all’andazzo.

Allora proviamo a ritornare a quel documento del 2005, che articola in modo equilibrato la situazione. Il principio generale circa la cooperazione al male è il seguente: «è da ritenersi illecita ogni cooperazione passiva formale, ma anche la c. passiva materiale generalmente va evitata, pur se si ammette (da parte di molti autori) che non c’è l’obbligo rigoroso di evitarla quando sussistesse un grave incomodo». Iniziamo da qui: la cooperazione materiale va evitata; essa è ammessa solo qualora sussista un grave incomodo. Il contesto della riflessione riguardava in particolare la liceità di quei vaccini contro la rosolia, che avevano utilizzato tessuti di feti abortiti in fase di preparazione. Il documento assumeva una posizione di apertura, ritenendo prudenzialmente che l’utilizzo di tale vaccino fosse necessario per evitare conseguenze gravi della malattia: «La severità della rosolia congenita e gli handicap che essa genera giustificano la vaccinazione generalizzata contro tale malattia». Nel contempo però poneva, come vedremo, le condizioni fondamentali per avvalersi di un tale vaccino.

Punto secondo: la collaborazione non va valutata solamente in relazione all’aborto, ma anche a quegli atti successivi ad esso connessi, come «la preparazione, distribuzione e commercializzazione di vaccini realizzati grazie all’impiego di materiale biologico la cui origine è collegata a cellule provenienti da feti volontariamente abortiti». Tale sequenza di atti è valutata come processo «moralmente illecito, poiché esso potrebbe contribuire di fatto a incentivare l’effettuazione di altri aborti volontari, finalizzati alla produzione di tali vaccini». Il documento infatti specifica al riguardo che, sebbene quella di chi avrebbe necessità di farsi iniettare questi vaccini sia da ritenere una «forma di cooperazione materiale mediata molto remota, e quindi molto debole, rispetto alla produzione dell’aborto», rispetto invece alla commercializzazione di tali linee cellulari essa si configura come una «cooperazione materiale mediata, e immediata, rispetto alla commercializzazione dei vaccini prodotti con tali cellule».

Quindi, anche l’ultima ruota del carro - ossia coloro che vengono di fatto vaccinati, in questa gradualità di cooperazione - non può semplicemente avvalersi con coscienza sicura di un tale vaccino, riparandosi dietro al principio di cooperazione materiale remota. Se così fosse, il documento del 2005 si sarebbe limitato ad escludere, come quello della PAV del 2017, «che vi sia una cooperazione moralmente rilevante» e ritenere quindi «che si possano applicare tutte le vaccinazioni clinicamente consigliate con coscienza sicura che il ricorso a tali vaccini non significhi una cooperazione all’aborto volontario». Invece no. La PAV del 2005 non è dello stesso parere della PAV del 2017; perché esorta proprio “le ultime ruote del carro” ad opporsi a questa immoralità dilagante, rivestita con il camice bianco della medicina.

Sebbene sia chiaro che «la cooperazione è più forte da parte delle autorità e dei sistemi sanitari nazionali»tuttavia «ai fedeli e ai cittadini di retta coscienza (padri di famiglia, medici, ecc.) spetta di opporsi, anche con l’obiezione di coscienza, ai sempre più diffusi attentati contro la vita e alla “cultura della morte” che li sostiene. E da questo punto di vista, l’uso di vaccini la cui produzione è collegata all’aborto provocato costituisce almeno una cooperazione materiale passiva mediata remota all’aborto, e una cooperazione materiale passiva immediata alla loro commercializzazione». Questa cooperazione non va prestata: questa è la linea della Chiesa, almeno fino al rovesciamento recente, che ha totalmente cancellato questo dovere di opposizione; dovere che si fa ancora più incalzante dal momento che, «sul piano culturale, l’uso di tali vaccini contribuisce a creare un consenso sociale generalizzato all’operato delle industrie farmaceutiche che li producono in modo immorale». È esattamente quello che sta accadendo: tutti concordi attorno ai nuovi salvatori della Patria e tanti saluti ai bambini abortiti e allo sfruttamento della vita umana per scopi di ricerca.

Dobbiamo rimettere le truppe sul Piave e non cedere di un millimetro, nonostante ormai oggi i nostri generali ci stiano dando l’ordine di disertare. Il documento del 2005 chiamava alla battaglia e non alla ritirata: «Pertanto, i medici e i padri di famiglia hanno il dovere di ricorrere a vaccini alternativi (se esistenti), esercitando ogni pressione sulle autorità politiche e sui sistemi sanitari affinché altri vaccini senza problemi morali siano disponibili. Essi dovrebbero invocare, se necessario, l’obiezione di coscienza [...]. Ugualmente dovrebbero opporsi con ogni mezzo [...] ai vaccini che non hanno ancora alternative senza problemi morali, facendo pressione affinché vengano preparati vaccini alternativi non collegati a un aborto di feto umano e chiedendo un controllo legale rigoroso delle industrie farmaceutiche produttrici».

Avete visto qualcosa di simile in questi mesi? Qualcosa che almeno si avvicini un po’ a questa strategia di battaglia? Niente. Tutti a correre ai ripari dietro il principio di cooperazione materiale remota, come se questo potesse, con un colpo di spugna, cancellare tutto il resto. Ci si domanda, a questo punto, cosa resti effettivamente del rifiuto di cooperazione formale; per la serie “io non condivido il principio, ma mi avvalgo del prodotto, senza se e senza ma”. Chiariamo: non si tratta di affermare che l’uso di vaccini che utilizzano linee cellulari di feti abortiti sia intrinsecamente cattivo. Se così fosse, non vi sarebbero eccezioni di sorta. Si tratta però di circoscrive quelle condizioni in modo che non accada che un eventuale utilizzo finisca per: 1. incoraggiare tale produzione; 2. minare la coerenza tra l’azione e il rifiuto di cooperazione formale; 3. dare di fatto l’impressione di approvazione.

Alla luce di questi principi, l’esame di coscienza che ciascuno di noi deve fare dovrebbe tener conto di alcuni dati fondamentali. Anzitutto, considerare la propria reale condizione: è una balla che 60 milioni di italiani siano a rischio di morte per Covid; si conosce molto bene quali sono le categorie a maggior rischio e quali no. Inoltre, checché se ne dica, esistono cure per chi si ammala di Covid, cure che sono in grado di controllare quella tempesta di citochine che è all’origine dei casi più gravi (che rimangono una piccola parte di quanti si ammalano). Così come esiste una reale prevenzione che si può fare, affinché i virus trovino un terreno loro sfavorevole. È importante chiarire un principio: è lecito avvalersi di vaccini non etici allorché non si hanno alternative. Tali alternative, però, non devono essere ricercate solo all’interno dell’offerta vaccinale, ma anche nel quadro dell’esistenza di possibilità terapeutiche e preventive.

Infine, per chi ritiene di doversi vaccinare, si deve esigere che in Italia giungano vaccini etici e che la persona sia realmente libera di sceglierli, senza subire arbitrarie imposizioni da parte di nessuno. La questione dei vaccini contro il Covid ci dà l’opportunità di aprire gli occhi su quanto sia diffuso l’utilizzo di linee cellulari di feti abortiti nella ricerca scientifica: a noi la scelta se richiuderli nuovamente o iniziare una sacrosanta battaglia.

Luisella Scrosati

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