Persino per la Cina l'utero in affitto è uno scandalo

Nel paese comunista è andato in onda Ten Months with You, un documentario su una madre surrogata, nei cui titoli di coda viene ricordato che questa pratica «è severamente vietata dalla legge cinese». Nonostante ciò il film ha sollevato un polverone. Com’è possibile che nella rossa Cina si riesca a cogliere l'orrore, mentre in Occidente si faccia a gara per promuoverlo?

 

Tu chiamali, se vuoi, paradossi. Viene da commentare così, riprendendo la nota canzone di Lucio Battisti, quel è accaduto nelle scorse ore nella Cina comunista, dove un film che dalle nostre parti passerebbe come all’avanguardia sui «diritti civili», se non addirittura come una sorta di piccolo capolavoro, ha scatenato un vero e proprio putiferio che non può non far pensare. Ma andiamo con ordine.

É successo che, nell’ambito della finale della seconda stagione della trasmissione Everybody Stand By - in cui i concorrenti danno le loro interpretazioni di scene classiche di film e tv - è andato in onda Ten Months with You, un cortometraggio di 30 minuti che racconta l’esperienza di una madre surrogata. Da notare come il film sia opera di Chen Kaige, che non è esattamente il primo che passa bensì un’autorità tra i registi cinesi, nonché una figura che oltretutto Pechino dovrebbe apprezzare, dato che, quando aveva 14 anni, arrivò a denunciare il padre accusandolo di «produrre arte sovversiva».

Ma restiamo su Ten Months with You, che in estrema sintesi è la storia di una giovane donna che accetta, a pagamento, di diventare una madre surrogata su ingaggio di una coppia infertile. Succede però che costei, durante la gravidanza, si attacca sempre più – com’è naturale ed ovvio - alla vita nel suo grembo meditando poi di tenerselo, quel bambino. Tuttavia, alla fine, dopo lotte emotive, discussioni col partner e minacce legali da parte dell'agente rappresentante degli interessi della coppia, la donna si separa dal neonato. Non siamo insomma davanti alla solita pellicola pro utero in affitto, anzi: nei titoli di coda viene perfino ricordato agli spettatori che «la maternità surrogata è severamente vietata dalla legge cinese e coloro che la violano saranno severamente puniti».

Ciò nonostante, il film ha sollevato un polverone. Secondo quanto riferisce SupChina.com, piattaforma di notizie incentrata su cose cinesi, pare infatti che su Weibo – una via di mezzo fra Twitter e Facebook, nonché uno dei siti più frequentati in assoluto in Cina – nel giro di poche ore, dopo la messa in onda della pellicola, siano fioccati qualcosa tipo 70.000 commenti, la gran parte dei quali critici nei confronti del film, accusato di mettere la maternità surrogata sotto una luce relativamente positiva.

Degno di nota è il tenore, assai rovente, delle critiche fioccate. «La maternità surrogata retribuita è uno sfruttamento delle donne», ha scritto per esempio un utente su Weibo, «in particolare delle donne povere e non istruite. Ma ovviamente Chen non la vede così perché appartiene alla classe elitaria ed è completamente fuori dal contatto con la realtà». E via di questo passo. Ora, lungi da noi voler contribuire alle critiche contro il cineasta, tanto più che non si sa mai, vista la considerazione dei diritti umani che vige nel suo Paese; tuttavia una riflessione questo fatto inevitabilmente la ispira.

La riflessione è molto brevemente la seguente: com’è possibile che nella rossa Cina si riesca a cogliere subito – perfino laddove non è esplicitamente promosso – l’utero in affitto come un orrore, mentre in Occidente si faccia ormai quasi a gara, per lo meno in certi ambienti, per convincere l’opinione pubblica del contrario? Come si spiega, per tornare alla nostra battuta di apertura, questo paradosso? Certamente un peso l’ha il fatto che i cittadini cinesi, vivendo sotto un regime di nota ferocia, sposano gli orientamenti del loro ordinamento giuridico, sanzioni penali incluse, senza tanto discutere. Anzi, probabilmente è proprio questa la spiegazione prevalente alle reazioni seguite a Ten Months with You.

Questo però non elimina il fatto che, almeno per quanto concerne la pratica barbara dell’utero in affitto, in Cina – potenza atea mondiale da 1,5 miliardi di persone, non esattamente una succursale del Vaticano - sembrino avere le idee più vicine alla realtà di quelle di certi circoli artistici e culturali occidentali. E ciò non può non suonare come una esortazione, per noi, ad aprire gli occhi, evitando di farci tentare dall’insidioso ragionamento secondo cui, «a certe condizioni», la maternità surrogata sia dopotutto qualcosa di tollerabile. Non lo è mai.

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