Il popolo è tornato! La sconfitta dell’Italia virtuale

L’Italia virtuale del ritorno alla crescita, del milione dei posti di lavoro creati dal job act, delle riforme europeiste e neoliberiste del lavoro, della scuola, della pubblica amministrazione, non è decollata, anzi, si è schiantata nell’impatto elettorale con la devastata realtà economico – sociale della precarietà del lavoro, della disoccupazione, dell’impoverimento di un ceto medio ormai proletarizzato, delle crescenti diseguaglianze sociali. Il governo – immagine del PD si è dissolto al pari della realtà virtuale dei social network. Esso ha diffuso nei media una immagine efficientista, dinamica, riformista, al fine di occultare il reale depauperamento dalle classi subalterne, che hanno sopportato i costi sociali delle riforme liberiste.

 La UE non è una istituzione politica, ma un potere oligarchico tecnocratico – finanziario teso alla conservazione di sé stesso: non possiede una linea politica unitaria, semmai persegue una strategia di dominio ispirata dalla potenza economico – finanziaria tedesca. Infatti la sua unica finalità politica può riassumersi nella sua vocazione anti – populista. I governi dei paesi membri hanno legittimità nella misura in cui siano in grado di salvaguardare, quali anticorpi, l’Europa dal virus populista. E’ evidente che l’Europa si fonda sulla contrapposizione tra le oligarchie finanziarie e la volontà popolare. Questa Europa è una istituzione di natura sostanzialmente antidemocratica e repressiva. Sono noti i meccanismi di repressione finanziaria messi in atto dalla Germania e i suoi satelliti nella crisi greca.

Il governo Monti non si è mai dimesso

Nelle elezioni politiche italiane, il voto populista – sovranista (M5S e Lega), ha prevalso conquistando circa il 50% dell’elettorato. Trattasi di un evento epocale, date le percentuali di un voto populista mai raggiunte in una Europa, in cui i partiti populisti avevano colto risultati significativi in Francia, Germania, Austria, Olanda ed altri. Le cause profonde di questo exploit del fenomeno populista senza precedenti, vanno ricercate nella svolta traumatica imposta alla politica italiana dalla UE con l’insediamento del governo tecnico presieduto da Monti.

Fu infatti delegittimato il governo democraticamente eletto di Berlusconi, e sostituito da un governo tecnico del presidente, sull’onda di una devastante crisi del debito messa in atto dai poteri finanziari globali che investì l’Italia nel 2011. Il governo Monti impose, conformemente alle direttive europee, una politica di austerity, con inasprimento indiscriminato della pressione fiscale e tagli drastici alle pensioni e alla spesa sociale. Monti nel 2011 inaugurò una lunga stagione di governi non eletti dal popolo ma graditi alla BCE.

Infatti è del tutto evidente la continuità della linea politica perseguita dai governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. C’è infatti da chiedersi fino a che punto Renzi fosse il leader effettivo del suo governo e non invece un presidente dimezzato dall’influenza dominante del Presidente Napolitano. Il ministro dell’economia Padoan, fu imposto da Napolitano (si dice Renzi nemmeno lo conoscesse), e il ministero dello sviluppo economico fu presieduto da Calenda, uomo già vicino a Montezemolo e poi esponente di spicco di Scelta Civica di Mario Monti. I ministeri chiave dell’economia non furono quindi affidati a esponenti del PD. Lo stesso referendum costituzionale (Renzi ne avrebbe volentieri fatto a meno), il cui esito disastroso segnò l’inizio del declino politico di Renzi, era già stato programmato da Napolitano. I governi italiani, non elettivi dal 2011 in poi, rappresentarono le plurime reincarnazioni del governo Monti, che in realtà non si è mai dimesso.

E’ stato attuato in Italia in questi anni un programma di riforme strutturali di stampo neoliberista nel lavoro, nella scuola, nello stato sociale, nei diritti civili. L’exploit del voto a favore di M5S e Lega costituisce infatti una reazione dovuta ad una rabbia popolare a lungo repressa. Esprime la volontà di riappropriazione della sovranità democratica da parte del popolo. Un popolo troppo a lungo represso, marginalizzato, politicamente succube della politica oligarchica europea. Il governo mediatico europeista è stato sconfitto dalla politica attiva sul territorio di M5S e Lega, rivelatisi sensibili alle esigenze popolari.

Sinistra in articulo mortis e destra in coma profondo

La sconfitta della sinistra ha assunto dimensioni epocali. La crisi del PD e degli altri partiti di sinistra riflette il processo di storico esaurimento che ha investito tutta la sinistra europea. La sinistra, con la trasformazione verificatasi dal 1989 in poi, da schieramento ideologico – politico interprete dei bisogni della classe proletaria, con l’abiura dell’ideologia marxista, si è convertita ad una ideologia liberal individualista basata sui diritti civili. Essa quindi è stata progressivamente abbandonata dall’elettorato di origine. La nuova sinistra ha avuto un ruolo di legittimazione ideologico – culturale del capitalismo assoluto, mentre la destra ne ha rappresentato il suo DNA economico.

In Francia il partito socialista è al di sotto del 10% (il partito comunista è quasi scomparso), dopo essersi alleato con la destra liberale in un fronte unitario per sconfiggere il populismo lepenista. In Germania la SPD, dopo aver partecipato a tre governi di unità nazionale con la Merkel, è scesa ai minimi storici. Eppure, ha fornito il proprio sostegno al quarto governo presieduto dalla Merkel, onde scongiurare elezioni anticipate dall’esito disastroso e soprattutto impedire una ulteriore avanzata di AfD. In Grecia Il PASOK è un partito assai minoritario, in altri paesi europei la sinistra ha subito gravi perdite di consensi. La debacle della sinistra è dovuta al suo ruolo di vittima sacrificale assunto, in difesa di governi europeisti di destra, quali argini estremi eretti contro il dilagare del populismo.

