Non è mai stato così bello

Vorrei dire che la Palestina sta bruciando e che Israele sta soffrendo, ma bisogna dire la verità:

Israele e Palestina stanno prosperando sotto Netanyahu. Non è mai stato così bello. Il salario minimo israeliano è ora di oltre 1.500 dollari; in un paio d’anni è passato da 4.000 a 5.300 shekel al mese. L’inflazione non ha seguito questo aumento, nonostante le pessimistiche previsioni. I poveri non sono più poveri, ancorché forse alcuni non sono propriamente ricchi.

I prezzi in valuta locale sono stabili. Sulla scena internazionale, lo shekel è alto, molto alto (anche se al di sotto dei suoi picchi del 2014), ed il Tesoro lotta per impedirne un’ulteriore ascesa. Ecco perché i prezzi sembrano piuttosto alti per uno straniero. Un panino, l’umile falafel israeliano/palestinese, ed una bevanda analcolica vi costeranno (minimo) 10 dollari, e a Tel Aviv probabilmente vi verrà preparato e servito da un rifugiato africano. Un modesto pranzo costa circa 20 dollari, una buona cena molto di più, e bisogna prenotare con largo anticipo per trovare un tavolo. Questo dal lato israeliano. Da parte palestinese, un pranzo simile costa leggermente meno, forse 15 dollari. I ristoranti comunque sono pieni; gli israeliani amano mangiare e lo fanno tutto il tempo, parlano di cibo anche troppo.

I turisti vanno in Terra Santa come mai prima d’ora. Questo ottobre, tutti gli hotel di Gerusalemme e Tel Aviv erano occupati; era difficile trovare una stanza per meno di $200 a notte, anche più lontano. Gli alberghi di Betlemme e persino di Hebron sono pieni. I loro occupanti sono turisti diretti a Gerusalemme. Ci sono code per entrare nei più importanti santuari ed attrazioni turistiche, la Basilica della Natività a Betlemme e la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Fanno la fila per ore per venerare il luogo della nascita e della sepoltura del Salvatore.

I palestinesi si stanno unendo a questa prosperità costruendo case. C’è un grande boom edilizio in tutta la Cisgiordania. Nuovi appartamenti crescono in ogni spazio vuoto. I poveri villaggi di ieri, come Imwas vicino Betlemme e Taffuh vicino Hebron, sono diventati vere e proprie città con case moderne di 3-4 piani, molto simili a quelle ambìte dagli israeliani. Non sono belle come quelli costruite dai loro padri e nonni, ma è una tendenza globale.

Israele ha ridotto al minimo i posti di blocco interni che prima separavano praticamente ogni villaggio palestinese da quelli vicini. Un palestinese può oggi viaggiare nella propria zona più o meno senza ostacoli. È ancora una rottura di scatole andare da Betlemme (appena a sud di Gerusalemme) a Ramallah (appena a nord di Gerusalemme), ed è quasi impossibile andare a Gerusalemme, ma è già un progresso.

Ramallah è una città moderna, con molte belle case di recente costruzione, hotel a cinque stelle, ristoranti alla moda e la vicina università di Bir Zeit. Non è più la città che ha coraggiosamente combattuto l’esercito israeliano durante la Seconda Intifada del 2001. È diventata più morbida. L’esercito israeliano entra ancora in città ogni volta che vuole e rapisce i cittadini, a volte per un post irriverente su Facebook. Recentemente hanno arrestato un giovane perché Google aveva tradotto male il suo “Buongiorno” in “Vai ed uccidi”, o qualcosa di simile.

I cittadini israeliani non sono autorizzati dal governo ad entrare nei territori palestinesi. Forse una scelta giusta: se gli israeliani vedessero quanto i propri vicini vivano come loro, nello stesso ambiente di stile occidentale, capirebbero che il Muro è inutile, perché c’è una differenza minima tra le due parti. Quella sarebbe la fine dell’autoimposto separatismo ebraico.

Non posso però celebrare questa convergenza; amavo la buona vecchia Palestina delle case di pietra tra i vigneti e dei contadini sempre al lavoro con i loro ulivi. Non c’è più. A Dura al-Kari’a, un incantevole villaggio con bellissime sorgenti, i campi sono deserti. I figli dei contadini lavorano negli uffici governativi di Ramallah e non vogliono tornare ai campi. Le sorgenti non sono celebrate come unica fonte di vita, sono considerate solo un piacevole ricordo di un passato irrilevante. Il capitalismo neoliberista ha distrutto ciò che il sionismo non è riuscito ad uccidere.

È questa tuttavia la realtà del 21° secolo. Lo stesso è avvenuto in Provenza e Toscana; cose molto peggiori sono accadute nella vicina Siria ed in Iraq. La gente si abitua a questa nuova realtà, siamo solo noi, vecchi romantici, a lamentarci.

Questa ricca Israele può facilmente assorbire la prospera Palestina, annullando le proprie leggi sull’apartheid. Anni fa sarebbe stato un salto nell’ignoto, oggi sarebbe un passo facile.

Non ci sono tuttavia voci in Israele che chiedano un simile passo. I partiti ebraici di destra che vogliono integrare la Palestina sono disposti a farlo senza gli abitanti. Vogliono tenersi la terra ma non la gente. La sinistra israeliana ebraica è praticamente scomparsa. Il suo principale partito laburista ha eletto questo mese un nuovo leader, che ha già promesso che non mollerà mai gli insediamenti (dovrebbero rimanere ebrei per sempre) e che non permetterà mai agli arabi di entrare nel proprio governo. Ha anche chiesto un atteggiamento più vigoroso e combattivo nei confronti dei vicini dello stato ebraico: se sparano un missile, noi ne spariamo cinquanta. Gli arabi capiscono solo il linguaggio della forza, ha detto. Con una sinistra così, chi ha bisogno della destra?

L’integrazione avrebbe dunque senso dal punto di vista dei costi-vantaggi. Il problema è che è sempre stato così, anche nel ’48, quando Israele possedeva l’unico porto moderno di Haifa nel Mediterraneo orientale, l’oleodotto poteva consegnare il petrolio di Kirkouk alle raffinerie di Haifa e le ferrovie collegavano Beirut con Damasco ed Il Cairo tramite Giaffa e Tel Aviv. Anche allora gli ebrei potevano rotolare nell’oro, ma preferirono un’ostilità perpetua. Sapendo questo, non sono sicuro che stavolta sarà diverso.

La seconda parte della Dichiarazione Balfour, la promessa di salvaguardare i diritti dei non-ebrei, si è rivelata essere di difficile attuazione. E fino a quando gli ebrei non saranno costretti a ripensarci, qualsiasi progresso reale è improbabile. Ma anche senza progresso ed in condizioni di disuguaglianza, la peculiare posizione geografica della Palestina e le ragionevoli politiche economiche di Netanyahu rendono la vita abbastanza sopportabile. È molto fastidioso non poter guidare liberamente da Betlemme a Ramallah o Jaffa, è una gran rottura non poter volare da e verso l’unico aeroporto del paese, ma economicamente le cose non sono poi così male. D’altronde, molti neri forse prosperarono anche ai tempi delle leggi Jim Crow e dell’apartheid sudafricano.

adam@israelshamir.net)

Fonte: www.unz.com

Link: http://www.unz.com/ishamir/it-has-never-been-so-good/

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog