Le finte Onlus del Kenya ( Parte prima)

La fascia della costa kenyota che va dalla Somalia alla Tanzania, è quella nota per ospitare l’area più italianicamente turistica del mondo, quella che, tanto per precisare, va da Malindi verso sud, ben oltre Mombasa, e che per un caso fortuito è anche la più popolata proprio di onlus italiane.

La foto di copertina è lo standard più usato da tutti gli abitanti italiani del’area, sia che rappresentino onlus sia che si tratti di privati, ma non mancano neanche foto con il turista abbracciato ad un bambino nero o attorniato da tanti bambini neri, immancabilmente ritratti davanti a scuole sostenute da una o dall’altra onlus, dall’uno o dall’altro privato trasferitosi al caldo per sfuggire ai reumatismi o al freddo, o semplicemente per sottrarsi a procedimenti giudiziari.

Non c’è nessun’altra area del mondo con un tasso di scolarizzazione così elevato, promosso da una cascata di aiuti che coinvolgono non solo onlus ma anche privati, turisti, pensionati, volontari veri e soprattutto falsi, ma anche latitanti, ricercati e condannati per vari reati soprattutto per frodi fiscali.

“L’AMOUR EST L’AMOUR”, E IN AFRICA L’AMORE NON HA ETA’

Ogni turista che abbia trascorso almeno una settimana in un resort con un pacchetto viaggi di qualsiasi agenzia di turismo, una volta in Africa si trova d’improvviso coinvolto in iniziative di solidarietà nei confronti da un lato di  bambini, niente affatto denutriti,  sostenuti prevalentemente per far fronte alle spese scolastiche, o almeno così dicono, e dall’altro per sostenere i i famosi beach boys che si confondono con i bitch boys con i quali condividono scopi e finalità; ragazzoni pompati da anabolizzanti, con muscoli esibiti in spiaggia come ad un concorso di body builders pronti a dispensare l’amore vero a donne di tutte le età, soprattutto anziane e meno anziane, che cadono penzolanti dalla bellezza scultorea di queste statue d’ebano. Perchè come molte donne stesse poi affermano, in effetti di statue si tratta.


Al pari di queste donne illuse in cerca d’amore, giovani arzilli anziani, giovani di testa e meno giovani nel resto, affollano la costa alla ricerca anch’essi dell’amore vero, accontentandosi anche di quello meno vero con un costo che varia da 50 a 100 euro, ma che regala emozioni con giovani ragazze di altrettanta scultorea bellezza d’ebano, meno statuarie dei beach-bitch boys, ma più disponibili a regalare notti d’amore con prevalenza assoluta, più che altro, a regalare infarti.


MA L’AFRICA NON E’ SOLO AMORE

Tra questa ed altra brava gente sopravvivono e si confondono altri italiani sfuggiti a mandati d’arresto, a processi in corso, o a condanne passate in giudicato. Molti di loro, alcuni dei quali impegnati in business, trascorrono il proprio tempo spendendo al casinò ciò che hanno frodato o rubato, possibilmente in compagnia di quelle giovani accompagnatrici dalla pelle d’ebano, interessate all’amore vero e molto poco disinteressate alle banconote.

Questo bel quadretto non va inteso come un tentativo di denigrare un’area che rimane comunque di una bellezza straordinaria, ma come una doverosa informazione ai turisti, per avvisarli che tra le palme e le acque calde dell’oceano indiano, il rischio di restare invischiati in situazioni ad alto rischio è molto elevato.

Non a caso le statistiche mondiali di luoghi che variano dal Brasile al Venezuela, dalla Thailandia al Kenya indicano che i turisti più fregati in assoluto sono gli italiani, che sono spesso e volentieri fregati da altri italiani. A Malindi è racchiusa la più alta concentrazione, in termini di rapporto numerico-superficie, in cui queste malefatte si svolgono regolarmente, quasi inosservate a tutti, come si trattasse della normalità.

Questa premessa poco utile a chi Malindi la vive day-by-day, diventa indispensabile per ricordare ancora una volta che qualche mese fa una ragazza è stata rapita e non si hanno più notizie. Evitiamo di citare nomi ed eventi arcinoti anche solo per rispettare un ridicolo silenzio stampa voluto dal Ministero degli Affari Esteri e dalla stessa famiglia della ragazza; silenzio rotto solo di recente da dichiarazioni ufficiali  grazie alle quali è emerso che in realtà al Governo italiano non è stato nemmeno concesso di mandare degli investigatori in vacanza sulle bianche spiagge della costa malindina e che quindi, a differenza di quanto tutti credevano, la polizia italiana non ha affatto partecipato a nessun tipo di indagine nè di interrogatori in loco.

