La nostra Storia non è in vendita. Visita allo Spielberg

Scendiamo a Brno, traversiamo vie commerciali animatissime, una piazza di mercato piena di frutta, uova, oche e pollame; per una viuzza deserta giungiamo a una specie di circonvallazione che da quella parte separa la città dal colle e iniziamo la salita di quel calvario di Italiani su per un pendio trasformato in un bel parco ombroso, a viali serpeggianti, fontane, aiuole, panchine, ove pacifici cittadini tranquillamente conversano o leggono, bambinaie cianciano o lavorano, bambini giuocano. Più si sale, più i rumori della città si attenuano, l’aria si fa più mossa e più fine, le ombre più fresche. A un tratto, in fondo a un viale in ripida salita, il muro grigio e sghembo di un bastione: c’è una lapide sopra. Ci si avvicina alla lapide per leggerla: è in italiano!

“ Da questi tenebrosi covili, santificata col martirio, uscì vittoriosa la redenzione italiana: 1822-1922”. 


Entriamo già profondamente commossi per l’arco della caserma… Varchiamo il fossato e siamo nel castello: un corridoio a volta, un cortile, una scala discendente, e perveniamo nel fossato. Da un lato,  una misera porticina con la scritta “Kasematy”: le casematte, cioè i sotterranei del castello, dove erano le più rigorose prigioni. Entriamo, scendiamo ancora, camminiamo quasi tentoni in un buio un freddo, un umido, che fanno rabbrividire…
 

I passi risuonano in un silenzio di tomba. Un lungo tenebroso corridoio, una porticina a sinistra, uno stanzino con due porte laterali che immettono in due celle, tombe nella tomba… A destra quella ove Silvio Pellico, stanco, dolente, febbricitante, fu gittato al suo arrivo.
Nude pareti scalcinate e sudice, un tavolaccio senza pagliericcio e senza guanciale, una catena infissa al muro; in alto, all’angolo d’una parete col soffitto, un pertugio da cui ai nostri occhi, che pure hanno dimenticato già il sole, sembra non penetri la benché minima luce…

 

Dalle prigioni sotterranee, ove il Pellico, grazie al suo grave stato di salute, patì solo per pochi giorni, ma il Maroncelli ed altri, in celle simili, mesi ed anni, passiamo a visitare le meno tetre del piano superiore. Si risale nel fossato, di qui nel cortile; e lì una parentesi di non meno commossi, ma meno amari sentimenti ci offre la chiesina del castello, quella dove, dopo alcuni anni di divieto, fu concesso ai prigionieri di andare a sentire la Messa domenicale…
 

Con le lagrime negli occhi e l’animo sconvolto e raddolcito a un tempo, abbiamo ringraziato anche noi la chiesuola ai prigionieri amica, e siamo passati alla visita delle altre prigioni. Lungo l’ala del castello, che all’ingrosso guarda a settentrione, al livello  del terrapieno che lo circondava, era una lunga fila di celle tutte accessibili da un lungo corridoio posteriore. Il Pellico, prima da solo, poi col Maroncelli, occupava la prima a levante; nella seconda patì e morì di denutrizione Fortunato Oroboni; poi, della stessa morte, Antonio Villa, mentre il compagno di cella di quest’ultimo, Don Marco Fortini, vide, prima del Pellico, la propria liberazione…
Di fuori, accanto alla porta d’ingresso, è infissa nel muro una lapide con parole del Gioberti, tolte dalla dedica al Pellico del famoso “Primato”

“ Spielberg non sarà più inferno di vivi né infamia di secolo, ma reliquia di martiri e monumento di virtù patria, cui converranno un dì pellegrine le redente generazioni”.

Manfredi Porena ( Roma 1873- 1955)

 

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