Black Lives Matter, i vampiri della civiltà

Black lives matter, letteralmente le vite dei neri contano, è il movimento che si è creato dopo la morte di George Floyd e ha determinato in America e in Europa, con l’orrenda abitudine di inginocchiarsi – apparentemente per rendere omaggio a una vita ingiustamente spezzata- un’ondata di distruzioni iconoclaste, saccheggi e un impressionante odio di sé e della cultura di provenienza. L’ ”oicofobia” descritta da Roger Scruton e Alain Finkielkraut è entrata entra nella fase virale, contagiosa, con prognosi infausta. Nella vasta tribù progressista (ma che vorrà dire, poi, progresso?) è di moda che i bianchi si mettano in ginocchio al fine di chiedere perdono per il loro razzismo, sintomo di una malattia collettiva diagnosticata di recente, la “violenza strutturale”. Uno dei punti di forza della follia oicofoba- volontà d’impotenza – risiede nell’inesausta capacità di trovare capi d’imputazione sempre nuovi, ulteriori accuse a carico del passato, da trasformare in tabù, interdetti invalicabili, psico reati da inserire nel codice penale.

La natura totalitaria della presente fase della decadenza occidentale –agonica, con spasmi successivi sempre più violenti, febbri e autentici deliri- è dimostrata non solo dalla sua intolleranza fanatica in nome del presente, ma ancor più dal ricorso al linguaggio della medicina e della psichiatria. Tutte le idee, i comportamenti e i principi che non collimano con il pensiero della decostruzione nichilista, sono bollati come fobie. Secoli, millenni di storia sono derubricati a malattie dello spirito, finalmente svelate dal radioso presente e dall’Eden prossimo futuro, immancabilmente “multi”, trans”, “post”.

E’ imperativo correre ai ripari fermando con intransigenza una deriva che ci travolgerà come una diga i cui sbarramenti saltano all’improvviso, un terribile Vajont storico e culturale. Non c’è da ben sperare: in Italia abbiamo assistito alla genuflessione di alcuni deputati in parlamento, capitanati dalla solita Laura Boldrini dagli occhioni sbarrati, oltreché dalla manifestazione delle sardine, i pesciolini presi all’amo del progressismo più dissennato. Preoccupa l’atteggiamento di politici al potere come il primo ministro canadese Justin Trudeau, icona del liberalismo al caviale. Un capo di governo in ginocchio durante una marcia di protesta (manifestava forse contro se stesso?) fa pensare: il movimento Black Lives Matter diventa potere e forse è il caso di autodenunciarsi al tribunale della Laica Progressista Inquisizione. Se non sei antirazzista di sinistra, sarai automaticamente classificato xenofobo e razzista. Se non sei antifà h.24, pur in assenza di fascismo, sei un fascista della più bell’acqua. Se non sei femminista, sei un portatore insano di maschilismo eteropatriarcale e, va da sé, “omofobo”. Se ammetti di votare Salvini, entri di colpo nel club degli ammiratori di Auschwitz.

Duro sopravvivere in una società in cui devi dimostrare ogni giorno di non essere una “mosca bianca” politicamente scorretta. Forse l’espressione mosca bianca è suprematista e va espunta dal dizionario, come sta accadendo per altre parole o sintagmi. Uno è pecora nera: come atto di autocritica, segnaliamo al tribunale “progre”, il carico di ingiuria razzista insito in questa espressione tanto comune. Chiediamo altresì il rogo dell’intera produzione filosofica di Aristotele, sostenitore della schiavitù, e l’abolizione dello studio di Dante. Il sommo poeta era certamente islamofobo – i versi su Maometto sono inequivocabili - antisemita ( uomini siate, e non pecore matte, sì che ‘l Giudeo di voi, tra voi non rida), omofobo, in quanto scaraventa all’inferno i sodomiti, così all’epoca chiamavano i gay .Il razzismo dell’Alighieri ha anche disgustose tinte di discriminazione territoriale, degne di denuncia per violazione della legge Mancino: se la prende con i pisani ( ahi, Pisa, vituperio delle genti del bel paese dove il sì suona ), con i genovesi (ahi Genovesi, uomini diversi d'ogne costume e pien d'ogne magagna, perché non siete voi del mondo spersi? ) e con molti altri.

