Quando Lodi andava a braccetto con Fiorani

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Accadeva nel Lodigiano.

Ripropongo questo articolo di Oreste Pivetta, pubblicato su " l'Unità" il 4 maggio 2005. Dodici anni fa, circa. Quante cose sono cambiate...

Da tempo ormai Lodi è una cittadina della Bassa padana di quarantamila abitanti più uno. Oppure è una provincia dalla storia agricola di duecentomila abitanti, un migliaio dei quali impiegati nella Banca Popolare di Lodi più uno che fa addirittura il capo. L'ad, cioè amministratore delegato, cioè il ragioniere con laurea in scienze politiche Gianpiero Fiorani, giovane, aggressivo, in prima linea, cattolicissimo e ambizioso dalla culla. Si fece conoscere dalle colonne del giornale locale, il Cittadino, proprietà della Curia, firmando una trentina di anni fa corsivi dalla sigla graffiante: GiFio. Ovviamente è andato avanti alla svelta, a «velocità supersonica», come sentenziò il primo imprenditore lodigiano e primo sponsor del banchiere, cioè Domenico Zucchetti, produttore di software. A Lodi lo ringraziano: «Per merito suo - spiega il sindaco neo eletto della Margherita Lorenzo Guerini - il nome di questa città gira per il mondo. Siamo su un palcoscenico internazionale». La preoccupazione dei lodigiani e che la Popolare crescendo magari cambi nome e magari si allontani: «No, la testa deve rimanere qui. È la nostra prima azienda». Il sindaco Guerini, un altro precocissimo, eletto trentaseienne l'aprile scorso, dopo dieci anni di presidenza della provincia, ci ricorda che siamo nella classifica del risparmio medio, pro capite, al quarto posto in Italia: ecco le basi solide della scalata, i «piedi per terra». Anche se questo valeva una volta, nove o dieci anni fa, quando Fiorani riuscì ad accomodarsi al vertice, sospinto proprio da Domenico Zucchetti, che lo considerava «persona coraggiosa, capace di farsi carico delle responsabilità di chi l'aveva preceduta e pronta a lanciare la banca verso il futuro». Era morto il padre padrone, Angelo Mazza, lasciando una piccola banca modello, i costi bassi, i conflitti sindacali a zero, senza l'ombra della Cgil e gli impiegati che passavano dalla parrocchia prima di far domanda d'assunzione e soprattutto l'azionariato diffuso, cioè tanti piccoli azionisti ciascuno per la sua strada, che consentivano a un direttore generale di comandare davvero. Fiorani si dovette accontentare di fare all'inizio il condirettore generale e si prese cura degli sportelli siciliani della Popolare, dell'ingresso nella Banca Rasini (la banca milanese che era stata diretta dal padre di Silvio Berlusconi e che era finita nelle mani dei Rovelli) e dei primi passi verso la Banca Mercantile (con il sostegno di Cuccia). Il futuro era già cominciato. Sarebbe continuato, con percorsi tormentati anche se appena fuori porta, perché Fiorani (siamo tra la fine del 1997 e l'inizio del ‘98) aveva rivolto la sua attenzione appena oltre i confini, alla Popolare di Crema, lui disse per smontare un'operazione lanciata dal predecessore defunto, Angelo Mazza, ma la Consob cominciò a indagare per via della denuncia di un'opa lanciata dalla Popolare di Lodi dopo che una finanziaria svizzera aveva rastrellato azioni fino a raggiungere il cinquantuno per cento: naturalmente con i soldi dei lodigiani e della Mercantile, controllata dai lodigiani. Un pasticcio. Irrisolto. La Consob passò gli atti al Tribunale di Lodi, perché indagasse per i reati di falso in bilancio, false comunicazioni sociali, utilizzo di d'informazioni riservate e abuso di informazioni privilegiate. Una montagna e alla fine l'archiviazione. «Mangi o ti mangiano». Questa la morale secondo Ferruccio Pallavera, direttore del Cittadino, anima mediatica di una Diocesi guidata oggi da Giacomo Capuzzi, vicino ai "milanesi" e responsabile per i vescovi lombardi del "mondo del lavoro". La Curia sarebbe il vero termometro sensibile: pare che non abbia gradito le più recenti escursioni di Fiorani, malgrado l'amministratore delegato sia un buon cristiano, vanti legami coi cordinali Ruini e Re, e sia generoso sponsor di imprese cittadine. Una bella immagine dentro le mura di casa e fuori una fame da lupo. O da pescecane. Senza offesa. «Punta alle stelle e vedrai che raggiungerai la luna», gli raccomandava l'amico Zucchetti. Dalla quotazione in Borsa agli aumenti di capitale, la Popolare di Lodi e Fiorani si sono via via divorati un teorema di banche. Iccri, Efibanca, Chiavari, Imola, la Popolare di Cremona (altra sfida di confine), le casse toscane. Sempre avanti, come gli schiacciasassi: prima l'acquisizione, poi i tagli e la deportazione. Ne sanno qualcosa i sindacati: «Hanno cercato in ogni modo - commenta Elena Ajazzi, toscana e "vittima" delle conquiste toscane dei lodigiani - di tagliare il costo del lavoro infischiandosene dei diritti dei dipendenti, cancellando professionalità, accentrando tutto a Lodi». Come ai tempi di Mazza, che passava in rassegna dipendente per dipendente e firmava lui permessi, riposi, ferie. Altre ombre s'addensano: «Dopo aver speso i soldi della Popolare, dopo operazioni a dir poco spregiudicate, dopo una catena di aumenti di capitale (il quinto adesso in tre anni), dopo aver ceduto tutto il patrimonio immobiliare delle banche acquisite, si ritrovano senza risorse: ovvio guardare con molte perplessità il castello che hanno alzato in questi anni. Resterà in piedi? A noi, agli sportelli, chiedono solo di vendere vendere vendere». Fiorani ha i suoi santi in paradiso, i cardinali in Vaticano e i banchieri amici: il governatore di Banca Italia, Fazio, il vicepresidente di Unicredit, Fabrizio Palenzona, il senatore forzista Luigi Grillo, Paolo Berlusconi, i leghisti tutti (dopo aver salvato la banca del Carroccio). E i nuovi alleati: Gnutti, Ricucci, Ennio Doris (cioè Mediolanum, quindi Berlusconi, quello vero). Antonveneta è il salto. Fiorani sembra esserci riuscito, anche se gli toccano le indagini della magistratura, le inchieste della Consob, l'attenzione di Bruxelles (anche per Fazio). Quindi dovrebbe attendere qualcosa prima di festeggiare. Antonveneta è un salto ma non è solo potere bancario, soldi e sportelli. È anche più di prima potere politico: con Ricucci e compagnia bella ci sono il Corriere della Sera e Rcs MediaGroup, da Padova può pensare ai giornali veneti e soprattutto al Gazzettino. Il sindaco di Lodi, Lorenzo Guerini, teme che Fiorani dimentichi le origini.

4 May 2005 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 13) nella sezione "Economia"

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