Tornare alla Lira, la MMT annienta la speculazione. Ve lo raccontiamo

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Tornare alla Lira, la MMT annienta la speculazione. Ve lo raccontiamo

Pier Paolo Flammini

Continuiamo i nostri approfondimenti rispetto alla via migliore per uscire dall’euro evitando passi falsi o traumi che renderebbero complicata la gestione, non solo a livello tecnico ma anche mediatico e politico.

Qui abbiamo pubblicato un articolo di sintesi sulla proposta di uscita della Me-Mmt.

Qui abbiamo pubblicato un articolo “narrativo” sui rischi che potrebbero rilevarsi in caso di una uscita “secca”, con cambio forzoso dei risparmi da euro a nuova lira.

Di seguito un articolo di tipo sempre narrativo che prevede le conseguente di una uscita “morbida” come previsto dalla Me-Mmt. Avvertenza: si tratta di storie di fantasia che non possono loro stesse contenere l’esatto andamento degli eventi, soggetti ad una serie infinita di variabili. Tuttavia servono a riflettere sugli scenari possibili, e a capire che ci sono aspetti tecnici e politici che non vengono sempre presi in piena considerazione. Sarebbe una sciagura se l’impreparazione per questo passaggio fondamentale dovesse comprometterne gli esiti successivi auspicati: piena occupazione, pieni servizi, piena democrazia.

Il lunedì mattina Antonio si reca al lavoro dopo aver portato la bambina a scuola. Compra la pizzetta per merenda al solito forno, pagando un euro, che viene accettato dalla fornaia. Il venerdì sera precedente il Presidente del Consiglio ha annunciato con un discorso televisivo di mezz’ora che dal lunedì lo Stato italiano sarebbe tornato in possesso della propria moneta, spiegando dettagliatamente come si sarebbe svolta la transazione dall’euro alla nuova lira.

L’annuncio era seguito ad una settimana molto tesa tra il Presidente e i colleghi tedeschi, olandesi e austriaci, con il Presidente della Banca Centrale Europea costretto alle dimissioni per il totale fallimento delle politiche di Quantitative Easing perennemente rilanciate.

L’Italia veniva da 9 anni di recessione, il Paese aveva perso il 35% di produzione industriale e la disoccupazione ufficiale aveva raggiunto la cifra record del 14%. Il Presidente, dopo mesi di trattative nelle quali chiedeva la copertura della Bce per una grande operazione di detassazione e investimenti pubblici, senza ottenere risultato, aveva deciso di uscire dall’accordo monetario.

L’unica certezza che Antonio aveva quella mattina, era che il cambio fissato tra euro e nuova lira era di 1:1 e sarebbe durato poche ore. Una nuova lira valeva un euro, ma a partire dalla mattinata sarebbero iniziate le contrattazioni valutarie e quindi si avrebbe avuto un valore sicuramente diverso. Tuttavia la situazione dell’euro sembrava insostenibile: solo nell’ultima settimana aveva perso il 10% del valore rispetto al dollaro, il 15% sulla sterlina inglese e il 18% sul franco svizzero, a causa delle incertezze relative alla sua sopravvivenza, almeno nella forma che aveva dal 2002.

Il presidente francese aveva dichiarato che la Francia, al contrario degli italiani, non avrebbe mai rotto unilateralmente gli accordi sottoscritti. Tuttavia la grandissima maggioranza dei francesi chiedeva di tornare al franco e le opposizioni di destra e di sinistra rimarcavano come l’accordo dell’euro non era solo con la Germania ma anche con l’Italia, e che, venuto a mancare un contraente, l’accordo era da ritenere non più coercivito. Tutti gli economisti intervistati nel fine settimana ritenevano il ritorno alla moneta nazionale dell’Italia il più grande pericolo per l’economia francese: “Se resteremo vincolati alle regole tedesche, noi diventeremo la nuova Grecia”.

Secondo i giornali di sinistra il governo francese aveva già pronto il piano di uscita, ma voleva aspettare alcuni giorni per capire in che modo proporlo senza conseguenze sul piano internazionale. Era curioso di verificare cosa sarebbe accaduto in Italia per poi muoversi di conseguenza. La pugnalata alle spalle, stavolta, l’avrebbe data lui agli italiani, in un modo o in un’altro.

D’altra parte in Germania i socialdemocratici appoggiavano le posizioni di Angela Merkel, osteggiata dalla crescente opposizione antieuro: l’unione monetaria sarebbe stata comunque preservata con gli stati satelliti di influenza tedesca.

Il presidente del Consiglio italiano aveva spiegato che, come primo atto del suo governo, quello stesso lunedì, si sarebbero accorpati i provvedimenti di spesa mensili per dipendenti pubblici e pensionati, in modo da iniziare a distribuire le nuove lire; inoltre, lo stesso lunedì, oramai liberi dai vincoli di bilancio, si sarebbe data disposizione per pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione nei confronti dei fornitori; nelle prime 48 ore, dunque, circa 120 miliardi di lire sarebbero stati accreditati a famiglie e imprese.