Nessuno scherzo, l’ironia è fuori luogo: l’obiettivo è esattamente quello: cancellare, proibire per indegnità dinanzi al tribunale supremo del Presente e dell’Anti, trenta e più secoli di civiltà nata con l’Iliade. Omero non la passerà liscia: esaltava i guerrieri, l’ira funesta di Achille, pensava che la virtù ed il coraggio fossero compagne dalla bellezza, tanto da additare al disprezzo Tersite, il greco brutto, stortignaccolo, che esortava i compagni a tornare a casa. Il personaggio negativo fu rivalutato da un intellettuale comunista, Concetto Marchesi, come simbolo degli oppressi e dei pacifisti.

Lo stesso significato di razzismo, il peccato massimo, per cui non c’è confessione, perdono o redenzione, sta per essere ridefinito dai dizionari di lingua inglese, per adattarlo alle acquisizioni della civilizzazione che odia se stessa. Accappona la pelle una deriva che non produce alcun valore o principio nuovo, ma si limita a distruggere tutto ciò che trova, come un terremoto o un’inondazione a cui non c’è rimedio, se non, forse, costruendo un’arca per i sopravvissuti all’ubriachezza di massa, noi pochi felici, noi banda di fratelli non contagiati dal Covid oicofobo e antirazzista.

Quando il liberalismo conservava un senso, insegnava a diffidare dei politici; specialmente, aggiungiamo, di quelli che chiedono perdono e si inginocchiano senza costi personali. Amano l’illuminismo, citiamo un venerato maestro, Denis Diderot: “il peggior tiranno è il tiranno virtuoso.” Stanno abusando dei sentimenti di gente ingenua, sporcando gesti nobili e trasformando l’etica in marketing. Il perdono si declina, eventualmente, dimettendosi e correndo a casa, ginocchioni, se preferiscono.

La genuflessione, callida, strumentale, rivoltante, non risparmia quasi nessuno. Poiché nulla di nuovo accade sotto il sole, ciò a cui assistiamo sconcertati era stato descritto da George Orwell in 1984, che così scrive, a proposito del mondo ridisegnato dal partito al potere. “Tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il Partito ha sempre ragione.” I due minuti quotidiani di odio contro il nemico inesistente, Emmanuel Goldstein (il fascismo e il razzismo eterni, “strutturali” del presente …) sono sostituiti da genuflessioni, urla scomposte, indici puntati contro qualsiasi cosa non piaccia alla plebaglia eccitata dai mestatori culturali che hanno in mano l’apparato di comunicazione/manipolazione, per conto di qualcuno più in alto, l’oligarchia dei veri potenti, i cui disegni sono sempre più chiari e sfacciati.

Il gruppo Warner, gigante della produzione e distribuzione di spettacoli, si è anch’esso posto in ginocchio e ha ritirato dal catalogo Via col vento. Turba i “millennials”, la generazione fragilissima, estenuata formata nell’ultimo, disgraziato ventennio. Ottima decisione. La pellicola è talmente bella, commovente e liberatoria che non merita di stare accanto alla paccottiglia corrente. Che la maggioranza triviale si contenti di Moonlight, e di Temptation Island, più adatte ai bassi istinti. C’è un masochismo morale del progressismo sinistro: l’attacco contro Via col vento, in altri tempi mascherato dal fastidio per il suo successo commerciale, ha radici più profonde della maschera antirazzista.

A lorsignori dà fastidio che il film più simbolico di Hollywood sia un film femminista in una modalità per loro incomprensibile. La protagonista, Rossella O’Hara, è la rappresentazione più potente di una donna che si impadronisce del suo destino. E’ la sorella concreta e volitiva della beneamata eroina anti maschile Nora di Casa di Bambola di Ibsen. Rompe gli schemi, combatte la sua personale guerra civile contro tutto ciò che cerca di ingabbiarla in qualsiasi cosa sia capriccio e violi la sua autonomia morale, nel percorso da ragazzina a donna forte, decisa. E’ impossibile immaginare Rossella in ginocchio, forse neppure dinanzi a Dio che chiama a testimone della sua volontà di ferro e fuoco. C’è un ulteriore motivo che fa odiare, a sinistra, il film di David O. Selznick: rappresenta il punto di vista personale, individuale sulla storia, anziché la vulgata collettivista di opere come la Corazzata Potiomkin. Rossella e il protagonista maschile, Rhett Butler, mostrano come forti personalità possano trascendere la loro epoca, senza farsi dominare dalla struttura sociale e dal condizionamento storico, il che cozza contro gli arzigogoli concettuali che obliterano la responsabilità personale e impongono l’ingegneria sociale.

