Leggende del Lodigiano: il Drago Tarando

  • Cronache Lodigiane

Nulla esisteva della vasta e regolare pianura che, quasi a perdita d’occhio, si distende ai nostri giorni. Sparuti insediamenti umani e terreni rozzamente coltivati spezzavano la monotonia di una campagna in gran parte incolta e selvaggia, mentre, nelle terre poste più ad oriente, un complesso universo di acquitrini e paludi caratterizzava un paesaggio neppure comparabile all’odierna valle abduana, un “ mare”(1) nel quale trovava rifugio un terribile e potente sovrano, signore indiscusso del suo regno d’acqua e assoluto dominatore di una terra malsana e crudele…

Fino ai primordi dell’età medievale, ed in alcuni casi fino agli albori del ‘900(2), un vasto ed intricato sistema di paludi si estendeva dalle terre meridionali del lodigiano fino al cremasco e poi oltre, giungendo a lambire le prime propaggini del territorio bergamasco(3). Al giorno d’oggi nulla di palesemente visibile sembra sussistere a dimostrazione dell’esistenza dello scomparso Lago Gerundo(4), ma, osservando con la dovuta attenzione le campagne a ridosso dell’Adda, è ancora possibile individuare le tracce di quell’antico fondale: Maleo, Castiglione d’Adda e Castelgerundo, solo per citare tre esempi, sorgono su un terreno rialzato che denota l’esistenza di un antico bacino idrico, sponde naturali degli estremi confini sud-occidentali dell’antico mare(5).

Il Lago Gerundo, conosciuto anche con il nome di Gerundio o Girondo(6), è una costante in molte delle leggende lodigiane, una importante pagina della sua storia passata. Carte notarili del tardo Duecento accennano alla sua esistenza(7), ma già nel 1110 il monaco Sabbio vi fece accenni nei suoi scritti(8). La generale profondità di questo “ mare” raramente era maggiore di pochi metri, ma, seppur non direttamente alimentato da fiumi, poteva giovare delle risorgive sotterranee e delle periodiche inondazioni dell’Adda, del Serio e del Sillaro per un costante apporto idrico, espandendosi conseguentemente in larghezza(9). Al suo interno esistevano diverse isole, per lo più appezzamenti di terreno dalla forma allungata(10), ma, nel complesso, più che di un vero e proprio paesaggio lacustre, pur esistendo zone pescose e relativamente salubri, il panorama generale era quello di una vasta palude, dove zone acquitrinose e stagnanti erano la norma più che l’eccezione(11). Nonostante ciò, per lunghi tratti il lago era navigabile e sopravvivono ancora oggi in alcune località, soprattutto del cremonese, i resti delle torri nelle quali erano infissi i grossi anelli di ferro utilizzati per l’attracco delle barche(12) . Agli albori del secondo millennio il lago cominciò progressivamente a ritirarsi. Il drenaggio fu principalmente opera dell'uomo: grandiosi lavori di bonifica, già in atto durante il periodo dei regni romano-barbarici, furono intrapresi con relativa sistematicità dai monaci benedettini, dai cluniacensi e dai cistercensi, poi, in tempi più recenti, canali di scolo costruiti dalle genti lodigiane contribuirono al prosciugamento quasi totale del lago(13). Gli ultimi suoi resti, sopravvissuti alle continue bonifiche ed ormai ridotti a poco più che pozze d’acqua stagnante, erano ancora visibili all’inizio del ‘900, ma, già allo scoppio della Grande Guerra, il mare Gerundo non era che un lontano ricordo(14).

Le cronache locali, forse con eccessiva enfasi, riportano che, nel dicembre del 1299, un’inondazione di vaste proporzioni devastò gran parte della pianura lodigiana. Il Po, gonfio d’acqua e al limite dell’esondazione, impedì ai propri affluenti di defluire, creando una sorta di tappo in prossimità dei punti di confluenza. Adda e Serio, a loro volta ricolmi d’acqua ben oltre l’usuale portata in seguito ad un periodo di eccezionali piogge, tracimarono in più punti, allagando gran parte della campagna circostante. La quasi totalità del lodigiano orientale fu inondato, molti paesi giacquero sotto metri d’acqua e i campi furono devastati compromettendo i raccolti della primavera seguente, mentre solo pochi lembi di terra scamparono alla devastazione. Lungo il basso corso dell’Adda, tra i paesi che si affacciavano sul Gerundo, la sola città di Lodi riuscì a scampare all’inondazione, seppure solo in parte. Tuttavia, a causa dell’impossibilità di reperire risorse per soddisfare le più impellenti necessità alimentari dei sopravvissuti e mantenere un’accettabile condizione igienica tra le masse degli scampati all’immane disastro, come inevitabile corollario, una violenta epidemia si abbatté su un territorio già duramente provato(15).

Questo cataclisma, come il lago Gerundo stesso, influirono molto sulla fantasia popolare. Molte sono le storie, in parte vere in parte leggendarie, che trovano la propria ragion d’essere in questo periodo del passato lodigiano. Un’era dove non esistevano eroi, dove la durezza del vivere quotidiano, unitamente alla presenza di territorio ostile e malsano, fiaccavano l’animo degli uomini. Un’era dove solo il conforto della religione poteva rappresentare il punto di riferimento in un mondo costellato da sofferenze e ancestrali paure…

Una secolare tradizione, in realtà non solo lodigiana, narra che nei bassi e melmosi fondali del lago, una creatura spaventosa abbia trovato la propria dimora. Un drago senza passato, gigantesco e crudele, flagello per tutti coloro che popolavano le rive del mare Gerundo, maestoso ed imponente, capace di ammorbare l’aria con il suo alito pestilenziale(16). Secondo un’apocrifa leggenda, dagli abitanti di Lodi, città che in quei tempi remoti era lambita dalle acque del lago, un periodico tributo di sangue era dovuto al vecchio Tarando(17), affinché non scatenasse la sua collera contro l’inerme popolazione(18). Ora che il lago Gerundo è prosciugato da tempo, nulla più esiste di quel drago un tempo così potente e la sua morte - ammesso che di morte si possa parlare - è immersa nelle nebbie della leggenda e del folclore locale. Diverse ipotesi si accavallano per dare ragione della scomparsa del leviatano e, seppure nessuna di queste possa essere portatrice di una inoppugnabile veridicità storica, tutte, a loro modo, sono serbano alcuni scampoli di verità(19).

La più nota e diffusa delle favole che ancora si ricordano attribuisce a San Cristoforo(20) la paternità dell’impresa che ha portato a liberare il lodigiano e le terre vicine dal loro più grande flagello e trova la propria ragion d’essere nella terribile alluvione del 1299. La leggenda è fumosa in più punti, ma, con assoluta certezza fa coincidere il decisivo intervento del santo con la scomparsa del drago Tarando, la cui carcassa sarebbe stata poi ritrovata quando le acque iniziarono, agli inizi di gennaio del 1300, lentamente a ritirarsi(21).

Un’altra leggenda attribuisce al giovane lodigiano Egimaldo Cadamosto l’uccisione del drago(22), mentre, prestando fede ad una versione ulteriore del racconto, il mostro sarebbe stato sconfitto da Uberto Visconti, il capostipite dell’omonima casata(23), presso Calvenzano(24). Un’altra variante prettamente lodigiana della vicenda sostiene invece che sia stato Bernardino Tolentino, vescovo di Lodi al tempo della nota alluvione, a causare la morte del mostro: dopo tre giorni ininterrotti trascorsi pregando Dio ed invocando l’ausilio di San Cristoforo, nel corso della notte di San Silvestro, le acque iniziarono a ritirarsi, regalando allo stremato popolo lodigiano i resti ormai senza vita del drago. Come pegno per la grazia ricevuta, Bernardino fece poi restaurare la chiesa cittadina dedicata al santo(25). Un’ultima leggenda, in realtà piuttosto fine a se stessa ed avara di particolari, in termini molto generici, attribuisce a Federico Barbarossa la paternità dell’uccisione di Tarando.

Quelle narrate, seppure il sostrato storico sia indubbio, sono solo leggende popolari. E la stessa esistenza di un drago non riesce a liberarsi dagli stretti vincoli che lo legano al regno della fantasia e della superstizione. Eppure, paradossalmente, esistono prove concrete che avvalorano ciò che, razionalmente parlando, sembrerebbe impossibile…

A Pizzighettone(26), nella sagrestia della chiesa di San Bassiano, è ancora conservata una “ costola di drago”, un osso che tradizionalmente si ritiene appartenuto al drago Tarando. Dalla forma allungata e vagamente rassomigliante ad un femore umano dalle abnormi dimensioni stupisce soprattutto per essere reperto assolutamente fuori luogo per le terre abduane, una sorta di enigma scientifico.

Grosse ossa appartenute alla spaventosa creatura, sono inoltre conservate - prestando fede alla credenza popolare - ad Almenno San Salvatore presso la Chiesa di San Giorgio e nel Santuario della Natività della Beata Vergine di Paladina. Anche a Lodi si tramanda fosse custodita presso la Chiesa di San Cristoforo una costola del drago, andata poi perduta nel Settecento(27).

