Usa & Co. non cambiano rotta. " Regime Change" in Siria e Libia di Paolo Sensini

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Usa & Co. non cambiano rotta. " Regime Change" in Siria e Libia di Paolo Sensini

Con uno scarto di appena poche ore tra l'uno e l'altro si sono conclusi nei giorni scorsi due importanti accordi internazionali concernenti Libia e Siria.

Il primo è stato firmato a Shkirat, in Marocco, per insediare un Consiglio Presidenziale incaricato di formare un "Governo di Accordo Nazionale libico". Un accordo che però è viziato dal grave handicap di nascere senza l'approvazione dei parlamenti di Tobruk e Tripoli in lotta da oltre sedici mesi per il controllo del Paese.

In una negoziazione dell'ultima ora, dopo aver rinviato la firma all'intesa "per ragioni logistiche", l'inviato speciale dell'ONU Martin Kobler è volato al comando militare di al-Marj (non lontano da Tobruk), dove ha incontrato il generale Khalifa Haftar, uomo forte nell'Est della Libia e considerato uno dei "falchi" che si oppone alla linea del dialogo. Da questo fronte era arrivato un secco "no" all'intesa targata ONU dai presidenti dei due parlamenti rivali, Nuri Abu Sahmain (del Congresso di Tripoli, GNC) e Aguila Saleh (del Parlamento di Tobruk, HOR), incontratisi a sorpresa a Malta. "Prendo atto dell'incontro di Malta. L'ONU - ha affermato diplomaticamente Kobler - incoraggia tutti gli sforzi libici per porre fine alle attuali divisioni attraverso un dialogo inclusivo, e continuerò a confrontarmi con tutte le parti libiche in questo senso".

Nuovi scontri hanno subito infiammato la tregua che si era registrata nelle ultime settimane: in serata sono scoppiati violenti combattimenti nei pressi dell'aeroporto di Tripoli tra opposte milizie a colpi di armi automatiche e lanciagranate. Mentre ad Ajdabiya, centro nevralgico petrolifero a Est di Sirte, l'esercito fedele a Tobruk ha ribadito di prepararsi a lanciare una vasta offensiva in chiave anti-ISIS, dopo che i seguaci di al-Baghdadi hanno rafforzato le proprie posizioni nella regione. A Bengasi, infine, dove si registra l'emergenza più drammatica dal punto civile e militare, "i caccia dell'aviazione libica hanno condotto almeno cinque raid contro postazioni di gruppi affiliati agli jihadisti".

In pratica l'accordo raggiunto a Shkirat è frutto di pure alchimie volute dall'ONU e da quelle stesse "democrazie occidentali" che hanno determinato l'implosione della Libia nel 2011, vale a dire Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Italia. Un accordo sostanzialmente privo di qualsiasi appoggio non solo dei due clan al potere a Tripoli e Tobruk, ma che vede tutte le numerose milizie e cabile libiche ostili a un tale sbocco. Il nome saltato fuori dal cappello magico della "comunità internazionale" come candidato premier è quello di Serraj Faiez, un signor nessuno da ieri alla testa del Consiglio Presidenziale. Un personaggio che da solo non riuscirebbe né a metter piede a Tripoli né a sopravvivervi per qualche giorno. Che Faiez e il suo governo insediato per volontà delle Nazioni Unite possano governare il Paese mettendo d'accordo Tobruk e Tripoli è dunque pura utopia.

Ma il suo vero compito, una volta scelti i ministri, sarà richiedere una "protezione internazionale" per garantirsi qualche giorno di sopravvivenza nel suo fortilizio libico. A quel punto basterà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per mettergli al fianco un contingente straniero di qualche migliaio di uomini a probabile guida italiana. Un contingente che agendo al servizio dell'unico governo riconosciuto dalla comunità internazionale potrà intervenire sia contro gli eventuali avversari a Tripoli, Misurata o Tobruk, sia contro gli jihadisti insediati su tutto il territorio libico. Non è tuttavia necessario possedere la sfera di cristallo per immaginare quali saranno i risultati di questa nuova "missione internazionale": ancora più destabilizzazione e caos di quelli già presenti in Libia.

Il secondo incontro a cui accennavamo si è tenuto al Palace Hotel di New York, dove si sono riuniti intorno al tavolo i paesi dell'International Syria Support Group, che oltre all'Italia include Stati Uniti, Russia e tutti i protagonisti regionali come Arabia Saudita, Iran e Turchia. Lo scopo era dare seguito ai due incontri già avvenuti a Vienna, per definire una "road map" da formalizzare poi con una risoluzione approvata all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

L'accordo è stato trovato su un testo che prevede di aprire le trattative all'inizio di gennaio fra regime e opposizioni. Contestualmente con l'avvio dei colloqui, dovrà entrare in vigore un cessate il fuoco che però escluderà l'ISIS e al-Nusra. Tutte le parti, quindi, dovrebbero in teoria concentrare gli sforzi militari contro i jihadisti presenti sul terreno. Nel giro di sei mesi bisognerà costituire una "governance inclusiva e unitaria", che porterà la Siria alle elezioni tra diciotto mesi.