Per evitare panico e dietro i consigli dell’economista americano Warren Mosler e di altri economisti dell’area della MMT, nonostante furiose critiche apparse nei giornali italiani quel fine settimana, il Presidente aveva deciso di non obbligare gli italiani a cambiare obbligatoriamente i risparmi da euro a lire.

Vi erano due motivi: essendo una uscita unilaterale e non concordata, occorreva dare il tempo alle nuove lire di entrare nel circuito economico senza provocare una penuria di liquidità controproducente che avrebbe rischiato di far cuocere sotto le critiche il governo; e secondariamente occorreva del tempo per modificare i codici elettronici delle apparecchiature di pagamento automatico, dai bancomat ai self service e distributori che nelle prime ore avrebbero dunque accettato gli euro. In questo modo inoltre, era l’assicurazione di Mosler, la scarsità di lire e l’abbondanza di euro avrebbe evitato il deprezzamento della lira, o almeno una sua eccessiva oscillazione speculativa al ribasso, perché nessuno, di fatto, l’avrebbe potuta vendere ma soltanto acquistare.

Torniamo ad Antonio. Dopo aver accompagnato la bambina, si recò in banca appena aperta per chiedere la conversione di mille euro in mille lire, in un nuovo conto. Aveva circa trentamila euro nel conto corrente. Fino a qualche giorno prima aveva pensato come tutti che la lira si sarebbe immediatamente svalutata ma l’andamento dell’euro negli ultimi mesi e soprattutto nella settimana precedente aveva suggerito a molti analisti che quel lunedì l’andamento del cambio lira/euro avrebbe potuto prendere strade inaspettate in precedenza.

In banca era stato esporto un cartello in base al quale i conti in lire erano garantiti integralmente dalla Banca d’Italia, mentre i conti in euro erano ufficialmente, da quel giorno, conti in valuta straniera. Il documento era firmato dalla Presidenza del Consiglio.

Nonostante i timori e le riflessioni delle ultime ore, Antonio e sua moglie avevano convenuto di cambiare in euro soltanto mille euro, al momento, perché avevano timore che la lira avesse perso valore rispetto all’euro, come ripetevano alcuni economisti che scrivevano sui maggiori quotidiani nazionali.

“Dobbiamo pagare la quota di iscrizione all’ordine degli ingegneri e, entro tre giorni, la seconda rata per l’iscrizione all’università del nostro primo figlio” aveva detto sua moglie. Perché, così aveva spiegato il Presidente del Consiglio, tutte le tasse e i rapporti con lo Stato sarebbero stati regolati esclusivamente in lire, fin dal primo istante.

In banca vi era una coda ovviamente inusuale, anche perché i clienti si attardavano a chiedere spiegazioni e consigli agli impiegati oltre che ai direttori, affaccendatissimi. Antonio chiese le mille lire in contanti, e l’impiegato tra le altre cose spiegò che, contrariamente all’abitudine, quando il ritiro di una somma così cospicua sarebbe avvenuto solo previo un congruo avviso, la Banca d’Italia si era affrettata a rifornire le banche di una dotazione di contante elevata, in modo che questo fosse ritirato il prima possibile ed entrasse in circolazione. “Ne arriverà altro già questo pomeriggio. Ma nessuno sta richiedendo di ritirare cifre eccessive. Presto entrerà in funzione anche il bancomat, i tecnici lo stanno settando” spiegò. E aggiunse: “Ovviamente a quel punto sarà possibile ritirare soltanto le lire nei bancomat, per il ritiro degli euro occorrerà recarsi fisicamente allo sportello. La decisione della banca credo sia questa, ma stanno tutti aspettando di vedere l’evoluzione del mercato”.

Ma il conto in euro, disse mentre registrava l’operazione in corso, sarebbe equiparato ad un conto in valuta estera, con i costi che questo comportava in termini di gestione e commissioni: “Non da subito, perché le disposizioni sono di gestire per una settimana i conti sia in euro che in lire senza addizionali, per non punire i correntisti. Ma dalla settimana prossima sarà così, e quindi se vuole può aprire fin da ora il conto in lire, che, come ha letto, è totalmente garantito dalla Banca d’Italia”. Antonio però non aveva preso alcuna decisione in merito e desiderava attendere l’evoluzione delle cose per essere sicuro di non rischiare di perdere i suoi risparmi.

L’impiegato consegnò le mille lire previste, lasciando 800 lire in pezzi da 100 mentre i restanti furono rilasciati in due pezzi da 50 lire, due da 20, tre da dieci, quattro da cinque, e le restanti venti lire furono consegnate in monete metalliche. Questo perché era necessario fornire anche moneta spiccia per le incombenze quotidiane.