Warner imita con due secoli di ritardo Thomas e Harriet Bowdler, che pubblicarono un’edizione delle opere di Shakespeare purgate di tutto ciò che potesse inquietare le anime dei sudditi britannici del tempo. La major di Hollywood presenta, come i farseschi censori del bardo, un’edizione di serie e pellicole che i tutori, lo Stato e gli educatori della gioventù possano mettere in mano senza timori… alla generazione millennial. Se si può cambiare Re Lear dandogli un lieto fine, perché non “contestualizzare “, ovvero ridurre al presente, Via col vento, affinché il pubblico abbia una guida giudiziosa e di buon gusto per l’avanzato 2020? Harold Bloom avvertì invano che leggere al servizio di qualunque ideologia equivale a non leggere affatto. Intanto rotola sull’asfalto la statua di Edward Colston, “mercante, politico e filantropo britannico “, ancora recita Wikipedia, bibbia politicamente corretta, non ancora aggiornata al verbo del virus “anti” dell’odio di sé. Il gentiluomo inglese fu anche uno schiavista, come – dicono - Indro Montanelli, la cui statua in un giardino milanese corre seri rischi in quanto il giornalista toscano ebbe al suo servizio, nel corso della guerra d’Africa – imperiale, razzista e fascista – una giovane abissina, la sua personale Faccetta nera.   

Le statue di Churchill vengono insudiciate: anch’egli, antinazista, è colpevole di razzismo strutturale. Moltitudini lobotomizzate dall’ignoranza e dalla sovreccitazione emotiva si rivoltano contro se stesse e i padri negando ogni passato in nome, supponiamo, di un futuro luminoso, purissimo, diafano e libero da ogni dominazione, depurato dalle scorie patriarcali ed etnocentriche, che inaugurerà un millennio glorioso di uguaglianza (con esclusione del portafogli) e di libertà senza aggettivi o sfumature. Sorridiamo quando vediamo i furiosi epigoni di Voltaire cancellarne il volto e gli indignati discendenti di Marx sputare sul suo gesto patriarcale e sottilmente maschilista.

Fervore di libertà e di uguaglianza o oscura volontà di espiazione di un’impresa di demolizioni che sta facendo a pezzi la cultura europea? Il canone occidentale è nascosto, pressoché sconosciuto e questa ignoranza di massa è un successo indiscutibile della dominante istruzione tecnica e strumentale, basata su “ciò che serve “. Lungi da lamentare una carenza, celebriamo un’emancipazione che la fa finita – senza sostituirlo- con il catalogo di uomini bianchi eterosessuali, indice visibile di un etnocentrismo e patriarcalismo ubiquo, sinuoso, la cui violenza è esercitata da suprematisti biologici e culturali di carnagione pallida e pelle sbiadita. L’involuzione avviene in nome di una coscienza illuminata che svela e poi distrugge pregiudizi latenti, in nome di una “ragione “scatenata che sottomette se stessa a una critica infinita, da cui esce una conoscenza dimezzata senza ombre o dubbi, senza la penombra della critica. I figli della Ragione antirazzista, anti europea, anti occidentale e anti tutto, sono i diretti discendenti di chi abbatté la statua della Vergine Maria in Notre Dame de Paris, data alle fiamme per mettere al suo posto l’effigie di una “cittadina” qualsiasi, che sotto il berretto frigio rispondeva al nome di Ragione.

In nome di una razionalità esasperata, nutrita di eguaglianza fanatica, gettano nella spazzatura della storia le immagini di un passato denigrante, che insegna solo a ripulire le parole della tribù regredita alla condizione primitiva del “buon” selvaggio.  Contemporaneamente, demoliscono le immagini della nostra coscienza purgando il linguaggio da ogni segno di classe, di razza, genere, di storia. Parleremo in maniera tanto neutra che il linguaggio diventerà superfluo. Nell’Eden prossimo venturo basterà guardarsi e la trasparenza infinita ci metterà in intimo contatto. Sarà, finalmente, una corrispondenza d’amorosi sensi per un’umanità incantata di luce e penetrata di ogni alterità, finalmente tutt’uno con l’anima del mondo. Questo è il racconto, il mito che domina le coscienze dei partecipanti alla rivolta antirazzista. E’ un intero programma politico e antropologico che utilizza masse “benpensanti “(cioè non pensanti), con la loro coscienza virginale, saturata di contenuti inavvertiti, di pregiudizi colmi di una pretesa immacolata bontà.