Obama ha subito ribadito che "Assad deve lasciare per far sì che nel paese si metta fine al bagno di sangue" in quanto "ha perso legittimità fra i siriani e non ci sarà pace senza un governo legittimo". Ma il Consiglio di Sicurezza dell'ONU non è, almeno per il momento, così perentorio come il presidente degli Stati Uniti, visto che nelle stesse ore ha adottato all'unanimità una risoluzione sulla Siria per dare il via ai negoziati di pace formali tra il governo e l'opposizione. La risoluzione parla del processo di pace e del cessate il fuoco nel Paese mediorientale, ma non menziona il punto cruciale: il futuro di Bashar al-Assad.

Per il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il processo politico in Siria dovrebbe durare "circa un anno e mezzo, cioè diciotto mesi. Non vogliamo che questo processo si trascini indefinitamente", ha precisato il capo della diplomazia russa. Lavrov alla fine dei negoziati aveva anche detto che "si è parlato della questione del futuro di Bashar al-Assad, ma la posizione russa è molto chiara: questo summit non verte su Assad ma sul cercare di trovare un'opposizione accettabile per i negoziati e un accordo sulla lista dei gruppi terroristici".

Nessun cambiamento di rotta invece, come annunciato dalle parole di Obama, nell'agenda atlantica. Per il Segretario di Stato John Kerry, infatti, "rimangono nette differenze sul futuro di Bashar al Assad", che ha poi aggiunto: "La maggior parte dei Paesi del Gruppo Internazionale di sostegno sulla Siria ritiene che il presidente Assad abbia perso la credibilità per governare". Anche i francesi non vedono alcuna possibilità che "Assad possa avere un ruolo nell'avvenire del suo Paese". Il ministro degli Esteri di Parigi, Laurent Fabius, ha spiegato come "i negoziati avranno successo soltanto se ci saranno garanzie sull'uscita di scena" del leader siriano. "L'idea che possa ancora una volta presentarsi alle elezioni - ha concluso Fabius - è inaccettabile per noi". Come se a decidere chi può guidare la Siria fosse compito degli Stati Uniti, Francia o altri Paesi e non invece prerogativa del popolo siriano, unico titolare della sovranità del proprio Paese.

Dunque la partita fondamentale, per quanto riguarda almeno i Paesi che supportano i terroristi presenti in Siria e Iraq, rimane sempre la stessa: persistere malgrado i diversivi tattico-diplomatici nell'opera di destabilizzazione della Siria fino a ottenere l'agognato "Regime change", proseguendo in tale modo il lavoro già iniziato in Tunisia, Egitto, Yemen e Libia. Ora però la partita siriana si è parecchio complicata con l'intervento militare dei russi, i quali hanno scombinato i piani NATO e del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Mentre si definivano i termini dell'accordo di New York, l'Alleanza Atlantica ha infatti deciso di spedire nuovi aerei radar, caccia e navi nel Mediterraneo orientale "in considerazione della situazione instabile nella regione". Serviranno a garantire la Turchia, che da una parte si trova sul fronte della guerra in Siria e dall'altra teme ritorsioni dalla Russia dopo l'abbattimento di un suo bombardiere in territorio siriano. Ankara è ora sotto i riflettori per il sostengo ai terroristi in Siria e i reiterati sforzi per fare cadere Bashar al-Assad. Ma nonostante tutto ciò, o forse proprio per questo suo impegno che dura da quasi cinque anni, la NATO e il Paese che la guida non fanno mancare la loro solidarietà all'alleato turco.
Prova ne è l'ambigua e sinistra attività militare statunitense contro il terrorismo in Iraq e Siria, con raid aerei che colpiscono senza posa soldati iracheni o siriani, anziché i reali obiettivi terroristici. L'ultimo "errore" compiuto dall'aviazione americana risale a pochi giorni fa, quando per "puro sbaglio" a essere colpite sono state unità dell'Esercito governativo iracheno impegnate nella lotta contro i gruppi terroristici attivi nella provincia occidentale dell'Anbar.
Nel raid avvenuto ad Al-Naimiya, a sud della provincia di Fallujah, sono rimasti uccisi oltre venti militari iracheni e 30 hanno subito gravi ferite. All'ISIS non resta che ringraziare ancora una volta Washington, che nonostante la tanto declamata capacità di colpire "chirurgicamente" gli obiettivi prescelti permette da oltre 15 mesi l'avanzata dei tagliagole islamici in Siraq.

Insomma, gli "accordi" di Shkirat e New York non sono altro che un momentaneo diversivo diplomatico della "comunità internazionale" per sviare l'attenzione dalle gravi responsabilità che hanno in Libia e Siria. E per rilanciare, non appena vi saranno le condizioni per farlo, la propria agenda geopolitica in Africa e Medio Oriente. Che rimane la medesima in una spirale di cui non si intravede la fine: creare sempre più caos e giustificare in questo modo continui interventi militari.

Fonte: Affari Italiani

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