Certamente il rilascio dopo 3 anni dell’imprenditore Zanotti in Siria, lascia ben sperare per la vita di Silvia Romano, ma anche di altri italiani rapiti in giro per il mondo. Riguardo la ragazza rapita restano  ancora molti aspetti che andrebbero chiariti e che purtroppo continuano a restare ignorati.

LA CURIOSA OSTINATA MALATTIA DEI GIORNALISTI DI VECCHIA GENERAZIONE

Ciò che più lascia perplessi è l’indifferenza con cui la stampa nazionale e internazionale ignori che qualcuno, anche se indagando a distanza, abbia portato alla luce eventi piuttosto anomali, che potrebbero anche non avere alcun nesso con il rapimento. Questo però non esime gli investigatori dal valutare le ragioni per cui si è inteso colpire una giovane alla seconda breve esperienza in Africa, avvalorando la tesi sempre più credibile che abbia visto qualcosa che non doveva o che si è trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Ignorare il commercio di farmaci o di chissà cos’altro è concettualmente sbagliato, senza per questo essere prevenuti. In un simile contesto vanno valutate, scandagliate, estrapolate ed analizzate  tutte le situazioni che caratterizzano il luogo, che a Malindi non mancano affatto.

Uno storico  giornalista che vive da tempo in Kenya afferma infatti che “ai suoi tempi”, trasportava farmaci per conto di medici amici. Certo oggi il Tirannosaurus Rex è scomparso, i tempi si sono evoluti, ma ciò che è rimasta invariata è la posizione di alcuni nella difesa ad oltranza di una solidarietà dubbia e fors’anche dannosa.

Trasportare farmaci ai tempi di “Lucy”, una delle prime abitanti della Rift Valley, forse non era reato, oggi lo è soprattutto se si tratta di farmaci scaduti trasportati con “extra luggage” concessi ai titolari di voli con tariffe umanitarie, costituiti in realtà da corrieri falsi volontari o cooperanti che il solito noto giornalista definisce una bufala negando perfino l’evidenza. Anche l’olocausto viene da alcuni negato con decisione, ma il negarlo non solo non lo cancella, ma rafforza il concetto che chi lo nega lasci all’opinione pubblica la libera scelta di trovargli la definizione più appropriata.

Certo negli anni passati e ancora oggi molti di coloro impegnati in Africa e non solo in missioni umanitarie hanno trasportato e trasportano occasionalmente di tutto e di più, mossi da sinceri sentimenti di solidarietà, ma se si allestisce una logistica, vera e propria, di preparazione e distribuzione definita “ponte solidale” questo si chiama commercio illegale. E se a organizzarlo è una pizzeria è ancora di più illegale. Della Pizzeria Karen Blixen si è parlato talmente tanto che sarebbe superfluo ritornare sull’argomento.

In tale contesto però escludere Silvia Romano dal business non è corretto. Questo non significa che Silvia fosse coinvolta direttamente, ma che lo sia stata indirettamente o che l’abbiano utilizzata non vi è alcuna ombra di dubbio. Silvia nell’ultimo fatale viaggio ha trasportato una valigia consegnatale da una terza persona, che ha ripetutamente precisato che non si trattava di farmaci, soprattutto non scaduti, ma materiale ospedaliero.

“Quanto materiale veniva spedito regolarmente dall’Italia? Quanti erano impegnati nella preparazione in italia? Su Facebook Africa Milele conta oltre 12.000 followers, quanti hanno collaborato e sostenuto la Sora Lella? Quanti sono stati i corrieri utilizzati? Quante tonnellate di farmaci ed altro sono stati spediti a Malindi e quanto altro materiale è stato ricevuto in cambio in Italia?” Non è dato sapere a meno che tramite l’Agenzia di viaggi non si faccia una mappatura di tutti i voli a tariffa umanitaria rilasciati ad Africa Milele, direttamente o indirettamente.

Il dato di fatto è che solo nell’ultimo trasporto prima che il commercio fosse interrotto grazie alle pubbliche denunce di Italietta Infetta, sono giunti alla Pizzeria almeno 100 kg di materiale, e dai social risulta che solo di tanto in tanto giungessero 3-4 scatole di farmaci ed altro materiale all’Ospedale di Chaaria che lo stesso Fra Beppe Gaido e i suoi collaboratori provvedevano a selezionare buttando i farmaci scaduti o il materiale inutilizzabile.

Escludere Silvia dal coinvolgimento dei traffici Africa Milele-Pizzeria Karen Blixen è un errore, perchè non è un caso fortuito che Silvia operasse per conto di Africa Milele, e non casualmente quell’ultima valigia consegnatole era diretta alla Pizzeria Karen Blixen, o a Chakama dove operava Africa Milele e dove di fatto Silvia è stata rapita.

