Il Mare Lodigiano tra storia e leggenda

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Uno specchio d'acqua paludosa di epoca romana. Il Lago Gerundo pare si sia originato con il ritiro dei ghiacciai nel Pleistocene e con le esondazioni dei fiumi Adda, Serio e Oglio. La sua scomparsa invece è accreditata alle opere di bonifica dei monaci cistercensi.

Fino al XII secolo le province di Milano, Lodi, Bergamo e Cremona ospitavano un ampio bacino d’acqua, detto Gerundo. Ancor oggi si trovano nel territorio testimonianze tangibili di questo lago paludoso, mentre nell'immaginario della gente permane memoria del leggendario drago Tarantasio che qui viveva.

Pur rimandando in maniera istintiva a una forma verbale che indica contemporaneità d’azione, con la sua storia il Gerundo esemplifica la fragilità e la volatilità di ciò che a noi appare immutabile, come un lago o un mare. Per quanto nel terreno lombardo rimangano tracce della presenza di questo ampio specchio d’acqua paludosa, come ad esempio tratti scoscesi di terra che parrebbero indicare l’antica presenza di un bacino idrico, oggi risulta difficile credere che tra le province di Milano, Lodi, Cremona e Bergamo si estendesse un lago tanto imponente da venire spesso citato, nelle cronache storiche, come “ Mare Gerundo” (anche se, molto probabilmente, tale definizione deriva in realtà dal termine tardo latino “ mara”, che significa per l’appunto “ palude”). I primi accenni al lago Gerundo risalgono all’epoca romana ( se ne fa riferimento, ad esempio, nelle opere di Plinio il Vecchio) ma le descrizioni più dettagliate si hanno nel periodo medievale, negli scritti dello storico del VII secolo d.C. Paolo Diacono e di altri cronisti dell’epoca. Originatosi con tutta probabilità in seguito al ritiro dei ghiacciai durante il Pleistocene, il Gerundo si formò al di sopra di un’ampia zona ghiaiosa grazie alle esondazioni dei fiumi Adda, Serio e Oglio. Il lago, che già a partire dal XI secolo d.C. andò riducendosi di estensione, si prosciugò definitivamente nel corso del XII secolo d.C. Tra le cause più accreditate di questa “ misteriosa” scomparsa, vi sono le ingenti opere di bonifica intraprese dai monaci cistercensi, benedettini e cluniacensi prima e dal comune di Lodi poi.

In mezzo al lago, l'isola di Crema

Più che un vero e proprio lago, è probabile che il Gerundo fosse un insieme di paludi e acquitrini collegati dalle frequenti esondazioni dei fiumi circostanti. Ma come detto, questo bacino insalubre compensava la scarsa profondità ( le sue acque non scendevano al di sotto di una decina di metri) con un’estensione ragguardevole. Pur essendo difficile tracciare dei confini precisi, nel momento della sua massima ampiezza il Gerundo è arrivato a spingersi da Brembate (BG) a nord fino a Pizzighettone (CR) a sud, lambendo con le sue acque la città di Lodi a ovest e Grumello Cremonese (CR) a est. Al suo interno, il lago conteneva una lunga striscia di terreno, detta isola della Mosa prima e Fulcheria poi ( anche se, nonostante il nome, è possibile che in alcuni punti questa fosse collegata con la terra ferma), sulla quale in un periodo compreso tra il IV e il VI secolo d.C. fu edificata Crema (CR).

Testimonianze storiche del lago Gerundo - il cui nome sembra derivare dal termine latino “ glarea”, che significa “ ghiaia”, di cui come detto la zona era particolarmente ricca - rimangono nella toponomastica di molti paesi della zona, come ad esempio Fara Gera d’Adda (BG), Brignano Gera d’Adda (BG) o Casei Gerola (PV). O, in maniera ancora più esplicita, nei nomi di vie o piazze, come ad esempio a Zelo Buon Persico (LO), dove si trova tutt’oggi una piazza Lago Gerundo. Ma nell’immaginario e nei luoghi della Pianura Padana, ancor più che del lago Gerundo, sono rimaste le tracce di un suo antico abitante, ovvero il Tarànto, Tarantasio o Tarando, un leggendario drago acquatico che ne avrebbe infestato le acque sino al suo prosciugamento. Proprio da questa mitologica creatura prenderebbero il nome Taranta, frazione di Cassano d’Adda (MI), così come le numerose vie della Biscia site nei paesi che all’epoca si ritrovavano lungo le coste del lago ( per quanto oggi molte di queste strade abbiano mutato nome). Ma una testimonianza ancor più tangibile, in tutti i sensi, la si aveva a Calvenzano (BG), dove gli abitanti del luogo avevano eretto un muro alto tre metri per difendersi dagli attacchi del mostro. San Cristoforo contro il drago

Il Tarantasio, nelle leggende popolari, era rappresentato come un’enorme biscia oppure come un drago acquatico, da cui secondo alcuni avrebbe preso spunto il simbolo del cane dell’Eni, che proprio nell’area occupata dal Gerundo scoprì vasti giacimenti di gas metano. Questa bestia mitologica sarebbe finita anche in un altro stemma, ovvero quello dei Visconti, sul cui scudo è rappresentato un biscione intento a divorare un bambino, divenuto poi simbolo della città di Milano. Tra le varie storie riguardanti la morte del Tarantasio, una accredita infatti l’uccisione del biscione a Uberto Visconti, giunto in soccorso di un fanciullo.