E’ lo stesso motore che anima militanti vegetariani a pretendere la rimozione dall’università di Cambridge di un quadro del secolo XVII che rappresenta carni; il movente che tende a sopprimere dai piani di studio universitari gli autori maschi bianchi, da rimpiazzare (faticosamente, immaginiamo) con nomi provenienti da altre tradizioni culturali, da sessi (generi…) invisibili o classi silenziate. E’ un orizzonte ben disegnato, la nuova sapienza “ufficiale”; è il relativismo espiatorio di un’Europa che accoglie masse umane eterogenee, l’autoflagellazione della postura iconica adottata dinanzi alle moltitudini ribelli: in ginocchio e con lo sguardo orientato al suolo. Non è il gesto umile dell’omaggio medievale, ma la moderna subordinazione diretta ai nuovi “padroni del discorso”, annuncio di un fosco futuro.

Dicevamo che la tendenza è quella di alzare ogni giorno l’asticella delle pretese. Presto in Spagna, avanguardia della regressione, sarà reato l’aporofobia. Ecco una nuova frontiera da varcare, un’altra malattia dello spirito da reprimere con il carcere. Si tratta- credeteci sulla parola- dell’avversione o ripugnanza verso i poveri. Il progetto di legge intende sanzionare “la fobia, il rifiuto, la paura (sì, la paura, che, crediamo per la prima volta, diventa titolo di reato) o l’odio verso qualcuno per ragioni socioeconomiche”.  Odiare i ricchi, gli agiati e i titolari di reddito fisso sarà ancora legale: un bel sollievo per i cittadini iberici. Il sonno della ragione, nel celebre quadro dell’aragonese Goya, genera mostri: eccone un altro.

Potremmo aggiungere che la Ragione produce mostri sempre nuovi. Nel pieno dell’illuminismo si sviluppò una profonda credenza nell’esistenza dei vampiri, immaginarie creature interessate a uccidere per suggere il sangue delle vittime. Il vampirismo, si trasformò, in pieno secolo dei Lumi, nell’equivalente di ciò che il progressismo odierno chiama “violenza strutturale”. Una forma non espressa di violenza esercitata su determinati gruppi sociali. L’odio contro creature inesistenti, i vampiri di ieri, è oggi il maschilismo “strutturale”, il razzismo e tutto quanto diventa forma secolarizzata della nozione di Male Assoluto. Dopo il triste caso Floyd, il mondo occidentale si è lanciato in una campagna irrazionale di agitazione e intossicazione dell’opinione pubblica sotto la fiammante parola d’ordine della violenza strutturale. La dialettica è riduzionista: tutta la realtà è in bianco e nero, senza la minima possibilità di una scala intermedia di colori. Ovviamente, nulla di meno irrazionale della campagna cui assistiamo: è uno scatto in avanti, un preciso segnale diramato da centrali di potere a cui molti rispondono con riflessi automatici, pavloviani, dopo decenni di propaganda, manipolazione, esclusione del dibattito e della conoscenza di tesi diverse da quelle imposte.

L’enorme virulenza, la simultaneità delle agitazioni è il segno che i fatti sono abilmente strumentalizzati da organizzazioni in grado di muovere molto denaro, che alimenta movimenti come Black Lives Matter, responsabile di razzismo contro i bianchi, o la galassia Antifa. Questi gruppi sono i moderni cacciatori di vampiri dell’epoca illuminista: espressioni di pura irrazionalità – strumentalizzate ed alimentate da centrali dotate di mezzi e di un’agenda politica e antropologica precisa – nel seno di società che vantano la loro razionalità.

Durante quest’ondata di violenza generalizzata si è potuta osservare l’oscena manipolazione di un fatto drammatico, tuttavia non ancora chiarito, da parte delle élite progressiste. Pezzi importanti del sistema politico gettano la maschera e si schierano dalla parte del linciaggio mediatico e della violenza. Masse accecate dall’odio e sotto l’influsso della manipolazione più sfacciata si abbandonano al saccheggio, al vandalismo, alla distruzione. Non hanno la minima idea degli obiettivi, ma servono egregiamente da massa critica, vampiri postmoderni che non succhiano il sangue umano ma quello della civiltà, della libertà, della stessa tanto invocata democrazia, altra invenzione dell’uomo bianco. E’ venuto il tempo immaginato da Gabriele D’Annunzio nelle Vergini delle Rocce. Dubitiamo che possa ancora sussistere, tra l’estenuata gente d’Occidente, la capacità di reagire nella forma invocata dal Vate pescarese.

“Verrà un giorno in cui tenteranno di ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele. Difendete l’antica opera dei vostri maestri e quella dei vostri futuri discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi. Non disperate, essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il verbo. Un ordine di parole può vincere d’efficacia micidiale una formula chimica. Opponete risolutamente la distruzione alla distruzione. “

Fonte: Accademia nuova Italia

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