Il fulcro di tutta questa storia diventa quindi Chakama, un luogo nel niente dove sono rivolte le attenzioni di diverse persone e onlus. A Chakama infatti Africa Milele affittava qualche cameretta, che in realtà si tratta di tuguri veri e propri con un bagno a secco in comune, aperto anche ad alcuni privilegiati amici del proprietario. E’ facilmente immaginabile il grado di pulizia e la sicurezza sanitaria garantita in un luogo simile, ma fino a quando c’è gente disposta a pagare per vivere in quelle condizioni va tutto bene. Una qualsiasi ispezione sanitaria avrebbe ordinato di radere al suolo l’intera costruzione, e Silvia viveva li, come molti altri volontari e turisti prima di lei.

UNA PRESENZA INASPETTATA A CHAKAMA

Di recente girava voce che la Presidente di Africa Milele, Lilian Sora, fosse stata vista a Malindi, anche se si vociferava che non potesse muoversi dall’Italia. Il viaggio oltre che per incontrare il legittimo padre della sua ultima figlia, il masai Joseph, quello che doveva essere a guardia della guest house di Chakama la sera del rapimento di Silvia, e invece aveva avuto altro da fare, si presume fosse dovuto ai debiti accumulati degli affitti arretrati della stessa guest house e per le spese scolastiche arretrate di alcuni bimbi che essa stessa affermava di sostenerne le spese a Kibora grazie alle donazioni ricevute.


La scuola di Chakama in costruzione ai tempi del Karibu Village di Popi Fabrizio

Nella realtà questo viaggio improvviso e non preannunciato della “Sora Lella”, secondo alcuni è da ricondursi invece alla presenza di Popi Fabrizio, il quale avendo assistito con grande soddisfazione alla caduta in disgrazia di Africa Milele,  a causa proprio del  rapimento di Silvia, sembra si sia catapultato a Chakama per riappropriarsi di quanto da lui costruito in passato.

Impossibile scrivere un articolo di poche battute quando ci si imbatte in storie così complesse che vanno raccontate per intero per permettere di comprendere quali dinamiche possono scaturire dalla smania di tanta solidarietà.

Ma che c’entra Popi Fabrizio e la sua onlus? E chi è Popi Fabrizio che solo in pochi a Malindi conoscono?

In uno dei tanti articoli sul caso del rapimento e degli sviluppi su corrieri e farmaci era spuntato un link ad una onlus con cui Sora Lella e Africa Milele collaborava nella cui home page era indicato il nome di  www.karibuvillage.com.

Con grande sorpresa aprendo la pagina www.lakaribu.com si scopre che l’accesso porta ad un sito cinese di vendita di prodotti per adulti. Si, proprio quelli che immaginate e che eviterò di citare. Cosa c’entravano i “dildo” con il Karibu Village resta tuttora un mistero inspiegabile, a meno che a Chakama invece di tutte le attività elencate nel sito del Karibu Village, invece di falegnameria ed altro non si producessero i prodotti venduti dal sito cinese.

Provando a fare una ricerca sull’archivio web emerge che in realtà questo fantomatico Karibu Village non è mai esistito ma era stato promosso come un villaggio pilota sul modello di quelli previsti da Elon Musk su Marte. 

Dall’archivio web, alla data di creazione di questa associazione, sembra che la stessa fosse anche regolarmente registrata all’anagrafe onlus, tanto che infatti partecipava alla raccolta del 5 x mille e a numerose altre iniziative di raccolta fondi. Ma erano le attività che si proponevano di promuovere ad essere “un tantino esagerate” e per la verità anche l’indirizzo web, quel .com che sembrava stridere con un’attività no profit per le quali tutte le onlus e ong utilizzano indirizzi .org o al massimo .it.

Il fautore di questa onlus, presidente, promotore e factotum era Popi Fabrizio, il cui vero nome è Salvatore Fabrizio, fratello del più noto compositore Maurizio Fabrizio.

Inizialmente il duo Fabrizio e Maurizio sembrava destinato ad un successo certo nel mondo musicale degli anni 60-70, ma ad un certo punto della loro carriera le strade si divisero; mentre il fratello Maurizio continuò a dedicarsi alle composizioni, il più vecchio Salvatore si dedicò alle produzioni musicali. Con questo passato alle spalle e con conoscenze in alto loco proprio nel mondo dello spettacolo il progetto della onlus nasceva sotto i migliori auspici e avrebbe potuto anche raggiungere gli obiettivi, ma qualcosa dev’essere andato storto, e nel 2013 inizia una rapida discesa. Verso gli inferi? Lo vedremo nel prossimo episodio.

Fonte:  https://www.italiettainfetta.it/le-finte-onlus-del-kenya/

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog