Bravissimi, sociologi progressisti: continuate così

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Mercoledì 20 settembre 2017 la puntata quotidiana della trasmissione L’aria che tira, sul canale La7, diretta da Myrta Merlino, verteva sul problema della sicurezza dei cittadini, in particolare nella profonda provincia veneta, di fronte al continuo assalto della delinquenza comune. C’era anche una tabaccaia di San Fior, provincia di Treviso, la signora Carla De Conti, la quale ha dovuto chiudere la sua attività dopo aver subito la bellezza di otto rapine. Ella ha raccontato che, a un certo punto, i Carabinieri non le prestavano quasi più attenzione, quando lei si recava a sporgere denuncia. Infine ha fatto la domanda per il rilascio del porto d’armi, volendo acquistare una pistola per difesa personale, ma, finora, le è stato rifiutato: lo Stato che non l’ha saputa difendere, che l’ha lasciata andare in malora, le nega anche il diritto all’autodifesa. Fra gli ospiti fissi c’era il sociologo Domenico De Masi. Con la massima tranquillità, egli ha sostenuto che in Italia non c’è alcuna emergenza criminalità; che nel nostro Paese, pur se la sicurezza dei cittadini può e deve essere resa migliore, non è in condizioni particolarmente allarmanti; che un dieci per cento, anzi, un cinque per cento (ha cambiato la percentuale così, ad occhio) delle tabaccherie hanno subito delle rapine, ma il novanta per cento no, e bisognerebbe vedere le cose anche dal punto di vista di questo novanta per cento di tabaccai che non sono stati rapinati; e, alla precisa domanda della conduttrice su quale sia la causa della diffusa sensazione d’insicurezza e di pericolo in cui vivono tanti cittadini, ha beatamente risposto che essa risiede nei mezzi d’informazione, i quali creano un allarme esagerato e inducono paura nell’opinione pubblica, per qualche loro oscura ragione.

Ora, a parte il fatto che il ruolo svolto dai mass media riguardo alla questione della criminalità comune è, semmai, esattamente opposto a quello descritto da De Masi, ossia quello di minimizzare o d’ignorare addirittura il problema, semplicemente non parlandone, o parlandone solo quando proprio ci scappa un delitto particolarmente efferato, con stupri e omicidi e sangue che scorre a secchiate, resta il fatto che l’argomentazione delle nove tabaccherie risparmiate dai rapinatori è un vero concentrato d’irresponsabilità, buonismo demenziale e capovolgimento intenzionale della realtà. Un Paese in cui il dieci per cento, o fosse anche solo il cinque per cento, dei tabaccai vengono infallibilmente rapinati (e sappiamo quante rapine non vengono denunciate per l’ormai acclarata e totale sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni), non una, o due, o tre volte, ma anche una decina di volte consecutive, anche con botte, violenze, minacce e uccisioni, si può considerare normale? Eppure, l‘esimio professore ha affermato testualmente, davanti alla richiesta di definire cosa sia la normalità, che la normalità sono quei nove tabaccai su dieci che hanno potuto vivere tranquilli e indisturbati. Questa è l’Italia che i sociologi, i politologi e i tuttologi come lui amano raccontare: un’Italia che non esiste, o che, se esistesse, sarebbe una beffa nei confronti delle persone che si trovano ogni giorno alle prese con i problemi veri di un Paese impossibile e invivibile, non governato, ma saccheggiato, dove le tasse strangolano l’impresa e il commercio; dove i giudici scarcerano i delinquenti e inquisiscono i cittadini che hanno osato difendersi; dove lo Stato e la Chiesa fanno il tifo per gli invasori africani che si spacciano per profughi, e abbandonano i propri concittadini e i propri fedeli; dove le banche rubano i soldi ai risparmiatori e chi doveva vigilare si gira ogni volta dall’altra parte; dove i migliori, i giovani laureati pieni di talento, devono andarsene all’estero in cerca di un lavoro, perché i posti buoni sono tutti occupati da una casta di gerontocrati attaccati alle poltrone, alle baronie e ai privilegi; e dove il cittadino, minacciato, rovinato, terrorizzato dai criminali, deve anche sorbirsi le incredibili tirate di “esperti” come questi, i quali, affermando che va tutto bene se un solo cittadino ogni dieci viene rapinato e messo in pericolo di vita, allora è tutto nella norma e non c’è alcuna ragione di lamentarsi.

Tali sono i nostri specialisti dell’economia e della politica; tale è la classe dirigente con la quale il nostro Paese deve fronteggiare le sfide gigantesche e drammatiche del terzo millennio. Per farsi un’idea del livello di dignità e di onestà intellettuale di cui fanno mostra costoro, basterà citare un dettaglio. Nel sostenere che, altrove, l’ordine pubblico è ancora più traballante che in Italia, De Masi, a un certo punto, ha detto che se un negro osa mostrarsi in un certo quartiere di una certa città degli Stati Uniti (Philadelphia, se non andiamo errati), rischia di non uscirne vivo. E si noti che costoro nemmeno si rendono conto di ammettere che la cosa che sta loro più a cuore, la cosiddetta società multietnica e multiculturale, in ragione della quale si fanno propugnatori dell’invasione dell’Italia da parte di orde d’immigrati islamici, non esiste e non funziona: dov’è la famosa integrazione, in un Paese dove esistono razze diverse che vivono l’una acanto all’altra fin alle origini, due secoli e mezzo or sono, se un cittadino di un certa etnia rischia d’essere ammazzato solo perché ha osato spingersi in un quartiere popolato da un’altra etnia? Ma non è questo che volevamo evidenziare. Un’altra ospite della trasmissione, Daniela Santanchè, ha chiesto se sia possibile adoperare l’espressione negro, come De Mari aveva appena fatto. Ebbene: senza cogliere, o forse cogliendo anche troppo, l’ironia della domanda, l’illustre sociologo, quello che accusa i mass media di congiurare per creare una psicosi da insicurezza, inventandosi una emergenza criminalità che in effetti non esiste, si è affrettato a profondersi in scuse e ritrattazioni, asserendo di aver sbagliato, e che si doleva di aver usato quella parola. Insomma: non c’è niente di male a dire a una signora italiana, che ha perso il lavoro e vissuto il dramma di subire otto rapine consecutive nel suo esercizio commerciale, che bisogna guardare le cose dal punto di vista di chi non ha subito rapine, mostrando un supermo disprezzo per la sua sofferenza, il suo disagio e la sua amarezza, e trattandola, implicitamente, da vittimista o da paranoica; però dire la parola negro non si può, quello è male, quello è il Male Assoluto: il razzismo, ciò che di più esecrabile ha prodotto la nostra cultura eurocentrica e sfruttatrice (sarebbe curioso sapere se qualcuno si sentirebbe offeso ad essere chiamato bianco, e se chi adoperasse una tale parola si precipiterebbe a domandare scusa). Offendere, non con le parole, ma con l’insensibilità dei propri sofismi, un connazionale che è stato abbandonato dallo Stato, questo si può fare; infliggere un’offesa (immaginaria) a un africano, chiamando negri quelli della sua razza (ma forse anche la parola razza non si dovrebbe adoperare), quella è una gravissima indelicatezza, o peggio, una provocazione intollerabile. Tanto per rendere omaggio alla cultura del politically correct: quella stessa imposta dai mass media i quali, secondo De Masi, ingigantiscono il problema della delinquenza e anche quello dei migranti, ma vigilano affinché il linguaggio sia consono al rispetto dei diritti dell’uomo e non discrimini il “diverso” (Laura Boldrini insegna, con la sua crociata per i sostantivi al femminile).

Questi personaggi, gonfi di presunzione progressista, e resi ancor più superbi dal buonismo d’accatto di cui sono impastate le loro sconclusionate ideologie globaliste e falsamente umanitarie, dovrebbero essere presi a pernacchie ogni volta che aprono la bocca. Certo, tutti hanno il diritto di dire quello che vogliono (tranne i nostalgici di Mussolini, i quali rischiano le multe e la galera se solo mostrano un ritratto del Duce: un ritratto di ottanta o novanta ani fa!), però c’è un limite a tutto, anche alla spudoratezza. In una democrazia seria, un conduttore sanamente “cattivo” avrebbe messo alle corde un De Mari con due o tre domande taglienti e bene assestate; per esempio, allorché costui ha avuto la faccia tosta di dire: Bisognerebbe immaginare dieci tabaccherie, poste in fila l’una accanto all’altra, e vedere che solo una ogni dieci è stata rapinata, per capire come il problema non sia tanto grave quale viene descritto, gli avrebbe chiesto di rimando: Ma scusi, secondo lei dobbiamo considerare normale che venga rapinata “solo” una tabaccheria ogni dieci? Oppure: Se lei abitasse in un quartiere degradato e reso invivibile dagli immigrati; se sua mogie avesse subito otto rapine nel suo negozio; se sua figlia fosse stata stuprata da un marocchino o da un senegalese, o suo figlio, magari poliziotto, fosse stato accoltellato da uno spacciatore ghanese o nigeriano (poi subito rimesso in libertà da un magistrato progressista), parlerebbe così e direbbe che bisogna guardare alle nove tabaccherie indenni e ai nove tabaccai rimasti vivi, sani e tranquilli, per ritenersi un popolo fortunato? È troppo comodo pontificare e sentenziare su tali argomenti, quando si fa una vita privilegiata e si risiede in ambienti protetti e sicuri, e soprattutto quando non si è stati personalmente scottati, né toccati negli affetti più cari. È troppo comodo fare la predica a chi è stato scottato, a chi è stato ferito, a chi ha vissuto dei drammi, dall’alto della propria posizione sociale privilegiata, solo perché si preferisce dar torto ai fatti piuttosto che rivedere le proprie idee viziate da un ottimismo utopistico e velleitario, figlio della disastrosa sottocultura del ’68 e anche, bisogna pur dirlo, di una neochiesa gnostica e massonica che ha deciso di farsi paladina di una causa totalmente sbagliata ed estranea alla religione cristiana, quella della Grande Invasione (si veda la sfacciata propaganda a favore della legge sul cosiddetto ius soli da parte del quotidiano L’Avvenire, di proprietà della Conferenza Episcopale Italiana, che le ha dedicato la prima pagina come un gigantesco spot pubblicitario). Non se ne può più di questi opinionisti che non rappresentano nessuno, tranne che se stessi e le loro poltrone, le loro cattedre, le loro riviste, le loro fondazioni: oh, ma sempre al servizio degli ultimi, si capisce, come nel caso dello storico, cattolico progressista, Alberto Melloni e della sua Fondazione per le Scienze religiose, la quale, mentre predica la Chiesa povera e fa il tifo per il papa “francescano”, umile e ambientalista, non si fa certo pregare per usufruire dei generosissimi finanziamenti pubblici, in misura assai maggiore delle altre istituzioni similari della stessa regione, l’Emilia-Romagna (tanto da aver suscitato le proteste di alcune forze politiche, come il Movimento 5 Stelle); e questo in tempi di crisi, quando soldi per aiutare gli italiani poveri e per sostenere le aziende in crisi e gli artigiani che chiudono bottega, non se ne vedono proprio, neanche con il telescopio.

Continuate pure così, cari sociologi e intellettuali progressisti; seguitate a pontificare e a sproloquiare con tutta l’arroganza che vi è congeniale, con la petulanza di chi sembra irridere il dramma di tanti italiani, di tante famiglie, di tanti lavoratori e piccoli imprenditori, i quali, oltre al danno delle rapine, devono subire anche la beffa dei vostri commenti irrispettosi e delle vostre analisi quasi beffarde nei loro confronti. Continuate a dire che tutto va bene, o quasi, e che, dopotutto, non ci sono motivi per lamentarsi; continuate a sfruttare i microfoni dei salotti televisivi, presso i quali siete ospiti di riguardo, addirittura con la poltrona fissa tenuta in caldo per voi (ma vi avanza tempo anche per fare dell’altro?), per raccontare un’Italia immaginaria, nella quale le cose vanno bene perché a voi vanno bene, eccome se vanno bene: qualunque cosa succeda, chiudano le fabbriche o derubino e stuprino la gente per la strada, voi non correte assolutamente rischi, né di perdere il posto di lavorio, né di dover vivere in una zona divenuta malfamata grazie alla Grande Invasione. Invasione che voi, proprio voi, con le vostre chiacchiere sul dovere dell’accoglienza e sulle meraviglie della società multietnica, avete favorito, incoraggiato, fiancheggiato e difeso a spada tratta. Seguitate pure in questo modo, e godetevi i vostri posti privilegiati, finché potete. Ma sappiate che non durerà per sempre. Il popolo italiano si sta svegliando; e si sta accorgendo di essere stato ingannato, tradito e venduto per trenta denari, proprio da coloro i quali avrebbero dovuto difenderne gli interessi vitali: la classe dirigente sul piano materiale, il clero cattolico su quello spirituale. La Grande Invasione, che voi avete voluto, e che continuate imperterriti a predicare, decantandone i meravigliosi vantaggi (per esempio, raccontandoci la favola che è grazie ag’immigrati se il Tesoro riesce a pagare le pensioni agli italiani), sta suscitando, per reazione, il Grande Basta, il gran rifiuto. Sta montando una protesta; un popolo mite, ospitale accogliente, non ci sta a farsi colonizzare, soppiantare, sostituire in casa sua, solo perché i suoi governanti e il suo clero hanno deciso di conformarsi alla strategia massonica dei Soros e della grandi banche newyorkesi. E se questa reazione volete chiamarla razzismo e populismo, fate come vi pare: la responsabilità, non delle parole, ma dei fatti, è vostra; ve la dovete assumere, e non sperate di trovare alcun alibi, alcun paravento dietro i quali nascondervi. Gli italiani si sono stancati: la loro pazienza è finita. Solo voi non ve ne siete accorti; solo voi pensate di poter prendere ancora a pedate il mulo già fin troppo carico, tremante sotto il basto pesantissimo che gli avete messo in groppa; e v’illudete di poter incantare i cittadini all’infinito con le vostre chiacchiere insulse, con il vostro latinorum truffaldino, per confondere le idee alle persone comuni. Le quali, come la tabaccaia di San Fior, non sono così stupide come voi, nella vostra immensa presunzione, credete. Sono i fatti che vi danno torto e che mostrano la vostra pochezza, la vostra totale inconsistenza. Siete abituarti a smerciare parole invece di cose reali; ma il vostro gioco sta per finire. Il Paese, benché tramortito da politiche suicide, è più sano di quel che voi, nel vostro cinismo, possiate credere. E queste energie sane si stanno ridestando. Quando farà giorno, non ci sarà più posto per il parassitismo intellettuale.

di Francesco Lamendola

Fonte: Accademia nuova Italia

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