Recovery Fund, gli illusionisti cantano vittoria

Una sequela di bugie, di trucchi da illusionisti. L’ennesima rappresentazione plastica della sudditanza della nostra classetta politica nei confronti dei voleri di quella imprenditoriale, attaccata ciecamente alle filiere produttive “mittel europee”, in primis tedesche, tanto da non vedere il rovesciamento del paradigma in atto nel sistema-paese: il Nord, lungi dall’essere più la locomotiva trainante dell’economia dello stivale, esce profondamente ridimensionato (anche nell’animo, oltre che nel portafogli) dai mesi di lockdown, divenendo manodopera qualificata a basso costo per l’industria transazionale europea (in primo luogo tedesca).
La realtà è che il negoziato europeo pone una serie ipoteca sul futuro del nostro paese, ma in senso opposto da quanto affermato dal ministro degli Esteri Di Maio.
L’accordo è sì storico, ma in piena linea di continuità con il processo di integrazione europea che tanti danni ha provocato al Paese. In sostanza, come evidenziato già ieri su questo giornale, l’Unione europea (e non una inesistente “Europa politica”) conferma i suoi pilastri fatti di politiche di austerità basate sul ridimensionamento della spesa su pensioni, costo del lavoro, tempi della giustizia, pubblica amministrazione, istruzione e sanità (!) attraverso una via, peraltro impercorribile, di rientro dal debito rimandato di qualche mese, ma comunque severamente monitorato dalle istituzioni sovranazionali.
È qui che si consuma la menzogna sventolata ai quattro venti dall’apparato politico-comunicativo alla guida del paese, menzogna che fatica a contenersi anche nelle parole di Carlo Cottarelli di oggi su La Repubblica sul meccanismo dei funzionamento del “Recovery Fund”.
Il «giudizio positivo» dell’ex economista del Fondo monetario internazionale si basa infatti su due elementi: ci sono più soldi per l’Italia e i Paesi frugali non avranno quel potere extra reclamato in sede di negoziazione. Pura propaganda.
Gli 80 miliardi dei trasferimenti a fondo perduto infatti saranno probabilmente ancora inferiori rispetto alla quota che l’Italia verserà a Bilancio settennale per il finanziamento dell’Unione, anche se disponibili in tempi più brevi. In sostanza, prima ce li mettiamo noi e poi ce li ridanno “a gratis”, anche se probabilmente di meno.
Lato prestiti invece il negoziato permette all’Italia di aumentare a circa 120 miliardi quelli contraibili tramite l’emissione di titoli di debito garantiti a livello comunitario, il che da una parte garantisce un tasso d’interesse più basso visto il rating AAA dei titoli garantite da un ente dell’Ue, ma dall’altra vincola l’emissione delle tranche a precise riforme strutturali.
E se è vero che per l’erogazione delle transazioni si è evitata l’unanimità del Consiglio (crediamo mai veramente in discussione, ma solo punto di partenza “alto” per affrontare la trattativa), a questo basterà la maggioranza qualificata (Germania più frugali, per esempio…) per la loro approvazione.
Mentre per la loro sospensione saranno vincolanti i pareri, nell’ordine, della Commissione europea, del Comitato economico finanziario (organo tecnico dell’Ecofin) e in caso di impossibilità di raggiungere un accordo, eccoci, del Consiglio europeo.
Chiusura del cerchio, col risultato che Berlino si è dotata di uno strumento – una “minoranza di blocco” fondata sui “frugali”, da far scattare quando vuole – che le permetterà di dettare legge sui processi decisionali dell’Unione senza dover più passare necessariamente dalle regole comunitarie in vigore fino a oggi.
Eccola dunque la “storicità” dell’accordo, nient’altro che una stretta sui meccanismi di governance in favore dell’asse tedesco. E che questo scarto sia comunque in linea di continuità con quanto visto fino a oggi in termini di governance economica, lo ammette Cottarelli stesso.
L’art. 69 dell’Annesso al documento principale che riguarda la “sound economic governance” indica che «l’erogazione delle risorse potrebbe essere sospesa se un Paese non prendesse le misure raccomandate; per esempio, un Paese che fosse messo in procedura di deficit eccessivo e che non realizzasse le azioni correttive richieste si vedrebbe bloccare l’erogazione dei fondi».
È la generalizzazione del Mes sotto mentite spoglie, sottratto inoltre alla cagnara mediatica a cui suo malgrado questo strumento è stato sottoposto negli ultimi mesi. Altro che grande successo, il vertice sancisce l’accerchiamento delle classi popolari dei Paesi mediterranei, Italia in testa.
Come scritto su un “meme” popolare sui social, già si sentono in sottofondo le note del Sirtaki… 

Fonte: Contropiano

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