Ma alla decadenza della sinistra, fa riscontro anche il declino inarrestabile della destra conservatrice neoliberista ed europeista. I partiti tradizionali crollano parallelamente al diffondersi del fenomeno populista – sovranista, che sancisce la fine della dicotomia destra / sinistra, di schieramenti novecenteschi ormai svuotati dei propri originari contenuti ideologici. Affermano a tal riguardo Marino Badiale e Massimo Bontempelli (La sinistra rivelata, Massari Editore 2007): “In altre parole: destra e sinistra hanno ancora caratteri distintivi, che sono però irrilevanti sul piano dei livelli di occupazione, della distribuzione della ricchezza, delle tutele sociali, degli assetti proprietari, della produttività del lavoro, della natura dei beni prodotti, dell’impatto ambientale della loro produzione, delle condizioni sanitarie e di istruzione della popolazione, delle scelte di guerra o di pace nel campo internazionale”. E, riguardo alle nuove problematiche assunte dalla politica del XXI° secolo scrivono ancora: “Il discrimine vero, politico, culturale, etico, e ormai anche antropologico, non è minimamente, oggi, quello tra l’appartenenza alla destra e l’appartenenza alla sinistra, ma è quello tra l’accettazione e il rifiuto della logica del capitalismo assoluto”.

Alla contrapposizione orizzontale tra destra e sinistra si è sostituita quella verticale tra classi dominanti e classi dominate.

Gli orizzonti nebulosi della politica italiana

Certo è che, anche in virtù di una legge elettorale, approvata dal PD con il concorso della destra, rivelatasi truffaldina, nel nuovo parlamento italiano non emergono maggioranze in grado di formare un nuovo governo. Si profila un lungo periodo di instabilità politica. Ma tale instabilità si è verificata anche in Spagna, Belgio, Germania. Lo spettro populista turba i sonni di una politica omologata alla oligarchia finanziaria europea.

Tuttavia l’assenza di un governo legittimo non ha impedito che i programmi di riforma europei in senso liberista non avessero puntuale attuazione. L’oligarchia economica è indipendente dalla politica, anzi, si sovrappone ad essa.

Varie forme di coalizione in questa fase post elettorale vengono ipotizzate, quali quella di un eventuale governo presieduto dal M5S con coinvolgimento del PD. Tale governo rappresenterebbe un palese tradimento della volontà popolare, in quanto formato da forze tra loro antagoniste in sede elettorale. Ma, la presenza del PD in un governo di coalizione non potrebbe costituire una sorta di lasciapassare funzionale alla legittimazione di tale governo in sede europea? I governi a guida populista possono essere riconosciuti come legittimi in Europa solo in presenza di un partito che garantisca l’appartenenza dell’Italia alla UE, in evidente spregio della democrazia.

Nel centrodestra, il primato della Lega segna ormai il tramonto dell’epoca berlusconiana. Sembra tuttavia assai improbabile che Berlusconi, dato lo spiccato personalismo narcisistico della sua leadership, si rassegni ad un ruolo secondario in una coalizione guidata da Salvini. E’dunque probabile che Berlusconi presto o tardi tradirà gli accordi elettorali con la Lega di Salvini. Infatti Berlusconi è stato legittimato nel partito popolare europeo e dalla Merkel quale leader della destra liberale, moderata, europeista contrapposta a quella populista e sovranista di Lega e FdI. La legittimazione europea della Merkel potrebbe tramutarsi in uno strumento di pressione nelle mani di Berlusconi al fine di imporre la sua leadership nella coalizione di centrodestra. Il populismo è legittimo solo se garantito, moderato e quindi svuotato dei suoi contenuti.

Politica e economia: una contrapposizione dialettica insanabile

M5S e Lega sono partiti euroscettici, anti – establishment, sovranisti. Tuttavia sono tra loro anche assai diversi, così come è diversificato il loro elettorato sia su base geografica che nelle proposte politiche. Contestano entrambi le politiche di austerity, sono favorevoli a politiche di investimenti pubblici e all’incremento della spesa sociale. Ma le politiche che soddisfino le esigenze sociali dei popoli non sono compatibili con la rigidità finanziaria europea. Le politiche keynesiane sono inconciliabili con il sistema dell’economia globale neoliberista.
In realtà il crescente dissenso popolare è stato generato dai costi sostenuti sociali dalle classi medie e subalterne a causa delle riforme strutturali realizzate dalle politiche liberiste europee. Siamo dunque dinanzi ad una svolta che segna l’inizio di una contrapposizione frontale tra il primato della politica e quello dell’economia.

Politica ed economia si rivelano infatti inconciliabili nel sistema capitalista globale. Il populismo si identifica con un modello sociale contraddistinto dal primato della politica, la società liberale invece è caratterizzata dall’autoreferenza dell’economia. Tale dicotomia costituirà la base della contrapposizione dialettica storico – politica del prossimo futuro.

Si sta senz’altro manifestando in Europa una definitiva secessione dei popoli dalle istituzioni. I popoli si sono rivelati insensibili ai meccanismi di persuasione mediatica atti a creare consenso, così come alle minacce di paventate crisi dei mercati: il caso della Brexit è esemplare.

La crisi del modello liberaldemocratico è manifesta ed irreversibile. Si attende un avvenire carico di incertezze e di tensioni. Ma il prossimo futuro dell’Europa è tanto denso di incognite, quanto di speranze. I popoli ritornano alla ribalta della storia.

di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

 

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