Uscito dalla banca, si avvicinò alle poste per l’invio di un pacco contenente delle stampe realizzate per un progetto a cui aveva lavorato, relativo ad una nuova costruzione in EmiliaRomagna.

Parcheggiò in uno stallo a pagamento e si accorse che in questo caso doveva ancora adoperare gli euro, perché la macchina per l’ottenimento del biglietto orario era programmata solo per ricevere gli euro. Fortunatamente aveva in portafoglio banconote e monete metalliche in euro.

Invece alla posta spese la prima banconota da dieci lire consegnando sette lire per l’invio del pesante pacco e ricevendo tre lire di resto. In automobile, dovendosi spostare di cinquanta chilometri per un appuntamento di lavoro, ascoltò incessantemente i notiziari Rai per capire cosa stesse succedendo nei mercati finanziari e in quelli delle valute. Non aveva fatto altro negli ultimi giorni e, da quel che osservava, non c’era persona che non discorresse di quel che stava avvenendo.

La Borsa di Milano aveva aperto in perdita secca dell’1%. Le Borse di Parigi e di Francoforte avevano aperto con un ribasso superiore, quasi del 2%. L’aspetto più interessante riguardava però gli scambi valutari. Spiegavano che fin dall’apertura degli scambi si registrava una forte domanda di lire da parte di tutti gli istituti bancari italiani, domanda resa necessaria dalle richieste dei correntisti per i primi pagamenti della giornata e per provvedere a quelli che sarebbero occorsi nei giorni a seguire. La domanda di nuove lire avveniva vendendo euro, e questo stava rafforzando il deprezzamento della moneta unica che alle 10 del mattino perdeva il 5% del valore sulla nuova lira ma perdeva quasi lo stesso importo su dollaro e sterlina, e quasi il 10% rispetto al franco svizzero. Praticamente il governo stava disinnescando il rischio di essere accusato, dal sistema dei media, di distruggere i risparmi degli italiani.

Nei sondaggi realizzati tra sabato e domenica circa il 90% dei risparmiatori pensava di non cambiare subito gli euro con le lire, per il timore diffuso di vedere svalutata la nuova moneta. Tranne che alcuni consulenti del governo, alcune aree politiche e gli economisti post-keynesiani della MMT, la pensavano così i principali giornalisti economici e politici.

Nel mercato europeo si assisteva anche ad un altro fenomeno, ovvero allo spostamento di capitali in euro dall’Italia alla Germania in particolare. “Questo però è un fenomeno che non riguarda la nuova lira, è tutto interno all’Eurozona e quindi non determina ripercussioni sul valore della lira”. Lira che era stabile rispetto a dollaro e sterlina e perdeva appena qualche decimale su franco svizzero, mentre lo spostamento di euro non rafforzava lo stesso in quanto era un fenomeno interno. “La lira non può perdere valore rispetto alle altre monete semplicemente perché essendo molto scarsa è impossibile venderla, se lo si volesse” spiegò un consulente economico del governo al Corriere.it.

Alle ore 12 il Presidente del Consiglio tenne una conferenza stampa trasmessa in diretta dalle televisioni e dai giornali on line. Assieme al ministro per l’Economia espose alcune misure economiche decise dal consiglio dei ministri concluso qualche minuto prima: “Come sapete, con la nuova lira siamo tornati ad essere gli emittenti della moneta nazionale, e non siamo costretti a prenderla in prestito nei mercati internazionali. Potremmo anche sospendere l’emissione dei titoli di stato e garantire i risparmi dei cittadini con l’apertura di conti correnti al tasso di interesse garantito dallo Stato. Questa misura sarà avviata già nel prossimo mese e confidiamo in alcuni anni di incanalare totalmente l’attuale ammontare di titoli pubblici in questo schema” disse. Antonio, con i colleghi dell’ufficio, era all’ascolto di quanto veniva detto.

Aggiunse: “Come avevamo previsto, non vi è stata alcuna pesante svalutazione della nuova lira nei confronti dell’euro, mentre vi è una sostanziale stabilità rispetto alle altre valute internazionali. Nonostante molti giornali e l’opposizione in queste settimane e nelle ultime ore ci abbiano criticato duramente, sapevamo che era molto difficile assistere ad una svalutazione speculativa rispetto ad una moneta, di fatto, ancora non esistente e non in possesso degli speculatori finanziari. L’obiettivo del governo è di avere una valuta forte e soprattutto che rispecchi la forza dell’economia nazionale: nei prossimi giorni assisteremo all’oscillazione della lira ma noi non cambieremo atteggiamento e rilanceremo la nostra economia, come esempio per tutti i popoli europei devastati dall’occupazione dell’euro”.

