Facciamo chiarezza una volta per tutte: “ Non c’è stata nessuna onda democratica pro Biden.” Intervista ad Alain de Benoist

Nicolas Gauthier:

Joe Biden è stato proclamato vincitore delle elezioni presidenziali americane. Donald Trump, che non ammette la sconfitta, grida alla frode e sta per impegnarsi in una battaglia legale. Qual è la tua analisi?

Alain de Benoist:

La questione principale non è lì. Tutti ora ammettono che i sondaggi che annunciavano un’ondata democratica erano, ancora una volta, sbagliati, poiché Biden, finché la sua vittoria è confermata e i sospetti di frode risultano infondati, ha “ solo” vinto, e anche di poco. Ma questa osservazione non è sufficiente. Ciò che i sondaggi non avevano previsto era che Donald Trump avrebbe raccolto tra i 7 e i 10 milioni di voti in più sul suo nome rispetto alle presidenziali 2016. L’idea trasmessa dai media era che quattro anni fa, la “ demagogia trumpiana” aveva abusato di un elettorato ingenuo e che quest’ultimo ora si è pentito amaramente ( da qui l’onda annunciata). È successo il contrario. Non solo coloro che hanno votato per Trump nel 2016 hanno confermato i loro voti, ma milioni di ex elettori democratici si sono uniti a loro.

La partecipazione al voto è stata considerevole – cosa rara in tutto l’Occidente – il fatto massiccio e indiscutibile è che la metà degli americani sono oggi “ trumpiani”, in altre parole che ora si  schierano su posizioni populiste. Trump ha perso una battaglia, ma il Trumpismo non ha perso la guerra! Il tradizionale sistema bipartitico è capovolto: l’elettorato repubblicano non ha nulla a che fare con quello che era una volta. E mentre una feroce inimicizia prevale da entrambe le parti e le vecchie fondamenta dell’identità collettiva americana sono svanite, gli Stati Uniti si trovano divisi in due come non lo erano mai stati dalla Guerra Civile. Un quotidiano danese ha parlato in questi giorni di “ un abisso di divisione, rabbia e odio”. Una rivoluzione in un Paese fino ad ora considerato piuttosto “ unanimista” in termini di valori e istituzioni”.

Come si differenziano i due campi?

Contrariamente a quanto spesso immaginiamo, a destra e a sinistra, la divisione non è fondamentalmente etnica. Trump è stato accusato di essere, o addirittura si dice che avrebbe voluto essere, il “ Presidente dei Bianchi”, ma se fosse stato così sarebbe stato molto più ( e sicuramente) asfaltato. Le tensioni razziali sono evidenti, oltre l’Atlantico come altrove, ma non riassumono tutto. Le condizioni di vita delle “ minoranze” ( che stanno per diventare la maggioranza) sono migliorate molto di più sotto Donald Trump che sotto Obama. Questo spiega perché Trump ha migliorato il suo consenso in questi settori conquistando il 17% dei voti tra i neri, rispetto al 13% nel 2016 e il 35% tra i latini, contro il 32% nelle precedenti presidenziali. Il movimento Black Lives Matter, troppo spesso lo si è dimenticato, non è nato sotto Donald Trump ma sotto il secondo mandato di Obama …

Se il trumpismo sta diventando più forte, non è perché gli elettori di Trump sono “ suprematisti bianchi” o perché, conquistati dalle teorie complottiste  e immaginano che Hillary Clinton divori bambini vivi durante oscure “ cerimonie pedo-sataniste”. Ciò che separa i due campi che si trovano oggi uno di fronte all’altro sono le affiliazioni di classe e le concezioni della società totalmente opposte.

Da un lato abbiamo i rappresentanti dell’establishment, supportati da quasi tutti i media, dall’altro gli americani attaccati alle proprie radici, alla propria socialità e ai valori condivisi. Le persone radicate che vengono da qualche parte e i nomadi che vengono dal nulla, la gente comune delle classi popolari e medie in via di declassamento ( quelle che Hillary Clinton chiamava “ deplorevoli”) e le lobby “ sradicate” che considerano l’ascesa del populismo un fenomeno tanto incomprensibile quanto scandaloso. Questo è molto simile a quello che vediamo nei paesi europei: una lotta frontale tra gli abitanti delle città globalizzate e quella che chiamiamo, qui in Francia, “ Francia periferica”. Con nel caso degli Stati Uniti, un dettaglio geopolitico importante: gli stati più favorevoli a Trump sono concentrati nel centro del Paese, appartengono all’America continentale, mentre le roccaforti di Joe Biden appartengono all’America marittima: le principali metropoli della costa orientale e della California. Terra e mare ( categorie schimittiane, ndr), sempre.

Immediatamente eletto, Joe Biden ha proclamato il suo desiderio di essere un “ Presidente che riunisce le persone”. C’è una possibilità che ci riesca?

Non la penso così. Passiamo alla sontuosa mediocrità del personaggio. Che i Democratici abbiano scelto come loro paladino un politico senile, esperto di errori grossolani e solidamente compromesso già la dice lunga sulla crisi del Partito Democratico che, peraltro, ha appena perso seggi alla Camera dei Rappresentanti e non poteva vincere al Senato. Il campo di Biden è profondamente disunito e il suo margine di manovra sarà molto ristretto. Donald Trump è stato un provvidenziale capro espiatorio per i Democratici: è stato solo l’odio per Trump ( lo stesso odio mostrato dal 90% dei media europei) a farli incontrare. Se Trump non c’è più, tutte le loro differenze verranno alla luce, mentre la rabbia della gente continua a ruggire. E se, come è molto possibile, se non probabile, Kamala Harris, rappresentante della sinistra del partito, succederà a Biden durante il suo mandato, il divario tra le due Americhe si allargherà ulteriormente. Fino a che punto? In un Paese in cui circolano liberamente più di 350 milioni di armi da fuoco ( più delle persone), si può temere il peggio.

Fonte: Barbadillo)

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