Generalmente questi resti sono considerati prove fossili di qualche cetaceo, testimonianza concreta di un mondo antidiluviano scomparso da millenni, ma non sono pochi coloro che non vogliono credere a questa ( troppo) facile risoluzione del problema(28). Il fascino che sa trasmettere un’era lontana dove ancora esisteva spazio per le creature del mito non può piegarsi alle leggi della ragione e, anzi, la ricerca di tutto ciò che, insolito e anomalo, possa mantenere viva e, a suo modo, possibile un’antica leggenda è l’essenziale combustibile che alimenta e mantiene in vita, ancora agli albori del terzo millennio, la favola di un terribile drago, monarca assoluto di un misterioso lago scomparso da secoli.

NOTE

1: Mare è qui da intendersi, più che come vasta distesa d’acqua, nel senso etimologico offerto dal termine tardo latino “mara”, ossia palude.

2: Nel paese di Meleti, ancora agli inizi del ‘900, esisteva un piccolo lago. Volgarmente noto come “Lago di Meleti”, questo piccolo specchio d’acqua è prosciugato ormai da tempo, ma “tradizionalmente” è ancora ricordato tra i bassaioli come l’ultimo lembo dell’ormai scomparso lago Gerundo. Il laghetto di Meleti era anche conosciuto come “Lago Boyton” o “Boytoniano”. Tale denominazione alquanto bizzarra era motivata dal fatto che, nel corso del 1876, lo statunitense Paul Boyton fece esperimenti in quelle acque con sommergibili da lui progettati e successivamente utilizzati per traversate oceaniche e navigazioni lungo i principali fiumi europei. A titolo d’esempio si veda Cairo - Giarelli, Codogno e il suo territorio nella cronaca e nella storia, Vol I, pag. 19, Codogno, 1898.

3: Per maggiori informazioni riguardo al lago Gerundo, la sua storia ed il suo territorio, si consiglia: Giovanni Abati (a cura di), Le terre del lago Gerundo, Treviglio, 1996.

4: L’etimologia del termine Gerundo è generalmente fatta risalire alla volgarizzazione del termine latino “glarea”, ossia ghiaia. Per ulteriori argomentazioni in merito si veda Giovanni Abati (a cura di), Le terre…cit.

5: Per quanto riguarda Castiglione d’Adda, l’altura sul quale sorge il paese è chiaramente visibile provenendo da Crema e lo stesso dicasi per Maleo, provenendo da Pizzighettone. Più in generale, anche se forse non sempre con facilità, è possibile rendersi di come tutti i paesi più orientali del lodigiano siano posti in zone rialzate di territorio, un tempo costituenti la riva occidentale del lago Gerundo.

6: Cfr. Gio$vanni Abati (a cura di), Le terre…, cit.

7: Cairo - Giarelli, Codogno e il suo territorio…, Vol I, pag. 20, cit.

8: Fulvio Rossetti, La costola del drago, in La Gazzetta della Martesana, 3 luglio 2004.

9: Cfr. Giovanni Abati (a cura di), Le terre…, cit.

10: L’isola più nota era l’isola Fulcheria, sulla quale sorse la città di Crema.

11: Cfr. Giovanni Abati (a cura di), Le terre… cit.

12: A Truccazzano, solo per citare un esempio, sono ancora visibili i resti degli antichi attracchi, precisamente nei resti di un edificio noto come “Torretone”.

13: Cfr., ad esempio, Giovanni Abati (a cura di), Le terre…, cit. Si veda anche Cairo - Giarelli, Codogno e il suo territorio…, Vol I, pag. 20, cit.

14: È bene precisare che ben difficilmente, nonostante la credenza popolare sia di tutt’altro avviso (si pensi a quanto accennato precedentemente in merito al lago di Meleti), piccoli laghi originati dal Gerundo sarebbero potuti sopravvivere fino alla fine del XX secolo, soprattutto in considerazione delle diffuse e capillari opere di bonifica succedutesi nel corso dei secoli.

15: Cfr., tra gli altri, Cairo - Giarelli, Codogno e il suo territorio…, Vol I, cit.; L. Samarati, I Vescovi di Lodi, Milano, 1956; E. Lodi, Breve storia delle cose memorabili di Treviglio, Milano, 1647.

16: “La leggenda popolare immaginò sul finire del XIII secolo il grande drago Tarando disceso, come il veltro dantesco, non per l’onda del Po, ma per quella dell’Adda che lo immetteva nel lago, dove stette appestante coll’alito le genti”. Cairo - Giarelli, Codogno e il suo territorio…, Vol I, pag. 21, cit.

17: Il drago è noto anche con il nome di Tarantasio, Tarantascio, Taranto o Tartàro. Tarando, sebbene non se ne conosca l’origine etimologica (per alcuni il nome avrebbe attinenza con il termine “tarantola”), è tuttavia la denominazione, da un punto di vista quantitativo, maggiormente utilizzata nei racconti e nelle leggende.