“Da oggi l’Iva sarà ridotta al 15%, dall’attuale 22%”, esordì, “ma è solo il primo passo per arrivare ad una sua drastica riduzione alla quale stiamo lavorando. Il pacchetto di tagli fiscali immediato è già di circa 60 miliardi di lire, e oltre all’Iva abbiamo deciso di azzerare i contributi pensionistici dovuti dalle aziende e dai lavoratori autonomi, i quali da ora in avanti saranno contabilizzati dallo Stato e assegnati al momento dell’ingresso dell’età pensionistica, il cui limite è stato ridotto subito a 65 anni per gli uomini e 60 anni per le donne”.

Il consiglio dei ministri aveva inoltre stanziato 90 miliardi di nuove lire per investimenti pubblici: “Un sistema ferroviario e viario autostradale in Sicilia e Sardegna, subito 10 miliardi per gli interventi urgenti sul fronte del dissesto idrogeologico, 10 miliardi di investimento in università e ricerca, linee veloci ferroviarie e stradali sul versante adriatico e per i collegamenti con Roma, e un grande piano energetico nazionale, con interventi di recupero del patrimonio edilizio pubblico e privato”.

“Ci aspettiamo che nel giro di un anno il tasso di disoccupazione scenda al 2-3%” continuò, “intanto, per evitare che l’attesa degli interventi come gli investimenti si protragga, lanciamo un programma di lavoro transitorio che coinvolgerà le associazioni di volontariato già esistenti in tutto il territorio nazionale, in modo che chiunque possa contribuire al benessere collettivo in ambito sociale, economico, culturale, possa farlo e riceva uno stipendio adeguato. Abbiamo già il piano, oggi abbiamo stanziato le prime risorse, fra un paio di mesi riusciremo a calibrare meglio gli impegni. Ma quello che stiamo dicendo, è che nel giro di pochi mesi la disoccupazione in Italia non esisterà più, dando seguito finalmente alla realizzazione concreta dell’articolo 1 della Costituzione Italiana”.

“Ma dove li prendono questi soldi? Ci riempiono di debiti, con il deficit” disse il capoufficio. Antonio avrebbe voluto rispondere come aveva già sentito dal Presidente del Consiglio, tuttavia aveva timore di non riuscire ad essere convincente, o di non aver ben capito, per cui restò in silenzio. Pochi minuti dopo, però, la stessa domanda fu posta da un giornalista de Il Sole 24 Ore, e il Presidente rispose: “Siamo noi che emettiamo la valuta e le banche la prendono in prestito da noi. L’epoca dell’euro è finita, siamo in Tempo di Moneta Moderna, non siamo più noi a chiedere in prestito alle banche. Quindi noi, governo, stanziamo il denaro necessario a produrre lavoro con investimenti e detassazione, fin quando utile, tutto qui”.

Le sue parole ebbero un’eco notevole in tutto il mondo. Erano anni, forse decenni, che in Europa non si annunciava un piano economico di questo genere. La stampa straniera lo accostava a Roosevelt. In Italia le critiche da parte di alcune frange di economisti ed opinionisti non cessavano, ma non avevano più il livore dei giorni precedenti, perché i direttori dei giornali nazionali erano stati duramente smentiti già dall’annunciata svalutazione immediata della lira.

Il piano economico ottenne un consenso così vasto, sia dal mondo lavorativo che da quello imprenditoriale italiano sia, per paradosso, dalla grande industria internazionale. Le decisioni del consiglio dei ministri furono così clamorose e inattese che già nel pomeriggio la richiesta di nuove lire salì notevolmente, prevedendo una forte ripresa dei consumi e della produzione nazionale. Questo portò la lira a recuperare il poco terreno perso in mattinata rispetto a dollaro, sterlina e yen, ma anche la Borsa di Milano arrivò a chiudere in leggero rialzo, al contrario di tutte le altre borse continentali in forte perdita.

La richiesta di acquisto della lira proseguì con un effetto addirittura inaspettato. Se in Italia, stante ancora la doppia circolazione delle due monete, la lira valeva già il 7% rispetto all’euro, chiunque volesse speculare al ribasso dell’euro doveva acquistare la lira. Questo amplificò nel brevissimo periodo la rivalutazione della moneta italiana. Intanto, come spiegava il Presidente del Consiglio al Tg1, “chiunque venda euro e acquisti lire non fa altro che consentire alla Banca d’Italia di accumulare euro che vengono e verranno adoperati per ripagare i debiti contratti dallo Stato italiano in monete straniere e per eventuali operazioni di acquisto delle lire e vendita degli euro in caso di pressioni svalutative”.

Nelle settimane successive anche Francia e Spagna, e via via gli altri paesi, avviarono dei processi di separazione monetaria utilizzando il percorso intrapreso dall’Italia, che aveva evitato gli eccessi spesso paventati dai sostenitori della moneta unica.

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