E se fosse una Chernobyl batteriologica? La denuncia di Montagnier, che non è l’ultimo arrivato in fatto di virus

Autore: Enrico Nistri

Fonte: Barbadillo

Non c’è bisogno di essere complottisti per capire che le responsabilità della Cina nella diffusione del Coronavirus potrebbero essere più gravi di quanto non si sospettasse. Non è solo questione di culpa in vigilando sull’igiene dei mercati, delle persecuzioni inflitte al medico che aveva individuato il virus e delle reticenze nel comunicare al mondo la pericolosità dell’epidemia. Comincia a farsi strada l’ipotesi che il Covid-19 non sia uscito dalle viscere di un pipistrello (o di un pangolino, secondo un’altra versione) ma dalla provetta del laboratorio cinese di Wuhan, la città da cui è partita l’epidemia, nell’ultimo trimestre dell’anno scorso. A sostenerlo non è l’ultimo arrivato, ma Luc Montagnier, lo scopritore del virus dell’Aids, Premio Nobel 2008 per la medicina.
Per le sue sortite no-vax Montagnier ha subìto negli ultimi anni molte critiche dalla comunità internazionale. C’è chi l’ha accusato di essere affetto dalla “sindrome del Nobel”: una malattia che induce molti scienziati vincitori del prestigioso riconoscimento a occuparsi di materie su cui non hanno competenza. Ma, in materia di virologia, nessuno può metterne in dubbio la preparazione e le sue dichiarazioni confermerebbero sospetti che erano stati già avanzati nei mesi scorsi. Secondo Montagnier, non si tratterebbe di un caso di guerra batteriologica, ma di un virus finito fuori controllo per l’errore di un ricercatore e per la scarsa attenzione alla sicurezza all’interno del laboratorio.
Un’ipotesi di questo genere fa ovviamente comodo al presidente americano Trump, interessato a indirizzare il malcontento dell’opinione pubblica per la gestione dell’emergenza verso un nemico esterno; ma anche il presidente francese Macron, notoriamente più cauto, da buon “enarca”, ha dichiarato che “in Cina sono successe cose che non sappiamo”. Anche il ministro degli Esteri britannico Raab ha manifestato “forti perplessità”.
Che il governo di Pechino abbia comunque pesanti responsabilità mi sembra ormai ovvio; nel caso avesse ragione Montagnier sarebbero gravissime. Meno scontata mi pare quella che potrebbe essere la reazione del resto del mondo a un comportamento inqualificabile, che ipoteca le nostre vite e mette a repentaglio il nostro benessere. Una spedizione militare internazionale, come quella che seguì nel 1900 alla rivolta dei Boxer, è ovviamente improponibile; chi lo desidera dovrà accontentarsi di rivedere in Dvd o su YouTube 55 giorni a Pechino, l’indimenticabile film storico con David Niven e Philippe Leroy. Più praticabile potrebbe essere da parte degli Stati Uniti il congelamento dell’ingente debito pubblico con la Cina, perorato da alcuni deputati repubblicani. Ma una scelta di quel genere potrebbe generare sui mercati un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili.
Di conseguenza, penso che nei rapporti fra Pechino e l’Occidente, finita – spero presto – l’emergenza, tutto tornerà come prima, come in certi matrimoni di convenienza in cui il marito pur conoscendo i tradimenti della moglie continua a fare finta di non vedere, perché non sa rinunciare alle camicie stirate e alla cena pronta. Abbiamo fatto finta di non vedere i logai – l’equivalente cinese dei gulag, dove sono ancora reclusi milioni di persone, – il trattamento riservato al Tibet, il dumping sociale e ambientale. Faremo finta anche di non sapere nulla di questa Chernobyl batteriologica, destinata a sconvolgere la nostra economia e la nostra vita, anche a costo di dare del vecchio dilettante rincoglionito a un Premio Nobel. Gli affari con la Cina sono le nostre camicie stirate.

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