L’Italia paga 120 milioni di mancia ai Cinesi e lascia fallire il settore auto e moto

Come diceva Giulio Andreotti? A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina. A ben vedere, certi provvedimenti del governo lasciano molto perplessi, soprattutto perché il beneficiario non sembra essere una filiera italiana, ma la Repubblica Popolare Cinese, da due anni partner privilegiato delle amministrazioni “gialle” dei 5 Stelle. Magari è così per caso, non spetta a noi giudicare. Ma possiamo, comunque, dare un’occhiata e fare due considerazioni…

Aiuti all’auto? Pochi e solo se beneficiano Pechino

In Italia la filiera dell’automobile (case, fornitori ecc.) include 5.700 imprese industriali con un fatturato complessivo di 93 miliardi di euro, pari al 5,6% del Pil, e 250.000 addetti, pari al 7% dell'intera forza lavoro dell'industria manifatturiera italiana. Non vi immaginate che si parli solo di FCA e Ferrari: le 5.700 imprese sono per la maggior parte di piccola o media dimensione specializzate nella componentistica e nell’Engineering & Design. Pensate che il 45% delle aziende impiega meno di nove addetti. Se aggiungiamo i dealer, l’assistenza e vari servizi, l’automobile pesa il 10% del PIL e impiega 1,2 milioni di persone in Italia.

Ebbene, su costoro è caduta la tempesta perfetta: "dopo un primo bimestre 2020 con volumi già in decrescita rispetto al 2019, l'emergenza coronavirus e il conseguente lockdown hanno praticamente azzerato il mercato di auto, veicoli commerciali e industriali nei mesi di marzo e aprile"; la prima decade di maggio ha visto un crollo degli ordinativi, come dichiarano in uno straordinario comunicato congiunto ACI, filiera e sindacati.

Lacrime e basta? No davvero, "I grandi Paesi europei - concludono - stanno adottando misure straordinarie di supporto al settore automotive. L'auspicio è che l'Italia sia da esempio in Europa e, tenendo in considerazione che l'automotive è il settore con il più alto moltiplicatore occupazionale e di valore aggiunto, preveda fin da subito, in questo momento di crisi, un’imponente politica di incentivazione che consenta al comparto il rilancio della produzione e del mercato, così da fare, ancora una volta, da traino per la ripresa dell'intero sistema economico nazionale".

A un appello così drammatico, il governo Conte ha risposto con l'ecobonus alle auto elettriche e anche alle "vetture endotermiche più virtuose" in termini di riduzione le emissioni. Lo sapevate che la batteria vale un terzo del prezzo delle auto elettriche e che la Repubblica Popolare è il principale produttore mondiale di questo genere di dispositivi?

Fra l’altro, i 300 milioni stanziati (in gran parte diretti verso l’Asia…) sono un po’ pochino, se di considera che gli incentivi - 60 milioni - erano già stati offerti nel 2019 ed erano rimasti in gran parte nemmeno utilizzati dai consumatori. L’ammontare dell’incentivo, comunque, appare addirittura ridicolo: sono noccioline per un settore che vale quasi 180 miliardi. Per capirsi, dato 20.000 euro il prezzo medio di una vettura compatta e stimando ottimisticamente la perdita di mezzo milione di pezzi venduti, mancano all’appello 10 miliardi di fatturato, per coprire i quali Roma offre 300 milioni… Il governo dovrebbe capire che il lenzuolo non copre nemmeno i piedi, figuriamoci il resto del corpo.

120 milioni a pioggia per i produttori cinesi (e gli italiani che comprano in Cina)

La scelta dell’ecobonus per le auto elettriche e elettrificate pare ancora più folle a fronte dei 120 milioni di incentivi concessi, sotto forma di bonus persino retroattivi, per l’acquisto bici a pedalata assistita, monopattini elettrici, hoverboard, segway, monowheel e servizi di sharing di questi mezzi. Parliamo di settori in cui la produzione europea non riesce a coprire nemmeno la metà della domanda (cresciuta di oltre cinque volte negli ultimi dieci anni) e dove il Made in China gioca la parte del leone. Sì, perché sulle strade della Repubblica Popolare oggi circolano quasi 200 milioni di biciclette e scooter elettrici ma il mercato interno della Cina comunista riesce ad assorbire poco più della metà della produzione, sostenuta attivamente da Pechino. Il resto viene esportato, spesso a prezzi insostenibili per i concorrenti europei.

Ci vorrebbero far credere che non si tratta di una mancia da 120 milioni generosamente data alla Repubblica Popolare, tuttavia ci pare strano che il beneficio ottenibile - pari al 60% del prezzo di acquisto - copra un importo massimo di 500 euro, con il massimo vantaggio se di acquista, quindi, il Made in China.

All’obiezione che esistono anche importanti produttori italiani, che qui non nomineremo per evitare inutili polemiche, si può rispondere che nessuno di loro ha attivato impianti per la produzione in Italia: nel Bel Paese curano solo design ed engineering, mentre la produzione avviene… chissà dove? Già, in Cina.

Moto e scooter senza bonus: loro sono italiani (o comunque non cinesi)

Sarà un caso che moto e scooter, nonostante garantiscano distanziamento sociale, maggiore sostenibilità ambientale, maggiore velocità di percorrenza e facilità di parcheggio, predisposizione all’intermodalità e minore impatto sul traffico urbano non hanno ricevuto incentivi governativi. Dopo tutto, il mercato del nostro Paese non richiede prodotti cinesi, ma italiani o al massimo europei, coreani e giapponesi. Nessuno, quindi, si è sentito in dovere di aiutarli.

L’assalto cinese alle nostre imprese (per quattro soldi)

La pensiamo come il presidente dei popolari europei Weber, secondo il quale “c’è il rischio che la Cina sia la grande vincitrice della crisi”. Infatti, nonostante le rassicurazioni del governo sul Golden Power “nei settori della difesa e della sicurezza nazionale e dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni”, appare evidente che sono le medie imprese della filiera della meccanica ad alto valore aggiunto (oltre che del Food e dell’Ospitalità a cinque stelle) a rischiare più di tutte di passare, per quattro soldi e magari in gran parte cash, in mano a speculatori della Cina comunista.

Che cosa fare? Intanto, sarebbe utile seguire l’esempio della Germania dove il governo ha deciso di inasprire le norme per proteggere le imprese nazionali da acquisizioni indesiderate da parte di investitori provenienti da paesi non appartenenti all'Unione Europea e il ministero dell'economia pianifica, inoltre, di richiedere alle imprese specializzare in intelligenza artificiale, robotica, semiconduttori, biotecnologia e tecnologia quantistica di rendere pubblico l’ingresso di investitori che controllano oltre il 10% del capitale.

Chissà se il governo italiano porrà il veto quando arriverà davanti alla Commissione la proposta del leader del PPE di “imporre a livello europeo un divieto temporaneo alle acquisizioni cinesi di società che sono attualmente sottovalutate o che hanno problemi commerciali a causa della crisi del coronavirus”? Noi temiamo proprio di sì…

Per approfondire:

https://www.quattroruote.it/news/industria-finanza/2020/05/11/aci_anfia_misure_per_il_settore_automotive.html

https://www.ilsole24ore.com/art/bonus-bici-ecco-decreto-attuativo-obbligo-app-e-fattura-se-resteranno-fondi-ADh1VpV

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/07/biciclette-elettriche-un-grande-business-e-i-produttori-europei-dichiarano-guerra-alla-cina-da-pechino-concorrenza-sleale/3896662/

https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-germany-mergers/germany-tightens-rules-o

 

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