18: Altri aneddoti ancora raccontati in merito al Gerundo ed il suo mostro: nelle terre più meridionali lambite dal lago si racconta che ai bambini non fosse permesso giocare sulle spiagge ed in prossimità delle acque perché Tarando li avrebbe mangiati; a Crema si racconta che nelle giornate di tempesta il drago riparasse sull’isola Fulcheria mietendo vittime per saziare il suo appetito; nei paesi basso-lodigiani appollaiati sulle alture a ridosso dell’antico fondale si narra che Tarando, nelle giornate di nebbia e nelle notti senza luna, terrorizzasse il riposo dei neonati con versi spaventosi.

19: Le diverse versioni della leggenda di seguito riportate, sono patrimonio in grande misura orale. Non esistono fonti assolutamente certe o documenti risolutivi, sui quali basarsi per affermare la maggiore veridicità di una narrazione piuttosto che di un’altra. Inoltre, gran parte delle fonti sono spesso apocrifi e costruzioni ad hoc, fondate sulla parola e la memoria locale, quando non pura invenzione.

20: Nel medioevo il culto di San Cristoforo era largamente diffuso. In quanto “Santo ausiliatore” era particolarmente invocato in occasione di gravi calamità naturali o per richiedere la protezione dalle disgrazie, tanto che il suo patrocinio era particolarmente ricercato durante le pestilenze. Il nome Cristoforo, in greco, significa “portatore di Cristo”: la leggenda parla di un uomo in riva ad un grande corso d’acqua della Licia che aiutava l’attraversamento dei viandanti. Una notte gli si presentò un fanciullo per farsi portare al di là del fiume. Reprobus (questo il nome del santo, in origine) anche se forte e robusto si piegò sotto il peso di quell'esile creatura. Al meravigliato traghettatore il bambino rivelò di essere il Cristo, profetizzandogli nel contempo il futuro martirio.

21: Cfr., a titolo d’esempio, L. Samarati, I Vescovi…, cit.

22: Da non confondersi con il più celebre Camillo Cadamosto, nobile lodigiano protagonista di ben altra, e nota, leggenda. La storia di Egimaldo, ancora raccontata nel lodigiano, è spesso confusa e varia molto a seconda di chi sia a narrare la sua caccia al drago. Per alcuni avrebbe tentato di uccidere Tarando come prova d’amore per conquistare il cuore della bella Sterlanda, forse riuscendoci forse desistendo di fronte a un tale nemico e, conseguentemente, ricorrendo all’aiuto di San Cristoforo per aver ragione del mostro, per altri sarebbe stato una sorta di un nobile e valoroso cavaliere, versione lodigiana di San Giorgio.

23: Lo stemma visconteo rappresenta un drago serpentiforme (Tarando?) con in bocca un bambino.

24: Cfr. M. Carminati, Il circondario di Treviglio e i suoi comuni, Treviglio, 1892.

25: Cfr. E. Lodi, Breve storia delle…, cit.

26: Il paese si trova ora, per la maggior parte della sua estensione, lungo la sponda orientale dell’Adda, ma, prima della scomparsa lago Gerundo era località geograficamente appartenente al Basso Lodigiano.

27: “Ancora attorno al Mille, il suo scheletro enorme era appeso sotto la volta della chiesa di San Cristoforo a Lodi, e qualcuno di quelli che ce ne hanno tramandato la memoria , lo vide con i suoi occhi”. T. Santagiuliana, Geradadda, Treviglio , 1973, in Giovanni Abati (a cura di), Le terre… pag. 17, cit. “Le ossa del drago”, come volgarmente sono chiamate, conservate ad Almenno, Pizzighettone e Paladina sono tutt’ora visibili, collocate in luoghi accessibili per il pubblico.

28: Esiste un’interessante interpretazione volta a dare ragione dell’esistenza di un antico drago nello scomparso lago Gerundo. Una tradizione ancora viva testimonia che nel medioevo alcuni coccodrilli furono importanti in territorio padano e alcuni di questi si adattarono poi a vivere nel fiume Serio. Probabilmente la popolazione “vide” in queste creature il mitico drago Tarando. Nella Parrocchiale di Ponte Nossa, in provincia di Bergamo, è ancora custodito un coccodrillo impagliato “pescato” dal fiume nel 1594. Un’altra teoria sostiene che il drago del Gerundo non fosse altro che una sorta di allucinazione causata dalla presenza di storioni, pesci un di grandi dimensioni e dalla forma serpentiforme. A tal proposito cfr. Maurizio Mosca, Mostri lacustri, Milano, Mursia, 2002.

 

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