Tuttavia tale ipotesi riguardo la leggendaria origine del simbolo di Milano sarebbe poco plausibile, dato che l’adozione dello stemma del drago da parte del capoluogo lombardo sarebbe antecedente la nascita di Uberto. A contendersi il merito dell’uccisione del Tarantasio con il Visconti è nientemeno che San Cristoforo in persona, che secondo una leggenda locale sarebbe stato invocato dal vescovo di Lodi Bernardo Tolentino e avrebbe fatto prosciugare il lago Gerundo provocando così la morte del suo “ fastidioso inquilino”. Di qui il voto di far restaurare la chiesa di San Cristoforo a Lodi, effettivamente ristrutturata nel 1300.

Biscioni, storioni, coccodrilli: tutti insieme nel Gerundo

Sorge spontaneo chiedersi da dove tragga origine la leggenda del Tarantasio. Una spiegazione può venire in parte dalla natura paludosa delle acque del Gerundo: in molti casi, nei secoli passati, le esalazioni mefitiche e la diffusione di particolari malattie erano attribuite al fiato di bestie immonde, come ad esempio il basilisco, responsabile secondo le credenze popolari di avvelenare le acque dei pozzi.

Ecco che allora, per spiegare la diffusione della malaria in area padana, le credenze popolari chiamarono in causa il fiato pestilenziale del Tarantasio. Secondo il cripto-zoologo Maurizio Mosca ( autore, tra gli altri, del volume “ Mostri dei laghi”, edito da Mursia) inoltre, le leggende sul drago potrebbe essere state fomentate dalla presenza nel Gerundo di storioni di eccezionali dimensioni, in grado per la loro conformazione anatomica di essere scambiati per grossi biscioni, o di coccodrilli importati da terre esotiche che, secondo alcuni documenti, erano poi sopravvissuti nelle acque del fiume Serio (a sostegno di questa teoria vi sarebbe uno scritto del 1954, secondo cui presso la chiesa di Ponte Nossa (BG) era custodito un coccodrillo impagliato lungo tre metri).

Prima del Tarantasio, mammuth e dinosauri

Ma alla base della leggenda del Tarantasio è probabile che ci siano i numerosi reperti conservati tuttora o in passato nelle chiese del bergamasco, del cremonese e del lodigiano. Si tratta di ossa di eccezionali dimensioni custodite come reliquie e attribuite proprio al temibile abitante del lago Gerundo. La presenza di questi curiosi oggetti non deve però stupire, dato che spesso ossa di animali esotici, come ad esempio capodogli o elefanti, erano portate in dono da pellegrini giunti da terre lontane. Inoltre, non dobbiamo rimanere perplessi nemmeno di fronte alle cronache dell'epoca, secondo cui le ossa sarebbero state rinvenute in loco, dato che nell'area del Gerundo non sono infrequenti i ritrovamenti di ossa fossili appartenute a mammuth o altri animali preistorici. Del resto, dietro la nascita di molte leggende sui draghi ci sarebbero proprio i resti di dinosauri o di altri giganteschi esseri del passato.

In ogni caso la leggenda del Tarantasio, ben lungi dal finire archiviata assieme ai documenti d’epoca, dopo aver acceso l'immaginazione dei nostri antenati continua ad affascinare anche i contemporanei. Non per niente, proprio il già citato Maurizio Mosca ha scritto assieme a Marco Bono un romanzo fantastico sulle vicende del mostro, intitolato “ L’enigma del mare lombardo” in cui si intrecciano diverse linee temporali e in cui la storia del Tarantasio arriva a coinvolgere studiosi del presente e antichi abitanti della pianura padana. Chissà, in fondo, che il recupero in chiave folcloristica di questa storia tradizionale non possa giovare al turismo della zona un tempo occupata dal Gerundo.

Sulle tracce delle leggende popolari

Ma se si volesse compiere un viaggio alla ricerca delle tracce del lago Gerundo e del suo misterioso abitante, dove ci si potrebbe recare? Innanzitutto, si potrebbe cominciare col visitare gli edifici religiosi, spesso anche di notevole interesse artistico, in cui sono custoditi i resti attribuiti al Tarantasio, come ad esempio le chiese romaniche di San Giorgio ad Almenno San Salvatore e di San Bassiano a Pizzighettone (CR). Poi, ci si potrebbe recare a Trucazzano (MI), presso l'edificio storico noto come Torrettone, dove è possibile trovare alcuni antichi attracchi per le imbarcazioni usate un tempo per solcare le acque del Gerundo. Se si vogliono invece vedere con occhio le tracce lasciate da questo bacino, la visita a paesi come Castiglione d’Adda (LO) o Maleo (LO), così come altre località del lodigiano, dimostra come questi si trovino oggi in cima a terreni rialzati, un tempo rive di un ampio specchio d’acqua. Infine, nulla vieta di compiere una scappatella nella già citata Calvenzano per rendere omaggio al defunto Tarantasio, che secondo la leggenda qui fu ucciso da Uberto Visconti. Certo, forse nel giro non si troveranno molte tracce di queste antiche storie di mostri e di mari, ma sarà comunque una buona scusa per visitare luoghi affascinanti al di fuori dei tradizionali itinerari turistici.

( Fonte: www.mondointasca.org)

Autore: Marco Agustoni